Ripensare l’abitare oggi: la provincia come alternativa alla città nel film “Le città di pianura”

Ripensare l’abitare oggi implica prima di tutto uno spostamento di sguardo, una sospensione della centralità simbolica e operativa dei centri urbani. Le città, saturate da dispositivi di valorizzazione continua, hanno progressivamente trasformato l’abitare in una funzione compressa tra emergenza, investimento e prestazione.

In questo scenario, la provincia riemerge non come spazio residuale o arretrato, ma come territorio di possibilità, capace di ospitare pratiche abitative, relazioni sociali e forme di progettualità che sfuggono, almeno in parte, alle logiche estrattive della città contemporanea.

La provincia non si lascia ridurre come un altrove idealizzato né come una soluzione, perché è uno spazio segnato da vuoti, discontinuità e tempi non ottimizzati in cui l’abitare può sottrarsi alla pressione costante della visibilità e della performance. Qui la casa smette di essere esclusivamente un bene o una risposta a un’emergenza e torna a configurarsi come processo: una pratica quotidiana, situata, fatta di permanenze intermittenti, adattamenti e relazioni che non aspirano necessariamente a una forma compiuta.

L’abitare non è dato una volta per tutte, ma si costruisce nel tempo, spesso in modo opaco e non narrabile. La provincia funziona dunque come margine operativo più che come periferia, un luogo in cui l’assenza di saturazione consente forme di sperimentazione che difficilmente trovano spazio nei centri urbani iper-regolati. Case riadattate senza progetto, spazi condivisi informali, economie di prossimità, pratiche di mutualismo che nascono da necessità concrete più che da programmi istituzionali. L’abitare non è chiamato a giustificarsi né a produrre valore simbolico immediato. Può restare incompleto, ambiguo, persino improduttivo.

È in questa zona di sospensione che “Le città di pianura” si inserisce come oggetto critico, più che come racconto. Il film non tematizza esplicitamente l’abitare, eppure lo attraversa in modo costante, rendendolo percepibile come atmosfera, ritmo, condizione. I luoghi che compaiono non sono mai spettacolarizzati né caricati di significato: capannoni, strade secondarie, case anonime, spazi intermedi che sembrano esistere fuori da una gerarchia evidente. Non c’è una provincia da riscattare né una da denunciare, ma un territorio che si offre come presenza opaca, attraversata da vite che non cercano una narrazione forte.

La forza del film risiede nella sua adesione a temporalità dilatate. I personaggi si muovono in uno spazio che non accelera, in cui l’attesa e la ripetizione diventano forme di esperienza. Questo tempo lento non è nostalgia, ma una condizione materiale che incide sul modo di abitare. Le relazioni sono intermittenti, i legami non vengono mai del tutto chiariti, le traiettorie restano aperte.

L’abitare emerge come qualcosa che accade nel frattempo, nei margini dell’azione, più che come progetto intenzionale. Il film mette in crisi la retorica dell’attivazione continua e restituisce allo spazio una qualità di possibilità non finalizzata.

Non c’è una tesi, non c’è una soluzione, non c’è un conflitto centrale; c’è piuttosto una coesistenza di presenze che condividono lo stesso spazio senza doverlo rendere significativo. Questa sospensione del senso produce una frizione con l’immaginario dominante, che chiede allo spazio di essere sempre narrabile, efficiente, rigenerato. Le città di pianura restituisce invece uno spazio che non chiede di essere salvato, ma semplicemente abitato.

Questo sguardo permette anche di prendere distanza da due narrazioni opposte e ugualmente riduttive che attraversano il discorso sulla provincia: quella dell’abbandono e quella della rigenerazione forzata. La prima costruisce la provincia come luogo perduto, privo di futuro, utile solo come oggetto di nostalgia o di allarme sociale. La seconda la trasforma in un potenziale inespresso da attivare attraverso interventi calati dall’alto, spesso guidati da logiche di valorizzazione immobiliare o turismo culturale. Entrambe riducono l’abitare a un problema da risolvere, sottraendogli la sua dimensione processuale.

Ripensare l’abitare significa invece riconoscere che lo spazio è il risultato di pratiche e usi che si stratificano nel tempo. In provincia, questa stratificazione è spesso più leggibile, meno accelerata, e per questo più disponibile a essere attraversata criticamente. L’abitare non coincide con un modello, ma con una negoziazione continua tra ciò che resta e ciò che cambia. Le case portano i segni di chi le ha abitate prima, gli spazi comuni non sono mai completamente definiti, le funzioni slittano.

Anche sul piano delle relazioni sociali, la provincia non offre soluzioni semplici. La prossimità può diventare controllo, la comunità può farsi chiusura. Tuttavia, proprio questa ambivalenza apre uno spazio di sperimentazione che non è immediatamente catturabile da dispositivi istituzionali. L’abitare condiviso non è un ideale, ma una pratica fragile, attraversata da conflitti e fallimenti. Non promette armonia, ma possibilità.

In questo quadro, la casa smette di essere un’unità autosufficiente e torna a essere parte di un ecosistema più ampio. Cortili, strade, spazi impropri diventano estensioni dell’abitare, luoghi di uso non pianificato. La provincia, con la sua minore saturazione funzionale, consente a questi spazi di restare aperti, non del tutto definiti. L’abitare si espande e si intreccia con forme di vita collettiva che non aspirano necessariamente a una forma stabile.

Reimmaginare l’abitare oggi significa allora accettare l’idea che non esista un modello unico né una direzione obbligata. Significa spostare l’attenzione dai centri saturi ai margini operativi, rallentare lo sguardo, riconoscere valore a ciò che non produce immediatamente visibilità o rendimento. Le città di pianura, con la sua apparente neutralità, suggerisce che abitare può ancora essere una pratica aperta, incompleta, non performativa. Nei territori laterali della provincia, lo spazio torna a essere possibilità, non problema.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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