Agrodolce. È questa la sensazione che lascia la personale di Alfredo Rapetti Mogol LETTERE DALL’URAGANO, aperta al pubblico a Milano lo scorso 15 aprile. La mostra, mescolando sapientemente pittura e scrittura, mette in scena infatti tanto la drammaticità del mondo contemporaneo quanto un invito alla cura, alla pace e alla speranza. Ideata e organizzata dall’associazione culturale Isorropia Homegallery e da Galleria Ferrero Arte Contemporanea, l’esposizione è stata inaugurata alla Cittadella degli Archivi in occasione della Milano Art Week 2026 e sarà visitabile fino al prossimo 15 maggio.
Le radici del binomio immagine-parola riscontrabile nella ricerca artistica di Rapetti sono antiche. D’altra parte, egli nasce a Milano nel 1961 in una famiglia che da generazioni è legata al mondo dell’arte, della musica, della letteratura e della poesia. Si avvicina ben presto all’ambiente artistico milanese, studia alla Scuola del Fumetto del capoluogo lombardo e collabora in ambito editoriale. Fino a che nel 1996 Rapetti entra nell’atelier degli artisti Alessandro Algardi e Mario Arlati e matura l’esigenza di coniugare le sue passioni più grandi: la pittura e la scrittura.

La tecnica utilizzata e visibile in mostra si chiama “impuntura” e prevede per l’appunto la fusione dell’azione del dipingere con l’atto dello scrivere, creando così una scrittura pittorica. Questa si confronta con secoli di storia dell’arte: dalle avanguardie storiche al concettuale, passando per le esperienze spazialiste di Lucio Fontana e le grafie astratte degli anni Cinquanta. Il binomio scelto da Rapetti è però quanto mai contemporaneo poiché stimola una riflessione sul modo in cui fruiamo immagini e parole nella nostra quotidianità presente.
Di fatto, al giorno d’oggi noi siamo bombardati dalla combinazione di immagini e parole, una formula particolarmente vincente nella logica dello scroll perenne sui social. Ma in quel contesto si tratta nella maggior parte dei casi dell’eterno ritorno dell’uguale, dove tutto è visto e rivisto, riconoscibile e assimilabile. È imperativo categorico per l’algoritmo che i testi sovrapposti alle immagini siano brevi, brevissimi e immediatamente decifrabili. Però, poi, bisognerebbe chiedersi se questi veicolino anche un messaggio reale. Ciò che è certo è che quello che è leggermente più lungo tendiamo a non leggerlo, perché sembriamo aver perso la concentrazione per farlo.

In quest’ottica, la combinazione che Rapetti fa di immagini e parole passerebbe il test dell’algoritmo? D’altra parte, le sue frasi sono molto corte. Eppure, chi si adagia nelle abitudini di fruizione supersonica di contenuti rimane spiazzato, perché, per quanto brevi, quelli dell’artista sono testi incomprensibili, almeno a primissimo impatto. Lo è, ad esempio, la scritta “AB BIC URAD IT E”. L’opera di Rapetti è dunque un invito a rallentare, e poi fermarsi e ricostruire un senso. Davanti alle sue tele, dobbiamo imparare a dividere e riconnettere le lettere nel modo corretto, a riunire significante e significato; dobbiamo imparare a rimettere a posto le parole e, attraverso queste, a rimettere a posto la realtà che esse descrivono.
I lavori di Rapetti appaiono infatti rappresentare tutta la drammaticità del mondo contemporaneo. Tuttavia, dall’uragano del nostro tempo – e qui si comprende meglio il titolo della mostra – emergono anche lampi di luce e di preghiera, e le opere si fanno così inni alla pace. Sulla tela, le parole sono spezzate tanto quanto il mondo che rappresentano lo è, e le lettere sembrano un invito a noi spettatori affinché ci facciamo attori per ricucire entrambi: parole e mondo. Così, la scritta “AB BIC URAD IT E” diventa “ABBI CURA DI TE”; e analogamente funzionano “SE IL AMI AC UR A”, “INS EG NOD IP ACE” e “IN NOAL LAP ACE”.
Ma ci sono anche altri lavori all’interno dell’esposizione che fanno riflettere. Tra questi, un’installazione composta da cinque opere sequenziali dedicate al primo articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, che recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Ma se nella prima delle cinque opere il testo è perfettamente visibile, esso si sfoca progressivamente, con le parole che diventano prima illeggibili fino a scomparire del tutto nel quinto atto dell’installazione, che non può che mostrare una pagina vuota. Il lavoro è estremamente attuale alla luce della crescente e allarmante violazione del diritto internazionale: i diritti fondamentali dell’uomo, universali e inalienabili, non contano più in certe zone di mondo, e la libertà, l’uguaglianza, la dignità umana e il diritto alla vita sono calpestati.
Questo tipo di riflessione continua anche nell’installazione Tre Farfalle, attraverso la quale Rapetti rilegge con la propria sensibilità la drammaticità in cui si trovano, nel mondo contemporaneo, bambini e persone innocenti. L’opera è infatti formata da una bara di metallo, all’interno della quale sono collocate macerie, la cui pesantezza fa pensare a quella delle condizioni di chi vive tra guerre e genocidi; le macerie altro non sono che distruzione. Sopra questi ruderi sono però collocati tre origami, rappresentanti, appunto, farfalle: qui, il materiale scelto è quello della carta, che è sicuramente fragile; tuttavia, le farfalle sono anche l’esito di una metamorfosi che produce ali. E con le ali, esse possono volare via, e alludere, nonostante tutto, alla libertà e, in ultima misura, alla speranza.



