Per l’occasione ho riguardato il film Rebecca, nella versione inglese del 2020, diretta da Ben Wheatley con un’algida e austera Kristin Scott Thomas nei panni della governante Mrs. Danvers, Armie Hammer in quelli del misterioso Maxim de Winter e Lily James che incarna l’archetipo dell’eroina, interprete della seconda signora Mrs. de Winter, che vive all’ombra della prima. La pellicola riprende il romanzo pubblicato nel 1938 (in Italia uscirà qualche anno dopo), “Rebecca, la prima moglie”, il titolo originale della scrittrice inglese Daphne du Maurier (1907-1989), che nella prima versione per il cinema di Alfred Hitchcock (1899-1980) del 1940, aveva vinto ben due premi Oscar.
La storia racconta di un incontro durante una vacanza a Montecarlo tra la dama di compagnia della scostante Mrs. Van Hopper e un vedovo inglese, che si concluderà con un matrimonio che le aprirà le porte del castello di Manderley in Cornovaglia, dove dovrà fare i conti con la defunta moglie del marito. Una presenza ingombrante che aleggia nella casa lasciata come un mausoleo inviolabile, un tempio inaccessibile custodito morbosamente dalla governante che più di tutti osteggia la nuova inquilina.

“Rebecca”
Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano,
2026
Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano
Foto Agostino Osio
L’atmosfera è sinistra e cupa, soprattutto nella versione originale del 1940 del maestro della suspense, complici la musica, i dialoghi e i bianchi e neri, ma anche nella versione inglese (lungi da qualsiasi disquisizione cinematografica e confronto impossibile con Hitchcock), non manca quel senso di oppressione psicologica e reale che incombe sulla casa e i suoi abitanti, tra memorie inviolabili e stanze inaccessibili. Nel libro (e nei film) du Maurier lascia che la narratrice, la nuova signora de Winter, non abbia un nome, oscurato anch’esso nella delirante ossessione dell’unica presenza che irrompe nella casa e nella memoria: Rebecca.
Rebecca è il titolo della mostra di Benni Bosetto (Merate, 1987) che nasce da queste suggestioni letterarie e da un evento personale, in cui l’artista resta temporaneamente senza casa, con la sua vita chiusa dentro scatoloni di cartone. Una dimensione privata che le consente una riflessione più ampia sulla crisi contemporanea dell’abitare (non solo guardando da una prospettiva sociale ed economica, ma che si inserisce all’interno di un presupposto identitario).
Nel libro è emblematico il fatto di non chiamare con il proprio nome la seconda signora de Winter, nel tentativo di non renderla reale. L’artista invece rimarca l’importanza del nome (che si tratti di soggetti o cose), che si inserisce in una pratica sociale dello scambio in cui si afferma l’identità e la si consegna agli altri. E anche lo spazio domestico e privato non si sottrae a questa dinamica, ma si apre a una comunità diventando strumento di narrazioni individuali e collettive, che l’artista restituisce come un corpo incarnato attraverso un processo di umanizzazione linguistica ed estetica.
Benni Bosetto trasforma lo Shed di Pirelli HangarBicocca in una presenza reale, complice l’attribuzione di un nome, che dal 12 febbraio al 19 luglio 2026 permetterà al pubblico l’accesso alla sua produzione, che raccoglie progetti precedenti insieme a un corpus di opere nuove realizzate appositamente. La mostra è curata da Fiammetta Griccioli che, nel corso della presentazione alla stampa, racconta dei diversi medium utilizzati dall’artista, tra installazione, scultura, performance e soprattutto il disegno che rappresenta una parte dominante della sua pratica e si configura come strumento di un agire che scandisce la sua temporalità. Un gesto primario e rituale che segue le urgenze e le necessità del segno e di quello che Bosetto chiama “coreografia”, tra il ruolo di spettatrice di fronte a quelle forme e quello di performer che ne costruisce il percorso.

Performance e veduta dell’installazione, Pirelli
HangarBicocca, Milano, 2026
Prodotto da Pirelli HangarBicocca
Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano
Foto Agostino Osio
Rebecca è una coreografia formale e linguistica in cui tutto indica la ricerca sul corpo che si oggettivizza. La casa prende vita accedendo attraverso un portale – La bocca, un’installazione del 2022, esito di una performance precedente (prima al MAMbo- Museo d’Arte Moderna e poi alla Pinacoteca Nazionale, entrambi a Bologna) costituita da un tessuto argentato e cangiante con un grande occhio che accoglie il visitatore. Entrare all’interno significa accedere al mondo misterioso e stratificato in cui tutto si fa racconto, seguendo un itinerario che accompagna in una dimensione immaginaria e immaginifica.
L’atmosfera è sospesa in una serie di ambienti che rimandano al femminile, che, come una seconda pelle, avvolge in un abbraccio che circonda e ricopre l’intero perimetro dello Shed, creando stanze e corridoi da attraversare. Tutto si fa morbido, come più volte ha sottolineato la curatrice Fiammetta Griccioli, dalle pareti ricoperte di carta e tendaggi, ai tappeti in alcune aree dello spazio.
“Sono 300 le carte, per 1 chilometro di taglio”, racconta Bosetto, che compongono Le cellule (2026), l’opera realizzata appositamente per lo Shed, che si propaga come negli organismi viventi in una struttura complessa, rappresentando uno spazio molle. Si riproducono con colori e soggetti diversi, interrotti da sculture, anche minime, appese a tendaggi di vari materiali, e dai gioielli-collage. I disegni realizzati a mano dall’artista mostrano un campionario di forme prelevate dalla natura con elementi vegetali (piante infestanti e afrodisiache, tossiche e sedative), che si alternano ad anatomie umane seducenti e esplicitamente intime.

“Rebecca”
Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano,
2026
Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano
Foto Agostino Osio
È morbida la moquette nella zona centrale “la pancia”, il luogo in cui risiedono gli organi dedicati alla digestione, in cui il cibo si deposita e si trasforma trattenendo solo il nutrimento. E dunque è in questo spazio che la metamorfosi è possibile, aprendo metaforicamente molte porte, nove per l’esattezza, disposte per terra che diventano microcosmi narrativi. Un allestimento realizzato per l’occasione con ingressi accessibili guardando da una prospettiva differente da cui siamo abituati, in cui riconoscere oggetti che, come presenze misteriose, si palesano lentamente, e sono esiti di lavori precedenti e di nuove produzioni.
Soglie che raccontano microstorie personali dell’artista e non, come i racconti di infanzia in Porta pisello, che richiama La principessa sul pisello (1835) di Hans Christian Andersen (1805-1875), o la consuetudine familiare di modellare la mollica in Porta mollica – La contrabbandiera. Nella Porta del gatto e della follia di L.C. la storia è quella di una pittrice di cui si ignora l’esistenza; in quella della spogliarellista le presenze ibride di ceramica ricordano gli studi evoluzionistici della biologa Lynn Margulis (1938-2011). Nella Porta sussurri il bisbiglio tra gli insetti – sculture rimandano alle parole degli angeli legate con fili dorati nell’Annunciazione (1430 circa) di Beato Angelico (1395 circa – 1455).
All’esterno a destra dello Shed, “la guancia” accoglie installazioni ambientali-corridoi (Confessionale animale e Corridoio orgonico, 2026) e aree con longue chaise e sedute in cui sostare per “un sogno ad occhi aperti”. Presenze scultoree pendono dal soffitto o dalle tende intorno, cabinet in legno fungono da dispositivi di guarigione, seguendo il pensiero teorizzato dallo psicoanalista Wilhelm Reich (1897-1957), attraverso “l’analisi psicoanalitica del carattere”, che permetteva di liberare la propria energia vitale abbandonando i condizionamenti sessuali acquisiti. Nelle sculture di legno Bosetti inserisce all’interno oggetti e opere di altri artisti (Cuoghi Corsello e Riccardo Banfi). Poco più in là Gli occhi, 2026, le “guardiane della casa”, due sculture antropomorfe (décolleté in ceramica di vernice nera) di grandi dimensioni semicoperte da due tende che scendono dall’alto.

Gli occhi, 2026
Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano,
2026
Prodotto da Pirelli HangarBicocca
Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano
Foto Agostino Osio
A sinistra, invece, “il cuore”, il luogo delle emozioni e della passione che l’artista formalizza attraverso la performance Tango (II version) con ballerini-amatoriali (che si esibiranno seguendo una programmazione variabile), presentata la prima volta nel 2024 al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea (Rivoli-Torino). Tra la quadreria in fondo alla parete si apre una navata dello Shed allestita come una milonga, una sala da ballo con tavolini, sedie, luci e consolle. Una danza che racconta una storia di attraversamenti culturali e migrazioni, con cui Bosetti ricrea una relazione interspecifica con copricapi-maschere con soggetti animali, interrogandosi sulle dinamiche tossiche dell’amore.
Rebecca non è una mostra per chi va di fretta e per chi cerca risposte. È un attraversamento verso un limen, una soglia in cui fermarsi, sostare sulle longue chaise osservando un dettaglio, un disegno, un elemento scultoreo, la “R” che appare sulla carta, che ricorda quella ricamata sul fazzoletto della prima signora de Winter e su cui si chiude l’ultima inquadratura del film di Alfred Hitchcock. Benni Bosetto crea uno spazio in cui tra ritualità individuali e collettive, invita il pubblico a scoprire un repertorio di forme e di organismi all’interno di un’architettura che si fa corpo, ma che si spoglia delle sue sovrastrutture per consegnarsi all’immaginazione.



