Sul tetto del Superstudio Più, all’interno di una Design Week che continua a ridefinire i confini tra discipline, l’arte urbana torna a occupare uno spazio simbolico e strategico. Accade all’interno di Re.Circle – Fenomenologia dell’arte urbana, progetto affidato alla curatela di Ivan Tresoldi, che qui costruisce una piattaforma di confronto tra generazioni, linguaggi e traiettorie spesso rimaste ai margini del sistema.
A segnare visivamente la giornata è l’intervento live della Felipe Cardeña Crew, impegnata nella realizzazione di Another World Is Possible, grande opera collettiva che si sviluppa in tempo reale davanti al pubblico. Un gesto che non è solo performativo ma dichiaratamente politico: la superficie diventa spazio di possibilità, campo aperto in cui l’immaginario urbano si traduce in narrazione condivisa.

Il talk “Design Urbano” restituisce invece la profondità storica e critica di una scena che, oggi istituzionalizzata, nasce da una tensione radicale. A ripercorrerne le origini è Alessandro Riva, critico d’arte – curatore nel 2007 “Street Art Sweet Art” al PAC, di fatto la prima mostra che sdogana a livello museale la street art italiana – che individua una svolta precisa: l’emergere di una generazione capace di introdurre la figura nella street art, superando l’astrazione del writing e aprendo il linguaggio a una dimensione più narrativa e accessibile. È in quel passaggio che si collocano esperienze come quelle di Pao e di Daniele Nicolosi, che hanno trasformato la città in un archivio visivo diffuso.
Ma è proprio dall’interno di quella scena che emergono le tensioni più interessanti. Flycat riporta il discorso agli anni Ottanta, a una Milano segnata dal degrado e dall’urgenza: l’hip hop come pratica trasformativa, capace di convertire un contesto negativo in spazio di espressione. Una dimensione ludica e condivisa che oggi rischia di attenuarsi sotto il peso della normalizzazione. A questa lettura si affianca quella di Pao, che individua nei primi Duemila il passaggio decisivo verso una street art capace di parlare a tutti, uscendo dalla dimensione autoreferenziale del writing. Un’apertura che ha ridefinito il rapporto con lo spazio pubblico, ma che ha anche comportato una progressiva perdita di radicalità.
Più analitica la posizione di Daniele Nicolosi alias BROS, che sottolinea come il passaggio dalla strada all’istituzione richieda un ripensamento del linguaggio, non una semplice traslazione. Mentre Francesco Garofalo, architetto del paesaggio, amplia il discorso allo spazio urbano contemporaneo, sempre più regolato e standardizzato, evidenziando come pratiche spontanee e impreviste, come quelle dell’arte urbana, siano fondamentali per restituire vitalità e complessità alla città.

Una storia che si intreccia con quella di Gisella Borioli, figura chiave nel passaggio dall’illegalità alla legittimazione istituzionale. Il suo racconto restituisce con chiarezza il clima di quegli anni: artisti percepiti come abusivi, esclusi dai circuiti ufficiali ma portatori di una forza espressiva che chiedeva spazio. Da qui nasce un’intuizione curatoriale decisiva: costruire un ponte tra strada e istituzione, aprendo i primi contesti espositivi a una scena fino ad allora marginalizzata.
Accanto alle voci storiche, emergono realtà più giovani come il BAU – Bovisa Art Urbana, progetto che lavora sul territorio attraverso pratiche partecipative, laboratori e interventi di riqualificazione. Una presenza che conferma come l’arte urbana, oggi, non sia più soltanto gesto individuale ma dispositivo collettivo, capace di attivare comunità e ridefinire il rapporto tra estetica e spazio pubblico.
Se il talk mette a fuoco genealogie e trasformazioni, è il palinsesto dei giorni successivi a espandere concretamente questa riflessione, trasformando il roof in una piattaforma attiva e stratificata. Dal 23 aprile, la giornata dedicata alla Poesia viva riporta al centro la pratica di Ivan Tresoldi, con una chiamata alle arti che si sviluppa in forma aperta e partecipativa, affiancata da live painting continui. Il dialogo tra linguaggi si estende anche ad altri ambiti: dalla parola performativa con lo slam di Paolo Cerruto, fino all’incontro tra design e cultura gastronomica con la presenza dello chef Davide Oldani insieme a Francesco Zani di knIndustrie, a sottolineare come la dimensione conviviale sia parte integrante del progetto.
Il 24 aprile, con Movimentarte, il focus si sposta sul corpo e sul suono: le performance della YoY Performing Arts e la musica live costruiscono una relazione dinamica con lo spazio, culminando in una sequenza di light e sound che trasforma la terrazza in ambiente immersivo. Qui l’arte urbana si allarga ulteriormente, diventando esperienza sensoriale e temporale, non più solo intervento visivo ma dispositivo atmosferico.

Il 25 aprile chiude il ciclo con una giornata dedicata a Grafica, stampa e design, dove il gesto torna a essere manuale, processuale. Le azioni di stampa dal vivo e i live painting di Marco Lastrada riportano l’attenzione sulla dimensione artigianale e sulla materialità del segno, in coerenza con una delle linee portanti di Re.Circle: il recupero di un sapere pratico che attraversa arte e design.
A tenere insieme queste traiettorie è una struttura fluida, quasi laboratoriale, in cui atelier aperti, installazioni e momenti conviviali, come la grande tavola condivisa pensata con knIndustrie, costruiscono uno spazio relazionale prima ancora che espositivo. Non un semplice programma di eventi, ma un ecosistema in cui linguaggi diversi coesistono e si contaminano.
Non è un caso che tutto questo accada proprio qui. Il Superstudio si conferma come luogo capace di intercettare e anticipare trasformazioni culturali, aprendo il design a pratiche ibride e a forme di produzione collettiva. La terrazza, già segnata in passato da interventi come il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, torna così a essere dispositivo attivo, spazio di sperimentazione e memoria.
In questo equilibrio tra racconto e azione, tra memoria e presente, Re.Circle costruisce una riflessione stratificata: non tanto una celebrazione della street art, quanto una sua rilettura critica. Perché, come suggerisce implicitamente il titolo dell’opera della Felipe Cardeña Crew, immaginare un altro mondo possibile significa prima di tutto ripensare i linguaggi con cui lo rappresentiamo.



