Questa non è una mostra, è un vero e proprio museo di arte contemporanea: la Sonnabend Collection a Mantova

Ceci n’est pas une exposition. Parafrasando le celebri parole di Magritte, raffigurate nel suo “Tradimento delle immagini” (1929), possiamo affermare che la Sonnabend Collection Mantova, inaugurata il 29 novembre scorso, effettivamente non è una mostra. È un nuovo spazio espositivo, un museo di arte contemporanea il cui patrimonio è costituito da opere provenienti dalla Sonnabend Foundation di New York.   

“Mantova aggiunge un’ulteriore tassello alla sua dimensione di capitale culturale – afferma con evidente orgoglio Mattia Palazzi, sindaco della città con delega anche a Cultura e Sistema museale. Il sogno che abbiamo iniziato a percorrere qualche anno fa, quando per la prima volta varcammo la soglia della porta di casa di Antonio Homem, è divenuto realtà.” Homem è il figlio di Ileana Sonnabend e suo marito Michael, i fondatori della Collection parigina prima e newyorchese poi che, insieme al Comune e a Marsilio Arte (che ne ha edito il catalogo), ha realizzato questo museo di opere della seconda metà del ‘900 nella città di Giulio Romano, Mantegna, dei Gonzaga e di Leon Battista Alberti. 

Siamo nelle stanze del duecentesco Palazzo della Ragione in Piazza delle Erbe e, come mette in evidenza il curatore Mario Codognato (che, insieme ad Antonio Homem, ha predisposto il percorso espositivo), la bivalenza culturale della europea Ileana, americana d’adozione, ha permesso alla Collection di dotarsi di un patrimonio artistico che include opere di entrambe le sponde dell’Atlantico e opere anche di artisti pionieristicamente valorizzati dalle sue intuizioni.

La promenade artistica delle 94 opere nelle undici sale che compongono la Sonnabend Collection Mantova è in effetti uno sfolgorante viaggio nelle correnti artistiche internazionali del secondo dopoguerra, contemporanee al magma innovativo che contestualmente ribolliva anche in Italia. Il parallelismo storico è realmente luminoso: in quei decenni il nostro Paese entrava nella contemporaneità, dal 29 novembre 2025 la rinascimentale Mantova entra nella contemporaneità.

La Galleria parigina di Ileana Sonnabend inaugura le proprie attività nel 1962 con due mostre di Jasper Johns e Robert Rauschenberg: entrambi sono i protagonisti della prima sala e va aggiunto, per ulteriormente illuminare le intuizioni artistiche della gallerista, che Rauschenberg, anche grazie a questo lancio, trionfa a Venezia soli due anni dopo. È il periodo in cui dall’astrattismo estremo si torna a forme di realismo nell’arte, passaggio che è evidente nell’encausto su tela raffigurante il numero 8 (Johns, Figure 8, 1959) e negli innesti di oggetti e fotografie operati da Rauschenberg nelle sue composizioni (Payload, 1962). 

La prima sala dimostra le aperture di Sonnabend anche verso ciò che si muoveva in Italia, con la presenza di Michelangelo Pistoletto (Uomo seduto, 1963) e di Mario Schifano (Tempo moderno, 1962). Su tutto, a giudizio di chi scrive, spicca una magnifica installazione concettuale composta da macchine da scrivere vintage di Arman (Infinity of Typewriters + Infinity of Monkeys + Infinity of Time = Hamlet, 1962).

Il 1963 segna, sempre per la galleria parigina di Ileana Sonnabend, l’anno di sbarco nel vecchio continente della Pop Art. Claes Oldenburg, Roy Lichtenstein, Andy Warhol e Tom Wesselmann sono così i protagonisti della seconda sala, nella quale si respira intensamente la scelta operata dai Sonnabend. È molto interessante il passaggio divulgativo dei curatori secondo il quale la coppia Ileana e Michael era generalmente disinteressata alla pop art europea perché potenzialmente foriera di critica sociale e politica, quando l’effetto prodotto dalla pop art a stelle e strisce in Europa fu proprio quello di instillare gocce di contestazione radicale.

Arte concettuale e minimalismo sono protagonisti della terza sala mantovana. Sol Lewitt, John McCracken, Peter Halley e Larry Bell sono alcuni tra gli artisti presenti in esposizione. Soggettivamente, la palma della migliore opera di questa sezione va a Barry Le Va e a una sua magnetica declinazione della serie di inchiostri su carta denominati “Center Points and Lengths (Through Points of Tangency)” del 1974. 

L’installazione e la forza di gravità sono protagoniste della quarta sala. Robert Morris fu, infatti, protagonista di alcune sorprendenti mostre nella galleria Sonnabend parigina con, al centro, opere composte da materiale nuovo come il feltro e alle quali la forma è data appunto dalla gravità. Insieme a un suo Untitled del 1980, la Collection presenta anche un Untitled in gomma del 1968 di Richard Serra. Neon e vetro sono i materiali usati da Keith Sonnier in “Chaldier” (1969), mentre un lettore vintage di audiocassette (con audiocassette annesse) è al centro di una installazione di Bruce Nauman del 1968 (“Steel Channel Piece”), ma soprattutto il neon è protagonista di una installazione del 1970 dal sapore politico e molto efficace anche dal punto di vista concettuale (mostra la scritta “War” che è il contrario di raw, ovvero cruda guerra come da titolo “Raw War”).

L’arte povera (e quindi gli artisti italiani) è al centro della quinta sala espositiva, in ricordo dell’inaugurazione della galleria newyorchese che ebbe per protagonisti gli artisti nostrani. Giovanni Anselmo, Pierpaolo Calzolari, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Mario Merz, Gilberto Zorio rappresentano efficacemente il principio celantiano dell’impoverimento del segno artistico sino a una fase primordiale: infatti, in esposizione, ci sono materiali come insalata, filo di rame, segatura, scala a pioli, macchina da cucire, solfato di rame.

“21 Screen Tests” (di Andy Warhol, anni ’60) è la videoinstallazione al centro della sala (forse) destinata alle mostre temporanee. Si tratta appunto di ventuno celebrità (sul centinaio riprese da Warhol) che raccontano di se stesse e, a volte, l’effetto risulta estraniante nel vedere elementi di goffaggine e timidezza nei visi di chi ci ha abituati a sicurezza recitativa.

Gilbert & George occupano con i loro colori larga parte della sesta sala. Questa sala è l’ennesima dimostrazione dell’audacia di Ileana e Michael Sonnabend: non si accontentano di seguire correnti o artisti affermati, vogliono anche vedere cosa succede al di fuori della pittura, della scultura e della installazione. Fa così la sua comparsa la fotografia, declinata in modo frammentato o rivista con la pittura. Come nel caso di Vito Acconci e del suo “Learning Place” del 1970 che unisce alla fotografia il pastello e la matita colorata; o come nel caso, cui va la preferenza di sala di chi scrive, di John Baldessari e la sua composizione a riquadri che unisce, con effetto emotivo davvero magnetico ed estraniante, 11 fotografie in bianco e nero ad una foto a colori e relativo testo (“Grimm’s Fairy Tales: The Story Of One Who Set Out To Study Fear”, 1982). La composizione mosaicale è alla base anche delle opere presenti in esposizione di Christian Boltanski (“The 62 Members of the Mickey Mouse Club in 1955” del 1972) e di Berna and Hilla Becher con le 21 fotografie in bianco e nero raffiguranti altrettante torri piezometriche (tra cui anche quello mantovano ancora oggi visibile in zona stazione, “Water Towers”, 1988).

La fotografia artistica esplode ancora di più, e in modo sempre più sperimentale, nella settima sala. Percezione ed esplorazione al di là della realtà sono gli elementi comuni nelle opere degli artisti ospiti di questa sezione. Possiamo fruire dei tableaux vivant in versione ‘interno di studio’ di Boyd Webb, i paradossi visivi di William Wegman, l’atemporalità sospesa di Hiroshi Sugimoto, l’ego iconografico di Luigi Ontani, la fotografia della memoria di Ann and Patrick Poirier.

La realtà umana e animale esplorata dall’arte internazionale degli anni ’80 ci accoglie nell’ottava sala, in cui c’è una piccola antologia di medium ed espressività. La fotografia è presente con Robert Feintuch, la pittura è rappresentata dai frattali corporali di Carroll Dunham, l’installazione e le sculture in gesso e acciaio sono visibili grazie alla scelta di esporre alcune opere di Peter Fischli & David Weiss, mentre la pittura più ‘tradizionale’ a olio è presente con Terry Winters

La contaminazione tra fotografia analogica, tecnica digitale ed elementi pittorici sono il cuore teorico ed espositivo della nona sala. Nelle declinazioni più felici di queste immagini, si percepisce anche l’evoluzione tecnologica e le possibilità date dal digitale e ne sono testimonianza tecnica le stampa cromogeniche di Candida Höfer, Elger Esser e Clifford Ross, con opere fotografiche degli anni duemila.

La grande scuola del secondo dopoguerra tedesco è al centro della decima sala, soprattutto con due opere di Anselm Kiefer, molto differenti tra loro. L’olio e piombo su tela del 1978, dal titolo “Baum mit Palette”, è un’opera a tecnica mista e rugosa quasi tradizionale, mentre uno dei tasselli del progetto “Wege der Weltweishei”, quello che fa focus sulla Battaglia di Arminio (“die Hermanns-Schlacht”, sempre del 1978) è un collage di xilografie con aggiunta di acrilico e gommalacca.

Abbiamo detto che non siamo di fronte a una mostra. Sonnabend Collection Mantova è un museo di arte contemporanea che segue temporalmente anche le attività svolte, insieme all’evoluzione nel gusto e nelle scelte, prima dalla coppia Ileana e Michael Sonnabend e poi proseguite da Antonio Homem, fondatore e curatore del patrimonio della Collection nei decenni più vicini all’oggi. In questo periodo torna in auge, nelle corde di questi importanti attori dell’arte contemporanea, la Pop Art e l’ultima sala del Palazzo della Ragione, l’undicesima, è dedicata a questa corrente.

Heim Steinbach, Ashley Bickerton ma soprattutto Jeff Koons, sono i protagonisti della parte finale del percorso museale. Come detto direttamente da Homem, questi artisti, ai loro occhi, hanno saputo trasfigurare oggetti d’uso quotidiano in un nuovo codice artistico. E così scarpe, teiere, pupazzetti, utensili diventano oggetti d’arte, sia in forma di ready-made che assemblati in oggetti d’arte più ampi. Il congedo dal Museo ci riporta all’arte classica per eccellenza, la statuaria, rivista dalla bella serie progettuale, intitolata “Gazing Ball”, che Jeff Koons, qui presente con “Standing Woman” del 2014, ha ideato con effetto emotivo centrato sull’ego del fruitore (che si rispecchia nella sfera di vetro blu), messo in ravvicinata connessione con l’oggetto da contemplare. 

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Giovanni Crotti
Giovanni Crotti
Sono Giovanni Crotti, classe 1968, e mi sento in dovere di ringraziare la scrittura perché sospinge la mia vita. Coltivo dentro di me moltitudini che mi portano a indagare, conoscere, approfondire ogni espressività culturale e creativa, per poi scriverne cercando sempre di essere chiaro e documentato nei contenuti.

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