Quanto spazio serve davvero per lavorare? Opposite Office costruisce un ufficio di 1 m² su un albero

Un albero, qualche asse di legno, una scala e un piccolo volume sospeso tra i rami. Da lontano potrebbe sembrare una casa sull’albero costruita per gioco; avvicinandosi, però, ci si accorge che dentro c’è tutto quello che serve per lavorare: una scrivania, alcune mensole, una superficie per costruire modelli e persino un lucernario che apre lo sguardo verso la chioma.

Il dettaglio più sorprendente? Questo ufficio misura appena un metro quadrato. Si chiama Baumhaus Office ed è il progetto con cui Opposite Office ha deciso di portare il proprio studio tra gli alberi del campus della Bauhaus-Universität di Weimar, in Germania. Una scelta che sembra uscita da un romanzo di Italo Calvino, ma che nasce da una questione molto concreta: quanto spazio serve davvero per lavorare?

Il Baumhaus Office è una piccola struttura in legno progettata per accogliere fino a tre architetti. Per raggiungerla bisogna salire una scala che conduce al volume sospeso, dove lo spazio è stato organizzato comprimendo tutto ciò che normalmente si trova in uno studio professionale. Ci sono una scrivania, delle mensole e alcuni pannelli ribaltabili che possono diventare superfici di lavoro aggiuntive. Sopra la testa, un lucernario a cupola guarda direttamente verso i rami e le foglie dell’albero. Il lavoro si svolge così letteralmente dentro la chioma, con il paesaggio che prende il posto delle pareti di un ufficio tradizionale.

La struttura è stata realizzata utilizzando materiali umili: assi standard di abete e pannelli di compensato, in parte rivestiti in alluminio. Quest’ultimo protegge il piccolo edificio dall’acqua e gli conferisce un aspetto quasi spaziale, che contrasta con la semplicità del legno.

Anche il sistema di fissaggio segue la stessa logica. Il Baumhaus Office è tenuto all’albero attraverso due grandi cinghie a cricchetto, con un materiale protettivo interposto tra le fasce e il tronco per evitare di danneggiarlo. Nessun intervento permanente sul fusto: la struttura resta appoggiata alla sua crescita naturale e può essere rimossa senza lasciare una costruzione stabile nel terreno.

Dietro l’immagine quasi fiabesca del progetto c’è una riflessione molto concreta sul costo degli spazi professionali. Opposite Office aveva in precedenza la propria sede a Monaco, una delle città tedesche dove il mercato degli affitti rende sempre più difficile sostenere uno studio indipendente. Per una realtà di piccole dimensioni, destinare una parte consistente delle proprie risorse a una sede permanente può diventare difficile da giustificare. Da qui nasce una domanda semplice: quanta superficie serve davvero a uno studio di architettura per svolgere il proprio lavoro? La risposta di Opposite Office è volutamente sproporzionata: un metro quadrato. Un computer, una superficie per realizzare modelli, qualche strumento e un albero.

Il fondatore Benedikt Hartl ha presentato il progetto come una risposta ironica alla situazione del mercato immobiliare. L’idea è quella di estremizzare il problema fino a renderlo visibile: se gli uffici diventano troppo costosi, si può ridurre lo spazio fino a raggiungere una dimensione quasi assurda. Il gesto acquista così una componente performativa. Il Baumhaus Office funziona davvero come luogo di lavoro, ma allo stesso tempo mette in scena una critica alle modalità con cui lo spazio professionale viene acquistato, affittato e occupato.

Anche il nome contiene una piccola dichiarazione d’intenti. Baumhaus, in tedesco, significa casa sull’albero e richiama volutamente la parola Bauhaus, creando un legame diretto con la Bauhaus-Universität di Weimar, all’interno del cui campus si trova la struttura.

La collocazione a Weimar aggiunge un ulteriore livello al progetto, inserendolo in un contesto profondamente legato alla sperimentazione architettonica. Secondo Opposite Office, l’albero scelto per ospitare il piccolo studio sarebbe tra i più antichi di Weimar e la tradizione locale lo attribuisce a Johann Wolfgang von Goethe, che lo avrebbe piantato durante il suo soggiorno in città.

Il rapporto con il Bauhaus rende ancora più interessante la scelta di ridurre l’ufficio alla sua essenza. La scuola fondata da Walter Gropius nel 1919 aveva messo in discussione il rapporto tra arte, architettura, produzione e vita quotidiana. A distanza di oltre un secolo, Opposite Office interviene su un altro elemento della quotidianità: il luogo in cui lavoriamo. Il progetto prende uno degli spazi più codificati della vita professionale e lo trasforma in qualcosa di mobile, temporaneo e quasi ludico.

Il Baumhaus Office mette quindi in discussione anche l’idea di sede. Uno studio di architettura che lavora attraverso computer, incontri e strumenti facilmente trasportabili ha davvero bisogno di una struttura permanente? La piccola costruzione di Weimar propone una possibilità estrema: comprimere l’ambiente di lavoro fino a farlo coincidere con una singola postazione. La scrivania diventa quasi l’intero ufficio, mentre l’albero assume il ruolo di edificio, struttura e paesaggio.

La struttura è temporanea e può essere smontata e installata nuovamente su un altro albero. Per il momento rimane a Weimar grazie al permesso concesso dall’università, così da essere utilizzato dagli architetti, diventando allo stesso tempo un punto d’incontro per studenti, visitatori e clienti.

La sua forza sta nella sproporzione tra ciò che contiene e lo spazio che occupa: un solo metro quadrato raccoglie l’essenziale per lavorare, lasciando fuori tutto ciò che normalmente associamo a un ufficio. Al loro posto entrano la luce, il vento e il movimento delle foglie.

Di fronte al costo crescente degli uffici a Monaco, Opposite Office ha scelto di ridurre la propria sede alla dimensione minima possibile, trasformando il problema dello spazio in un esperimento architettonico. Il Baumhaus Office non offre una soluzione universale al problema degli affitti e non pretende di trasformare ogni studio in una casa sull’albero; prende la questione dello spazio, la riduce fino alla sua misura minima e la rende visibile. Per lavorare, forse, serve molto meno spazio di quanto siamo abituati a pensare. A Weimar, quel poco spazio, si trova a qualche metro da terra, tra i rami di un albero.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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