Quando il volto diventa presenza: Ache77 e la sua alchimia tra materia, tempo e spiritualità urbana

Durante i miei viaggi in Italia ho spesso fatto tappa a Firenze. Solo tre anni fa, però, sono riuscito finalmente a conoscere di persona chi si celava dietro alcuni poster che ho fotografato per le vie della città. 

Mi ricordo perfettamente la prima volta che ho visto il volto di una donna su uno sfondo rosa appiccicato su una cabina elettrica: era inverno, pioveva e c’erano 2 gradi. Ricordo anche la posizione della cabina poiché la potenza dello sguardo trasmessa da quel volto mi ha colpito: era freddo e contemporaneamente profondo. A distanza di 10 anni ho avuto modo di parlarne con Ache77 e di farmi raccontare qualche particolare della sua storia artistica mentre lavorava ad un muro nel quartiere Isolotto (guarda caso, pioveva e faceva freddo).

Oggi Ache77 sta lavorando ad un nuovo progetto e ne ho approfittato per fargli qualche domanda.

Facciamo un focus sul percorso in strada: ho visto davvero tanti dei tuoi poster a Firenze e non solo, ma mi è sempre sembrato di vedere delle piccolissime differenze nello sguardo. Come se fossero delle microespressioni nascoste: è possibile questa cosa?

Sì, è possibile. Anzi, direi che è inevitabile.

Ogni sguardo che lascio in strada non è mai lo stesso, anche se la matrice è identica. È come se l’immagine respirasse il luogo in cui viene incollata. Il muro, la luce, l’umidità, il tempo che passa, perfino chi la guarda — tutto modifica impercettibilmente il volto. Quelle che chiami “microespressioni” sono forse il risultato di un processo più ampio: il dialogo tra materia e presenza.

A me interessa proprio questo: il momento in cui un volto smette di essere una riproduzione e diventa un essere. Ogni crepa, ogni colatura, ogni ossidazione aggiunge un’emozione che non avevo previsto. A volte è la città stessa che completa l’opera, come se Firenze — o chi passa di lì — restituisse un riflesso del proprio stato d’animo nello sguardo del poster.

È un po’ come se lo stencil fosse solo la partitura, ma la musica la suonasse il tempo.

Un altro dei tuoi progetti che spesso ho visto è quello caratterizzato da 1+1=1 ed anche in questo caso ricordo i poster. Qual è il motivo che ti ha spinto a scegliere il poster come mezzo principale per la riconquista degli spazi urbani?

Il poster è il mio modo di parlare direttamente al mondo, senza chiedere permesso. È fragile, temporaneo, vulnerabile — ma proprio per questo è vivo.

Mi interessa la sua natura effimera: un foglio che può sparire in un giorno o restare per anni, a seconda di quanto il luogo lo accoglie. È un gesto umano, quasi intimo, in una città che tende sempre più a cancellare ogni traccia di spontaneità.

Con 1+1=1 volevo ricordare che l’incontro tra due esseri non genera separazione ma unità. Il poster, in questo senso, è il veicolo perfetto: può apparire ovunque, tra la gente, nel caos, e creare un piccolo varco di presenza. È una formula alchemica, non matematica — due esseri che diventano uno solo, anche solo per un istante, attraverso uno sguardo.

Riconquistare lo spazio urbano non significa “occupare”, ma riattivare: restituire alle persone la possibilità di sentire che il muro gli parla.

Spostiamoci ora in un ambiente diverso: la galleria. Come sempre il passaggio di questa arte dalla strada alle pareti non è facile; eppure, ho sempre percepito nelle tue opere la stessa forza. Ho notato diverse opere realizzate con la tecnica dello stencil negli ultimi anni, sia in strada che in galleria, ma anche delle tecniche diverse…

Il passaggio dalla strada alla galleria per me non è mai stato un “trasferimento”, ma una trasmutazione. La strada è il luogo dove l’opera respira insieme al mondo. La galleria è dove la stessa energia viene concentrata, quasi distillata, per permettere a chi guarda di fermarsi e ascoltare davvero.

Negli ultimi anni ho sentito la necessità di superare la superficie del muro e toccare la materia. Ho cominciato a lavorare su bombolette spray svuotate, aperte e trasformate in lamine di metallo: lo strumento stesso dell’opera è diventato il supporto.

È un gesto di ritorno e di redenzione — come se ogni bomboletta, dopo aver “consumato” la propria voce in strada, potesse rinascere come reliquia.

Lo stencil resta una parte importante del mio linguaggio, ma ora dialoga con ruggine, ossidazioni, graffi, oro, ferro, specchi. È un alfabeto che cresce insieme a me, e che cerca di unire gesto, pensiero e spirito.

Il passaggio alla galleria non è un addomesticamento, ma un approfondimento: lo stesso fuoco, solo più raccolto.

“Ecce Homo, Ecce Eva” è il titolo del tuo nuovo progetto e sono curioso di capire dove ti porterà: mi puoi dare qualche anticipazione?

“Ecce Homo, Ecce Eva” è un percorso di riconoscimento. Un invito a guardarsi — e a ricordarsi.

Il progetto nasce da un lavoro di anni sul tema del volto e dell’identità. Ogni opera è un ritratto archetipico: più di 44 volti che rappresentano altrettante possibilità dell’essere umano, dal più fragile al più luminoso. “Ecce Homo” e “Ecce Eva” sono le due polarità di uno stesso sguardo: maschile e femminile, luce e ombra, materia e spirito.

Le opere sono realizzate su bombolette spray aperte e riutilizzate come superfici metalliche, con ruggine, oro, ferro e specchio. Ogni pezzo è una reliquia contemporanea, nata da un gesto di trasformazione — ciò che in strada era strumento diventa corpo dell’opera.

Il progetto sarà presentato a novembre 2025 a Street Levels Gallery (Firenze), con il testo critico a cura di Roberto Civetta , e rappresenta per me un punto di arrivo e di nuova partenza.

È un viaggio collettivo: “Quelli che si ricordano” non sono solo i volti dipinti, ma anche chi li osserva.

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