Prendersi cura del design: Salvatore Amura racconta il dietro le quinte di “Design I Care” alla Triennale

Durante la Milano Design Week 2025, la Triennale Milano ha ospitato Design I Care – Ci prendiamo cura del grande design italiano, un progetto ideato dalla Scuola di Restauro di Botticino con il sostegno di Fondazione Cariplo. Per un’intera giornata, il pubblico ha potuto assistere dal vivo al lavoro degli studenti della Scuola, impegnati nel restauro conservativo di celebri icone del design italiano. L’iniziativa, giunta alla sua seconda edizione, ha trasformato uno spazio espositivo in un laboratorio aperto, offrendo un’occasione unica per scoprire da vicino le fasi del restauro: dallo studio dei materiali alla redazione dei condition report, dagli interventi di pulitura alla manutenzione preventiva. Protagonisti, alcuni dei pezzi simbolo del Made in Italy, come la Lexicon 80 di Olivetti, la Callimaco di Sottsass e la Taraxacum dei Castiglioni, tutti parte della collezione permanente del Museo del Design Italiano.

Attila courtesy Triennale Milano ph Federico Manusardi

Proprio in questa occasione abbiamo incontrato Salvatore Amura, Amministratore Delegato di Valore Italia e tra i promotori dell’iniziativa, per farci raccontare più da vicino la genesi del progetto, la visione educativa che lo guida e il valore culturale e sociale della cura del design.

Ne è nata un’intervista che riflette non solo sulla tecnica del restauro, ma anche sull’importanza di trasmettere alle nuove generazioni il rispetto per un patrimonio che è allo stesso tempo estetico, materiale, e simbolico.

Com’è nata l’idea dell’iniziativa Design I Care?

“Design I Care” nasce dalla volontà di sensibilizzare il pubblico sull’importanza e la necessità di prendersi cura del grande patrimonio del design italiano. Un patrimonio che significa collezioni tra le più importanti al mondo, oggetti che oggi rappresentano un valore storico e culturale per l’intero Paese. Il nostro obiettivo è raccontare alle migliaia di visitatori che attraversano la Triennale cosa significa realmente “conservare” il design.

Abbiamo usato una metafora molto semplice: se ci piace vedere gli oggetti musealizzati al piano di sotto, qualcuno al piano di sopra deve prendersene cura. Parliamo di oggetti degli anni ’40, ’50, ’60, ’70 – quindi hanno almeno cinquant’anni – e molti sono fatti con materiali fragili: plastica, vetro, legno, resina, tessuti. È evidente che questi oggetti necessitano di interventi di restauro.

Lexikon 80 courtesy Triennale Milano ph Amendolagine Barracchia

In cosa consiste il lavoro che svolgete? Quali sono le fasi?

Il nostro progetto si muove su due direttrici. La prima è quella dello studio e dell’analisi, come sempre accade nel restauro: si identifica la tipologia dell’oggetto, si analizzano i materiali, la composizione chimica, le necessità specifiche. La seconda è l’intervento vero e proprio, prima mettendo in sicurezza l’oggetto, poi pianificando un restauro che consenta una conservazione a lungo termine, magari attraverso tecniche di restauro preventivo.

Che tipo di restauro effettuate? È di tipo conservativo?

Assolutamente sì, si tratta sempre di restauro conservativo. Seguiamo criteri molto rigorosi, nel pieno rispetto dell’identità dell’oggetto e delle intenzioni del progettista. Non modifichiamo né la costituzione, né la funzione, né l’estetica dell’opera. Gli interventi riguardano pulizia, consolidamento, manutenzione – l’obiettivo è preservare, mai alterare.

Come si approccia la Scuola di Restauro di Botticino al mondo del design?

È una sfida molto interessante. Tradizionalmente, la nostra scuola si occupa di restauro dell’antico: quadri, tappeti, mosaici, statue, capitelli. Oggi però ci confrontiamo sempre di più con il contemporaneo – sia arte che design – e vogliamo che i nostri studenti abbiano una preparazione che vada oltre l’ambito classico. Forniamo loro più “attrezzi nella cassetta”, più strumenti e conoscenze per affrontare una varietà di materiali e contesti, anche quelli meno esplorati fino ad oggi.

Callimaco courtesy Triennale Milano ph Amendolagine Barracchia

La scuola ha percorsi diversi per i diversi ambiti del restauro?

Sì, la legge italiana è molto chiara su questo. La nostra è una laurea magistrale quinquennale, articolata in tre indirizzi: uno per i materiali lapidei, uno per i materiali tessili e uno per i dipinti su tela. Se ti occupi di un settore, non puoi intervenire sugli altri. Ma all’interno di ciascun percorso offriamo una formazione teorica molto solida, accompagnata da un’ampia attività pratica. Abbiamo studenti in stage e tirocini presso istituzioni come il Louvre, la Pinacoteca di Brera, il Museo Egizio di Torino, i Musei Civici di Brescia, e anche collaborazioni internazionali, da Prada a New York fino a Washington.

Il workshop in Triennale è stato solo per un giorno?

Sì, la giornata alla Triennale rappresenta il primo step di un progetto più ampio. Dopo l’estate inizierà la fase operativa, dove interverremo su una quindicina di oggetti che entreranno nei nostri laboratori. Alcuni di questi diventeranno veri e propri progetti di tesi di laurea, un approccio ancora raro in Italia nel campo del design. È un grande motivo d’orgoglio per noi.

Algol 11 courtesy Triennale Milano ph Amendolagine Barracchia

Com’è stato il coinvolgimento dei giovani?

Oggi in laboratorio c’erano ragazzi e ragazze di vent’anni. Quello che colpisce è la loro motivazione, la concentrazione, il rispetto con cui si approcciano a questi oggetti. Spesso i media tendono a raccontare i giovani con una narrazione negativa, ma esperienze come questa dimostrano il contrario. Qui ci sono giovani che si prendono cura del patrimonio culturale italiano, che sia un quadro, un affresco, un mosaico o una radio Brionvega. Ed è bellissimo vedere questa consapevolezza, questo senso di responsabilità. È un messaggio potente e positivo, che merita di essere raccontato.

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