Non è frequente imbattersi in una serie capace di mantenere il pubblico con il fiato sospeso e che, episodio dopo episodio, riesce a trascinare gli spettatori attraverso trame via via più complesse e avvincenti, scandite da un ritmo settimanale perfetto per dosare al meglio rivelazioni e tensioni che amplificano la curiosità invece di esaurirla.
In questa scia si colloca Pluribus, serie Apple firmata da Vince Gilligan (Breaking Bad), che ci porta in una realtà distopica dove è la felicità, apparente, ad essere l’inferno da cui la protagonista vorrebbe fuggire. Siamo ad Albuquerque. La scrittrice Carol Sturka, interpretata da Rhea Seehorn, scopre di essere una delle pochissime persone al mondo ad essere immune a un virus che ha contagiato l’intero globo terrestre, un virus extraterrestre che ha trasformato l’intera umanità in una mente collettiva, gentile, pacifica, inerme, positiva. Lei e altre undici persone sono immuni a questo virus e non c’è nessuno che, per ora, riesce a spiegarselo.

Nella fase di transizione che ha portato l’intera umanità dal possedere una propria individualità ad appartenere ad un’unica mente alveare, Helen, la compagna di Carol, muore. Furiosa da tutto ciò che le è accaduto, compresa ovviamente la perdita improvvisa della sua compagna, Carol viene avvicinata da Zosia, inviata per spiegarle cosa sta succedendo alle persone che conosce, e per aiutarla a comprendere al meglio lo stato delle cose. Zosia le spiega che adesso tutti gli esseri umani condividono un’unica coscienza, tutti sono archivi viventi, contenitori dei ricordi di tutti, compresi quelli di Helen. Carol non accetta quello stato di pace diffuso: è determinata a risolvere il mistero di questo virus e a scoprire se esiste un modo per ribaltare la condizione dell’umanità, per permettere ad ognuno degli esseri umani contagiati di possedere nuovamente una propria coscienza, esattamente come prima.
Pluribus è una serie molto interessante che mette a fuoco un’idea paradossale: una felicità collettiva imposta che somiglia più a una cancellazione dell’individualità che a un trionfo della concordia. La regia e la scrittura preferiscono l’intreccio sottile alla spiegazione immediata, e così la serie mantiene un grado di mistero che, puntata dopo puntata, ci consegna una storia tortuosa, piena di colpi di scena, mai scontata.
Pluribus non predilige l’azione frenetica; costruisce la tensione dosando frammenti di verità, conflitti e suggestioni visive. A intrigare è soprattutto il modo in cui la serie mette in scena il dissidio tra il desiderio umano di appartenenza e la paura di perdere sé stessi: la mente collettiva è presentata come un luogo di pace assoluta, quasi seducente nella sua assenza di dolore, eppure, proprio per questo, profondamente inquietante. Il mondo di Pluribus si espande, mostrando comunità intere trasformate in organismi armonici, città che funzionano come un unico grande corpo, e gli immuni, sempre più isolati, costretti a confrontarsi con la paura di essere le ultime scintille di un’umanità che non esiste più.

Il riferimento a L’invasione degli ultracorpi è evidente, romanzo del 1954 che ha avuto una sua celebre trasposizione omonima del 1956 diretta da Don Siegel. Nel romanzo scritto da Jack Finney l’invasione aliena riguardava la duplicazione degli esseri umani e la sostituzione precisa delle copie extraterrestri con le originali terrestri, con la differenza che le copie erano incapaci di provare sentimenti.
Nella serie di Gilligan, la protagonista è incapace di avere una relazione pacifica con quelli che lei considera meri contenitori umani, e li tratta malissimo anche quando loro vogliono solo il suo bene. Si preoccupano sistematicamente di darle da mangiare, di tenerla idratata, e che non si faccia male usando oggetti pesanti, tentando di renderla felice anche saudendo i suoi desideri più inverecondi e assurdi, come possedere una granata, o addirittura una bomba nucleare.
Per Carol la questione del libero arbitrio è fondamentale, non cede mai, neppure davanti all’assenza di violenza del mondo, neppure davanti al cessare di tutte le guerre e i conflitti. Dal momento in cui il virus ha preso piede sulla Terra, omicidi, risse, rapine, tutto ciò che era ferocia e sopraffazione sono scomparse. Ma Carol non cede e non smette di vivere la loro presenza come un’enorme inganno, come qualcosa di terribilmente sbagliato. Quello che lei osserva e vede è un mondo che somiglia a una realtà estremamente conformista, mai un posto libero da ogni forma di abusi e brutalità.
Pluribus è una delle opere più audaci della serialità recente, un racconto che interroga lo spettatore su cosa significhi davvero essere umani quando la sofferenza è cancellata e con essa anche la possibilità di scegliere. Vince Gilligan affida a Carol il compito doloroso e ingrato di difendere l’irriducibile complessità dell’individuo.


