Perché i tagli al Fondo per lo sviluppo del cinema e dell’audiovisivo mettono a rischio un intero sistema culturale

Il dibattito pubblico italiano si trova oggi di fronte a una frattura attorno alla produzione cinematografica e audiovisiva. L’equilibrio si è spezzato nel momento in cui il ministero della Cultura, guidato da Alessandro Giuli, ha deciso di ridurre in modo significativo le risorse destinate al Fondo per lo sviluppo del cinema e dell’audiovisivo: uno strumento vitale che sostiene un ecosistema fragile e capillare, composto da migliaia di professioni, territori e linguaggi. Le nuove scelte di bilancio hanno acceso un allarme che riguarda il ruolo stesso della cultura nella costruzione di una società consapevole e coesa e non soltanto l’ambito artistico.

I dati parlano chiaro: il Fondo, istituito nel 2017, pari a 696 milioni di euro annui, è attualmente oggetto di un forte ridimensionamento: la legge di bilancio prevede una riduzione di 150 milioni nel 2026 e 200 nel 2027. Tagli già rilevanti, ma che appaiono quasi “contenuti” alla luce delle rivelazioni emerse da una mail del 17 ottobre – resa nota da Repubblica – in cui il ministero indicava al MEF la possibilità di abbattere addirittura 240 milioni nel 2026 e 300 nel 2027. 

Solo l’intervento dei funzionari dell’Economia ha limitato l’entità della manovra. Giuli ha giustificato la scelta come necessaria per proteggere il “cuore del dicastero”, identificato nei beni culturali tradizionalmente intesi: musei, archivi, siti archeologici. Una giustificazione che però si fonda su una contrapposizione artificiosa. La cultura non è un mosaico di compartimenti stagni ma un ecosistema interdipendente, in cui cinema, patrimonio, arti visive, editoria e formazione alimentano reciprocamente vitalità, immaginario e partecipazione.

Il cinema italiano non è soltanto un settore produttivo: è un linguaggio collettivo, un luogo di costruzione di sguardi e identità, un laboratorio che tiene insieme un intero sistema. Negli ultimi anni ha dimostrato una sorprendente capacità di rigenerarsi tra opere prime, documentari sperimentali, progetti indipendenti e produzioni territoriali che hanno trovato spazio grazie a un sistema di sostegno pubblico che ha riconosciuto la centralità della diversità. 

Questa pluralità non è un lusso: è la condizione minima per far nascere nuovi autori e nuovi linguaggi. Il problema non è solo il taglio dei fondi: il settore arriva già indebolito da riforme frenanti, revoche improvvise del tax credit e nuove restrizioni fiscali che aumentano l’urgenza di liquidità. Queste misure colpiscono in modo asimmetrico: le produzioni più grandi hanno margini per assorbire gli urti, ma le piccole realtà — che costituiscono il tessuto creativo del cinema italiano — rischiano di fermarsi. Per chi lavora con budget ridotti, affidandosi a bandi, valutazioni e interventi del sistema bancario, l’incertezza non è un fastidio ma una minaccia esistenziale.

Eppure proprio le imprese indipendenti sono quelle che garantiscono la vitalità linguistica del settore, l’emergere di nuovi sguardi, la costruzione di un pubblico non omologato. 

In un contesto globale dominato da algoritmi di piattaforma e logiche di mercato puro, abbandonare il sostegno pubblico significa consegnare l’immaginazione collettiva a criteri commerciali standardizzati, spesso estranei alle specificità culturali e sociali italiane. È un impoverimento che riguarda tutta la filiera: autori emergenti senza spazi di sperimentazione, scuole di cinema e laboratori territoriali che rischiano di scomparire, festival costretti a ridurre programmazioni, tagliare sezioni di ricerca, comprimere attività educative. 

Si tratta di un effetto domino i cui danni si propagano ovunque, colpendo non solo le opere ma soprattutto le persone. Tecnici del suono, elettricisti, operatori, montatori, costumisti, scenografi, assistenti alla regia e decine di altre professionalità altamente specializzate vivono già condizioni lavorative segnate dalla discontinuità. 

Secondo il movimento “Siamo ai titoli di coda”, sono circa 100.000 i posti di lavoro a rischio nel 2025. La natura intermittente dei contratti rende difficile ogni forma di tutela collettiva e da anni il settore chiede il riconoscimento giuridico della discontinuità lavorativa e un sistema di welfare adeguato: senza politiche specifiche, intere stagioni produttive rischiano di dissolversi.

A rendere il taglio ancora più paradossale è l’effetto moltiplicatore del tax credit (il principale incentivo fiscale che restituisce una quota delle spese sostenute dalle produzioni). Questi strumenti non sono sussidi passivi: generano investimenti privati, attirano produzioni internazionali, creano lavoro nei territori e alimentano un indotto che coinvolge alberghi, ristorazione, trasporti, artigiani e servizi locali. Studi diversi stimano che ogni euro investito produca fino a 3,5 euro di ricadute economiche. Mentre molti Paesi europei potenziano gli incentivi per conquistare quote del mercato audiovisivo globale, ridurre gli strumenti italiani significa rinunciare a una posizione costruita in anni di politiche lungimiranti.

Ma oltre all’economia c’è una dimensione simbolica e sociale che non può essere ignorata. Il cinema è una pratica comunitaria, un modo per raccontarsi, interrogarsi, costruire memoria. Le immagini non sono semplice intrattenimento, ma dispositivi di senso che danno forma agli immaginari condivisi. Ridurre gli strumenti che rendono possibili tali narrazioni significa indebolire la capacità di una comunità di comprendere sé stessa e la perdita più grave, infatti, non è la diminuzione del numero di film prodotti, ma la progressiva omologazione dello sguardo: un panorama narrativo appiattito, incapace di porre domande, generare conflitto simbolico, rappresentare il presente nelle sue fratture e nelle sue possibilità.

Per questo difendere il Fondo per il cinema e l’audiovisivo non è una rivendicazione corporativa ma una richiesta di responsabilità istituzionale. Servono politiche che riconoscano il cinema come infrastruttura culturale, non come appendice del mercato. Servono strumenti funzionanti, tempi certi, continuità per festival e rassegne, tutela per le sale indipendenti, sostegno ai percorsi formativi, valorizzazione della diversità artistica. Servono, soprattutto, visioni di lungo periodo.

Investire nel cinema significa investire nella possibilità di un immaginario plurale, riconoscere che la cultura non prospera nella scarsità, ma nell’attenzione. È affermare che il cinema non è un bene privato, ma una risorsa collettiva: un luogo di comunità, un laboratorio di visioni, una forza critica che attraversa la società e la rende più viva, più complessa, più consapevole. 

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