In principio era la luce. Da Caravaggio, che la usa per incidere le forme nel buio e caricarle di una tensione quasi metafisica, fino agli Impressionisti che la dissolvono nel colore, ai tagli di Lucio Fontana che aprono lo spazio oltre la superficie, alle installazioni fluorescenti di Dan Flavin e agli ambienti percettivi di James Turrell e Olafur Eliasson, la storia dell’arte moderna e contemporanea può essere letta come una lunga, ostinata indagine sulla luce, intesa non più come semplice mezzo della visione ma come sua stessa sostanza. Non c’è da sorprendersi, allora, se PARMA 360 Festival della Creatività Contemporanea, giunto alla sua decima edizione, scelga proprio la luce come asse portante del progetto 2026. Fino al 2 giugno, la città si trasforma ancora una volta in un sistema diffuso di mostre e interventi, confermando una formula che negli anni ha saputo evitare tanto la dispersione quanto l’autoreferenzialità, costruendo invece un equilibrio non scontato tra ricerca, divulgazione e relazione con il territorio. Curato da Chiara Canali e Camilla Mineo, il festival arriva al traguardo del decennale con una fisionomia ormai definita: non una semplice rassegna, ma un progetto capace di attivare la città, riaprire spazi, mettere in circolo energie.
Il tema LUX. Visioni sulla luce non viene trattato come una categoria generica, ma come un campo operativo. La luce qui non è decorazione né pretesto, è ciò che costruisce e destabilizza l’immagine, ciò che rende visibile e insieme sottrae. In questo senso, il festival funziona come una costellazione di approcci diversi, che si tengono insieme proprio perché condividono una stessa tensione: spingere lo sguardo oltre le sue abitudini, sottraendolo al consumo rapido delle immagini e costringendolo a soffermarsi su ciò che non si lascia esaurire subito, dove la visione rallenta, si incrina, smette di confermare ciò che già sappiamo e lascia affiorare l’incertezza che ogni immagine porta con sé.

Alla Galleria San Ludovico, la mostra Morphology Light. Viaggio nella forma della luce offre una delle chiavi più interessanti per entrare nel senso complessivo del festival. Protagonista è Antonio Barrese, figura centrale ma non sempre sufficientemente riconosciuta della sperimentazione artistica italiana del secondo Novecento, attivo fin dagli anni Sessanta nell’ambito dell’arte programmata e cinetica e tra i fondatori del Gruppo MID (Mutamento Immagine Dimensione). La sua ricerca si colloca in un territorio di confine tra arte, design e scienza, e ha sempre avuto come fulcro la luce intesa non come effetto, ma come fenomeno fisico e struttura percettiva. Le opere in mostra – dalle sperimentazioni storiche fino ai lavori più recenti come Big e Mini Shining – rendono evidente la coerenza di questo percorso: la luce diventa una vera e propria materia plastica, capace di costruire spazi immateriali e di modificare radicalmente la percezione dell’ambiente. Rifrazione, riflessione, interferenza non sono qui elementi decorativi, ma strumenti attraverso cui l’opera prende forma e si trasforma. Lo spettatore non è mai esterno: è parte attiva di un processo in cui ciò che si vede cambia continuamente, mettendo in crisi ogni automatismo dello sguardo.

Poco distante, a Palazzo Pigorini, il registro cambia in modo netto. La mostra Il fiume Po. Scritture di luce di Michael Kenna introduce una dimensione più lenta, quasi meditativa. Fotografo inglese tra i più riconosciuti a livello internazionale, Kenna lavora da decenni sul paesaggio attraverso immagini in bianco e nero costruite con tempi di esposizione spesso lunghi e una grande attenzione alle condizioni atmosferiche. Il ciclo dedicato al Po, realizzato tra il 2007 e il 2019, nasce da una frequentazione prolungata del territorio e da un rapporto progressivamente più intimo con il fiume. Le fotografie esposte – settanta scatti selezionati da un corpus più ampio – restituiscono un paesaggio sospeso, fatto di nebbie, riflessi, cieli lattiginosi, orizzonti rarefatti. La luce, qui, non costruisce effetti spettacolari né contrasti drammatici: si deposita, affiora, diventa una traccia sottile che guida lo sguardo senza mai imporsi. Ne emerge una visione lirica, più vicina alla memoria e alla percezione interiore che alla descrizione documentaria, in cui il paesaggio diventa puro spazio mentale. Il Po non è più soltanto un soggetto, ma una presenza, quasi un interlocutore silenzioso.

Nello stesso Palazzo, la compresenza di più progetti consente di affrontare la luce da angolazioni differenti. Con Quadrifluox, a cura di Piergiuseppe Molinar, l’inchiostro fluorescente diventa il punto di partenza di una riflessione radicale: non più supporto che assorbe la luce, ma materia che la genera. Sotto luce di Wood, le opere cambiano stato, rivelano livelli nascosti, trasformano la superficie in un campo instabile. La stampa si emancipa dal suo statuto tradizionale e diventa un linguaggio autonomo, in cui la luce è parte costitutiva dell’immagine.
Accanto a questa ricerca, Una nuova luce e la selezione di Draw the Light portano il discorso, come ogni anno, sul terreno dell’illustrazione contemporanea. Artisti come Jean Mallard, Clément Thoby e Florian Pigé lavorano sulla luce come principio narrativo, capace di costruire atmosfere, profondità, sospensioni. Nella collettiva, la domanda si fa esplicita: è possibile disegnare la luce? Le risposte, diverse e spesso divergenti, mostrano come essa possa diventare struttura dell’immagine, non semplice effetto.

Al Torrione Visconteo, il progetto Del Sublime del duo ES (Nicola Evangelisti e Silvia Serenari), in dialogo con le composizioni sonore di Nicola Evangelisti, costruisce un ambiente immersivo in cui luce e suono si intrecciano lungo un percorso verticale. I rosoni luminosi, le variazioni percettive, la relazione tra tecnologie digitali e suggestioni simboliche danno forma a un’esperienza che tende a superare la dimensione puramente visiva, coinvolgendo lo spettatore in una percezione più ampia, quasi fisica.

È però alla Casa del Suono che il festival affronta uno dei suoi passaggi più decisivi. Synthetic Horizons. Nuove geografie dell’intelligenza artificiale, a cura di Chiara Canali, introduce il tema della luce nel contesto della produzione algoritmica delle immagini. Gli artisti coinvolti – Andrea Crespi, Ex.Favilla, Hariel, Manuel Macadamia, Svccy, Vandalo Ruins – appartengono a una generazione per cui l’intelligenza artificiale non è uno strumento tra gli altri, ma un ambiente di lavoro e di pensiero.

Le opere in mostra – tra video, installazioni immersive, macchine sonore e narrazioni transmediali – non si limitano a utilizzare l’AI, ma ne interrogano tutte le più diverse implicazioni. Hariel mette in crisi il linguaggio cinematografico attraverso un film generato da algoritmi; Andrea Crespi costruisce un autoritratto instabile, sospeso tra presenza e simulazione; Ex.Favilla lavora su una memoria che non è più soltanto umana ma anche algoritmica; Macadamia sviluppa un universo narrativo espanso in cui il tempo diventa flusso condiviso; Svccy coinvolge il pubblico nella generazione di immagini in tempo reale; Vandalo Ruins trasforma le voci dei visitatori in un archivio sonoro collettivo.
Ciò che emerge è una zona di instabilità in cui l’immagine perde la propria origine certa. La luce, in questo contesto, si traduce in dato, in flusso digitale, in immagine generata. Non illumina il mondo: lo ricostruisce. È forse qui che il festival mostra con maggiore chiarezza la propria capacità di tenere insieme tradizione e presente, facendo dialogare la luce come fenomeno percettivo con la sua trasformazione in linguaggio tecnologico, creativo, immaginativo. Intorno a questi nuclei, il festival si estende nel circuito OFF e nei diversi spazi della città, confermando una vocazione ormai consolidata: Parma non come semplice contenitore, ma come parte attiva del progetto. Luoghi storici, architetture, spazi dismessi vengono riattivati e messi in relazione con le opere, costruendo un percorso che attraversa la città e ne modifica temporaneamente la percezione.
Dopo dieci anni, Parma 360 mostra così una qualità non scontata: quella di un progetto che ha saputo crescere senza irrigidirsi. La luce, scelta per questa edizione, non è un tema celebrativo, ma un terreno di confronto che attraversa tutte le mostre, mettendo in relazione pratiche diverse e spesso lontane. Non viene mai davvero definita, e proprio per questo continua a funzionare: come qualcosa che illumina e insieme sfugge, che rende visibile ma non si lascia mai del tutto afferrare. Proprio come avviene, in fondo, con l’arte in tutte le sue accezioni.


