In queste settimane Omar Galliani è protagonista di un duplice appuntamento espositivo che racconta, in due diverse declinazioni, la sua inconfondibile idea del disegno come soglia fra il visibile e l’invisibile.
A Verbania, nelle sale del Museo del Paesaggio, è in corso la mostra Alla riscoperta di un volto. Omar Galliani per Paolo Troubetzkoy, curata da Vera Agosti: un progetto site-specific che nasce dal dialogo ideale con lo scultore italo-russo Paolo Troubetzkoy (1866–1938), raffinato interprete della Belle Époque e tra i più celebrati ritrattisti del suo tempo, noto per la sua capacità di tradurre in bronzo la vibrazione luminosa e psicologica dei soggetti.
Al centro dell’esposizione la celebre Ballerina di Troubetzkoy, reinterpretata da Galliani in una monumentale tavola di due metri per due, concepita come una sorta di costellazione grafica, dove il corpo femminile diventa emblema cosmico di grazia, leggerezza e metamorfosi. Attorno a questa figura si dispiega un racconto che intreccia la memoria della scultura novecentesca con l’energia del disegno contemporaneo, in un viaggio che – come sottolinea la curatrice – “dall’ombra conduce alla luce”, secondo la simbologia alchemica della nigredo e dell’albedo.
In parallelo, a Cremona, la Galleria Pierpaolo Mangano presenta una selezione di lavori su carta realizzati dal 1979 al 2025, e numerosi inediti a matita o a pastello, parte del ciclo Nuovi Angeli, che dà il titolo alla mostra. Un tema classico che intreccia riflessioni tra sacro e profano, tra storia dell’arte e presente, in un tempo complesso e distopico o, come suggerisce l’artista, “un sogno perpetuo”, proprio come i suoi disegni.
Abbiamo rivolto alcune domande a Omar Galliani per approfondire il senso di questo doppio ritorno al disegno, alla materia della carta e alla spiritualità del segno.

Omar, tu sei considerato un maestro della grafite: che funzione ha il disegno nel tuo lavoro?
Il mio disegno a grafite su tavola non si piega alle regole del foglio ma evade e trascina le muscolarità del braccio su dimensioni spericolate. A differenza dei pastelli o degli inchiostri la punta della matita ha una sezione minima per affondare nella morbidezza del pioppo. La grafite è carbonio puro, la tavola su cui disegno è morbida polpa bianca. L’incontro alchemico tra basso (grafite dal sottosuolo) e l’alto dei pioppi (solarità verticale) costituiscono l’assolo del mio disegnare. Il soggetto poi si nutre di questi elementi condividendone venature, scheggiature , invecchiamento del supporto.
E come nascono questi nuovi progetti in cui il lavoro su carta torna ad essere protagonista? Nella mostra di Cremona, il tema prevalente è quello dei “nuovi angeli”: come mai l’attenzione verso la figura dell’angelo?
Già da tempo i miei “angeli “circolavano su fogli o tavole di legno. Ogni tanto qualcuno li vede e si accorge della loro persistenza nella mia opera. La galleria Mangano aveva già in precedenza acquistato un’ala, Blu dell’Angelo, opera del 1982, un pastello su carta di riso più inchiostro di grandi dimensioni cm. 70 / 185. Questo e altri voli ricordano e omaggiano in questa mia personale un nome, “Stefania “. Le ali dell’angelo notoriamente guidano e accompagnano sogni o addii. Credo che La galleria abbia scelto una mostra di sole carte per sottolineare la carezza che risiede nel gesto del “fare” su carta. Le mie carte d’oriente e occidente mantengono vive le fibre del riso, della seta, di numerosi fiori, delle rose in particolare. Le carte profumano anche dopo tanti anni mantenendo vivo il ricordo delle geografie da cui provengono, laghi, radure, fiumi, aria, terra. Sono convinto che anche questi dettagli olfattivi e geografici abbiano concorso nella scelta della famiglia Mangano per una mostra di soli angeli su carta.

Qual è il tuo rapporto con la dimensione del sacro?
Il sacro è trattenuto nel respiro e nella postura del mio corpo durante la stesura dei grandi disegni. La preghiera si amplifica nel segno ripetuto migliaia di volte. Litania del fare. Non ho avuto una formazione religiosa e questo mi ha sicuramente aiutato a rintracciare il sacro al di là delle convenzioni febbricitanti delle religioni. Le opere possono avvicinarci al sacro in virtù della propria forza evocativa, mute, in silenzio. Il sacro non dice, è silenzio, obbedienza cosmica. Non cercate il sacro. Cercare il sacro significa spegnere il… fuoco… che lo alimenta.
Quale carte e pastelli utilizzi?
Le carte di riso, i filamenti di cotone o seta intrisi di petali o spine di rosa sono le carte che vorrei sempre portare con me. I pastelli sono fatti di polvere con una goccia di colla, sono fragili, polverosi e per questo misteriosi dove soltanto un alito del tuo respiro o di un vento improvviso possono modificare o cancellare il tuo disegno.

Perché le tue eteree creature femminili hanno gli occhi chiusi?
In un tempo dove tutti hanno gli occhi aperti sul “nulla” chiudo gli occhi. Palpebra del sentire, nervo ottico del vedere senza guardare. Interiorità dei nuovi santi. Iconografie del sentire. Percorsi interiori. Sortilegi del divenire. Rabdomanzie del cercare. Il mio invito corre sui volti esausti di mercati artificiali, di promesse evase in nome di facili e pericolosi traguardi estetici o tecnologici.
Nel tuo lavoro prediligi linee scure, il contrasto tra bianco e nero, ma nelle nuove carte esposte in mostra hai utilizzato il pastello blu, cosa significa questa fuga verso il colore simbolo dell’infinito?
Il mio blu anela al superamento del tragico e si nutre dei manti di mille Marie in trono o dei panni di cherubini festanti. Beato Angelico, Giotto, Simone Martini, Yves Klein.

Chi sono i tuoi angeli custodi?
Non conosco i nomi dei miei Angeli custodi ma so che esistono e un giorno li potrò contare.
Procedi per antinomie bianco e nero, pieno e vuoto, presentazione e rivelazione, casualità e contestualità, astrazione e figurazione, cos’è l’arte per te nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale?
L’intelligenza artificiale si nutre del già detto a cui aggiunge un ignoto tecnologico e un campo esperienziale che sembra possa sostituirsi al già visto, conosciuto. Il lasso di tempo che ci divide dall’invenzione della carriola all’intelligenza artificiale è ancora troppo breve, rischiamo di farci male.
Qual è il tuo sogno?
Vorrei un sogno che sogni se stesso, un sogno perpetuo come i miei disegni.




