Nu Genea: il nuovo album “People of the Moon” è un fenomeno Mediterraneo

Un groove scialla, un funk anni ’70 e acustiche polistrumentali: torna il sound dei Nu Genea, e i musicisti e dj napoletani non potrebbero essere più innovativi. A quattro anni dall’uscita del loro ultimo progetto musicale, Massimo di Lena e Lucio Aquilina lanciano People of the Moon. Un’inedita prospettiva da cui osservare, una nuova occasione per ballare.

Già otto anni fa, il loro intento era chiaro: l’album Nuova Napoli era un incitamento. Il regalo ad una città meravigliosa e ispiratrice, ancora in difficoltà, tuttavia, nello scrollarsi di dosso i solchi di una storia che l’aveva vista passare da reietta a troppo cool, troppo in fretta. I Nu Genea rigettavano una narrazione fatta di stereotipi – qualunque essi fossero – e trasformavano il paesaggio sonoro della città nella loro arte: il dialetto diviene riff, gli scugnizzi fanno da intro, irriverenti scherni si vestono da vocables. Je vulesse passa da struggente poesia di Eduardo De Filippo a memento vivi dei contemporanei. 

Pur cambiando nel tempo, la loro identità visiva, forte e chiara, è rimasta coerente. Racconta di un progetto più ampio portato avanti con creatività, cura e sensibilità. Nell’immagine di copertina di Nuova Napoli, Guglielmo Corduas aveva optato per una scelta monocromatica: in una città desaturata, lo skyline partenopeo si trasformava in bonghi e tamburelli, una scelta in controtendenza per la città d’o mare e d’o sole. Il font retrò, in antitesi al titolo dell’album, suggeriva un ossimoro visivo: dovevamo forse iniziare a riconsiderare il modo in cui raccontavamo Napoli?

Retro travel-poster style album cover for Nu Genea Mediterraneans: sun with dotted rays, palm tree, blue sea with waves, red landmass on the right, seagulls and decorative patterns.

A palesare la visione del duo è, poi, Bar Mediterraneo (2018): qui, Napoli è sì un punto di riferimento, ma non egoriferito. La città è un porto, attracco e partenza da e verso culture abbracciate dallo stesso mare. Innumerevoli influenze e caratteristiche ballano e bevono al ritmo di travolgenti intuizioni di chitarre morbide e percussioni latine. È la svolta di una consapevolezza che non aveva più dubbi: la città era una chiave di lettura per raccontare commistioni, influenze, substrati culturali. La grafica, a cura di Riccardo Corda, diviene esotica, calda, suadente. La natura si muove al ritmo della musica, in un panorama colorato con filtro vintage, nella quale spuntano elementi architettonici arabeggianti, come le cupole rosse che sembrano citare la Chiesa di San Cataldo a Palermo. Tutto l’album è un mix di lingue e dialetti che si susseguono senza che vi sia distinzione nettamente percettibile: Marechià, uno dei maggiori successi, è in collaborazione con la cantante francese Célia Kameni. In Gelbi il featuring è con Marzouk Mejri e Nadia Hmaidan, entrambi arabo-tunisini.

I Nu Genea si pongono in continuità con una tradizione musicale le cui radici vanno dalla celebre Tammurriata Nera a Renato Carosone – basti pensare a Caravan Petrol – fino a James Senese e ai suoi jazz-blues napoletani. Nel 2002 Eugenio Bennato scriveva “Andare, andare alla stessa festa / Di una musica fatta di gente diversa / Da Napuli, che inventa melodia / Aux tambours de l’Algérie” (Che il Mediterraneo sia). Tra gli anni ’70 e ’80, il fratello Edoardo aveva parlato della Napoli periferica, della sua Bagnoli, dell’infinita storia dell’Italsider: era il portavoce di una città amaramente disillusa, che aveva fede solo nel miracolo di un’utopia. Negli anni ’90, Pino Daniele prendeva questa eredità trasformandola in sentimento, malinconia, nostalgia: già nel 1977, Napule è parlava di sensibilizzazione, impegno, dignità. Un’ammissione di colpa sul fallimento del bene comune, per il quale, però, si intravedeva una speranza: nel 1995 e nel 2001, il cantante pubblicava rispettivamente Non calpestare i fiori nel deserto e Medina: due album la cui prospettiva non lasciava più spazio all’autocommiserazione e vedeva l’opportunità di ciò che Napoli aveva sempre avuto da offrire, resilienza e permeabilità.

Album cover with peach background, a large pale circle partly overlapped by a yellow crescent on the right, and curved pink script reading 'George of the Moon' above the circle.

People of the Moon ha colori di sabbia, una Luna crescente da Mille e una Notte e un lettering trascinato di ispirazione araba. Supera confini fisici e ostacoli mentali, punta il dito verso il cielo, organizza una festa a cui il mondo intero – e non solo – può partecipare. E lo fa comunicando in modo immediato, con post del tipo “Uè! It’s almost time…the landing of People of the Moon is getting closer”. Dopo il lancio del singolo “Sciallà“, il primo maggio l’album completo si è rivelato un viaggio internazionale verso orizzonti ancora da scoprire, suoni da scovare, amicizie da fare. Il ritmo dei Nu Genea continua ad ispirare l’immaginario di un’identità verace ma non folkloristica. Nei loro brani, c’è una Napoli che con ottimismo e coscienza si lancia intrepida verso una nuova percezione di sé: quella parte della città, tra cambiamento e rivoluzione, si riconosce nella loro musica. “Genea” viene dal greco: vuol dire nascita, rigenerazione. Non resta che ascoltare le nuove correnti del Mediterraneo.

Poster for 'No Curves' solo show with a Mona Lisa portrait wearing neon yellow virtual-reality style goggles, set in a vivid geometric collage; includes dates and venue details (free admission).
CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

Newsletter

Follow us

Scelti per te

Strange Rules a Palazzo Diedo: la Protocol Art tra tecnologia, partecipazione e nuove regole della creazione

Questa è la riflessione al centro di Strange Rules, prima esposizione in Italia sulla Protocol Art, a cura dell’artista e ricercatore tecnologico Mat Dryhurst, della musicista elettronica Holly Herndon, da Hans Ulrich Obrist con Adriana Rispoli. La mostra a Palazzo Diedo, nuovo spazio espositivo di Berggruen Arts & Culture aperto nel 2024, si propone come luogo di indagine sulla convergenza di discipline scientifiche e umanistiche.

Al Museum Rietberg di Zurigo la fotografia coloniale diventa contro-narrazione nell’arte contemporanea

A Kind of Paradise. Counter-Narratives to Colonial-Era Photography, in italiano Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea è un’esposizione collettiva e plurale che mette in dialogo opere di artisti provenienti da diverse parti del mondo.
Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta
Marina Piccola Cerrotta nasce a Napoli nel 1991. Studia Antropologia e Storia dell'arte, conseguendo la Laurea Magistrale presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Vince poi il concorso Generazione Cultura e frequenta la LUISS Business School. Dopo le esperienze di redattrice per Vesuviolive e Fanpage, cura nel 2018 la mostra "Forcella Reigns", di Francesca Bifulco e Alex Schetter, a Los Angeles. Ha collaborato al reparto cretivo e come art consultant delle gallerie d'arte Liquid art system. Nel 2023 pubblica il suo libro "Una limonata blu", edito da Guida Editori con la prefazione del Prof. Marino Niola.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui