Non toccate il Natale ai bolognesi. Diciannove massi giganti invadono Piazza Maggiore suscitando stupore e perplessità

Quest’anno l’atmosfera natalizia del capoluogo emiliano è stata volutamente – e non senza poche polemiche – alterata dalla discussa installazione Iwagumi Dismisura, ideata dallo studio australiano ENESS e allestita in Piazza Maggiore. Una distesa di rocce monumentali, morbide e artificiali, che interagiscono con lo spazio urbano più iconico della città, sovrapponendosi al consueto immaginario delle feste.

Dal 21 al 26 dicembre, diciannove strutture in tessuto gonfiabile, progettate per imitare la texture del granito, hanno preso vita trasformando la piazza in un ambiente immersivo e attraversabile. Luci cangianti e tracce sonore reagiscono alla presenza dei passanti, costruendo un’esperienza multisensoriale.

Nonostante l’inaugurazione plateale – con tanto di cantante lirica sulla soglia della Basilica di San Petronio – l’intervento ha suscitato reazioni contrastanti. Doveva essere il regalo di Natale di Illumia e Bologna Festival alla città, eppure molti bolognesi hanno percepito quei grandi massi illuminati “con i colori delle Dolomiti”, dichiaratamente in dialogo con i marmi della facciata, come un elemento estraneo, se non addirittura disturbante.

A legare esplicitamente l’opera al periodo natalizio è la riflessione proposta da Marco Bernardi, Presidente di Illumia, che richiama il concetto di “dismisura” come chiave di lettura natalizia. Una lettura suggestiva, che tenta di spostare il dibattito dal piano puramente estetico a quello simbolico: il Natale come irruzione dell’incommensurabile nel quotidiano, come evento che sovverte proporzioni e aspettative.

Tuttavia, il contesto urbanistico italiano, e in particolare quello bolognese, rende sempre complessa l’accoglienza di grandi installazioni pubbliche. I nostri centri storici stratificati e fortemente identitari pongono sfide non solo ai progettisti, ma anche a una cittadinanza profondamente legata alla storia dei luoghi.

In questo scenario, l’artista australiano Nimrod Weis sceglie consapevolmente di osare. L’opera invita i passanti a entrare in dialogo con le rocce, che rispondono al movimento umano con suoni ispirati alla natura, intrecciandosi ai rumori della città in un paesaggio sonoro unico e irripetibile. Con il calare della notte lo spazio si accende: i colori mutano, restituendo ai visitatori il riflesso dei loro gesti, la traccia della loro presenza.

Il progetto, presentato a Bologna in una forma inedita dopo essere passato per Singapore, Melbourne e Dhahran, trae ispirazione dall’estetica giapponese dell’iwagumi: composizioni asimmetriche di rocce naturali inserite in un ambiente vivo. Qui, però, il linguaggio del giardino zen viene trasposto nel cuore di un centro urbano monumentale.

Ed è proprio qui che emerge una delle criticità principali dell’intervento. Al di là della sua forza evocativa, Iwagumi Dismisura appare davvero così monumentale se posta a confronto con la vastità dell’architettura circostante? Se l’obiettivo era suscitare quel sentimento romantico e sublime di impotenza di fronte al “dato naturale”, l’installazione sembra soffrire l’impossibilità di misurarsi con l’imponenza degli edifici che la circondano. San Petronio, nella sua affascinante e straniante incompiutezza, domina lo spazio e finisce per ridimensionare l’effetto di “dismisura” ricercato.

È innegabile, tuttavia, la capacità dell’opera di trasportare chi la attraversa in un’altra dimensione, come una bolla sospesa nel pieno centro cittadino. Resta però legittimo il dubbio sulla scelta della location. Forse, per evocare davvero quel senso di umiltà e smarrimento, sarebbe stato più efficace un contesto essenziale, in dialogo con un orizzonte aperto.

Forse, allora, la vera potenza di Iwagumi Dismisura non risiede nella scala del progetto, ma in qualcosa di più sottile: un invito a rallentare, osservare, meravigliarsi. Durante queste feste, passeggiando per il centro di Bologna, siamo chiamati a entrare in un dipinto surrealista in presa diretta, a fantasticare su massi caduti dal cielo come meteore, capaci – almeno per un momento – di incrinare le nostre certezze e interrompere il ritmo consueto della città.

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Francesca Calzà
Francesca Calzà
Francesca Calzà (Rovereto, 1998), consegue la laurea triennale in Progettazione e Gestione di Eventi e Imprese dell’Arte e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Firenze. Si trasferisce poi a Bologna, dove completa il corso di laurea magistrale in Arti visive, specializzandosi sul Seicento bolognese. Durante gli studi inizia una collaborazione con la testata giornalistica online The Soundcheck, occupandosi prevalentemente di arte contemporanea, musica e moda. Successivamente prosegue il suo percorso nelle arti visive come curatrice della mostra «Time capsule. (In)finita misura delle cose», premiata come miglior progetto espositivo della sezione Nice & Fair presso Paratissima, e poi fornendo il suo contributo critico alla piattaforma T.O.E Art Market, per la quale realizza articoli, testi critici e con il ruolo di art advisor si occupa della ricerca di nuovi talenti, oltre a curare la promozione degli artisti iscritti alla piattaforma. Attualmente continua la sua carriera come curatrice indipendente e articolista.

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