Trump tocca l’intoccabile: il centro nevralgico nonché emblema formale del potere degli USA sta cambiando. “Olympus has fallen”, verrebbe da dire, citando il sensazionalistico film americano. Eppure, ciò che sta accadendo, pare essere “solo” una siringa di botox alle anziane e decadenti rifiniture della Casa Bianca.
Nell’impossibilità di un parere univoco, gli avvenimenti trovano sempre una lettura soggettiva. Fatto sta che la White House è a tutti gli effetti un’icona, un simbolo riconoscibile. Con un intrattenimento che ha sempre tratto ispirazione dall’oval office, dalla veridicità di “House of Cards” all’ironia tagliente dei “The Simpsons”, siamo stati abituati all’idea di uno Studio Ovale formale, misurato, distinto: in poche parole, neoclassico.
Che la politica di Trump punti più a un certo sovranismo quanto alla natura parlamentare del paese, pare evidente. Il Re Sole contemporaneo, però, non costruisce una Reggia di Versailles da zero. Punta al restyling, abusa del concetto di tradizione, ignora il pregresso. E con la volontà di cucirsi addosso la Casa Bianca, come un qualunque prodotto ad hoc creato per i top buyer più esigenti, più che di tocco personale si parla di vera e propria customizzazione. Dimenticando il ruolo di portavoce di un’intera nazione in favore del suo esatto contrario: la rappresentazione del suo simbolo secondo la versione kitsch tanto amata dal leader americano.

Se dovessimo scegliere uno tra gli elementi rappresentativi di uno stile sfarzoso, ricco e rococò, questo sarebbe senz’altro un Putto: un meraviglioso angioletto regginiente, messo lì unicamente perché melius abundare quam deficere, fingendo necessità lì dove regna – nel vero senso della parola – unicamente l’opulenza. Tutto questo fumo negli occhi si presenta, nella sua veste decorativo-architettonica, attraverso dorature eccessive, opera di un certo “gold guy” che avrebbe ingioiellato gli interni della Casa Bianca con cherubini, fregi, cornici. Queste ultime tanto considerevoli nel loro aspetto da non lasciar respirare i ritratti che – a proposito – nello Studio Ovale sono aumentati a circa venti.
La CNN dice che ora anche il telecomando è stato rivestito d’oro. E oltre a preziose aquile che sorreggono mensole in pregiato marmo, non passa inosservata la cementificazione del prato dello storico Rose Garden: pare che così sia più comodo per i tacchi a spillo. Jackie Kennedy, che l’aveva voluto in stile paesaggistico, se ne farà una ragione.

Più che alle imprese di un Presidente degli Stati Uniti d’America, ciò a cui assistiamo è il prodotto di un’ottima strategia di marketing. Tra i gingilli della casa presidenziale spuntano gadget, loghi, stampe: tutto a marchio Trump. Se a questo uniamo una costante e accattivante campagna social, otteniamo un risultato che dal grottesco s’imbroda nel tragicomico fino a giungere a un profondo senso di inquietudine.
“Ask not what your country can do for you – ask what you can do for your country.“, aveva detto nel suo discorso inaugurale il Presidente John Fitzgerald Kennedy. Era il 1961 e gli Stati Uniti ascoltavano parole che comunicavano unione, altruismo e bene comune, durate troppo poco. Proprio per questo mese di Settembre è previsto l’inizio dei lavori per l’ampliamento della Ballroom, che triplicherà così la sua capacità di capienza. D’altronde: make America great again


