“Non ci capisco un Picasso” il nuovo libro di Raffaella Arpiani

“Non ci capisco un Picasso” (edito da Feltrinelli) è uno di quei libri che partono da un pregiudizio, quello, diffusissimo, di sentirsi inadeguati davanti all’arte moderna, e lo smontano con pazienza, passione e una sorprendente dose di umanità. L’autrice costruisce un racconto che non ha nulla di accademico nel senso più rigido del termine, ma che proprio per questo riesce ad arrivare dove molti manuali si fermano: dentro l’esperienza viva degli artisti e, soprattutto, dentro quella del lettore.

Fin dalle prime pagine si ha la sensazione di essere accompagnati per mano in un territorio che spesso intimidisce. Le avanguardie del Novecento, da Pablo Picasso a Edvard Munch, da René Magritte a Hannah Höch, fino a Henri Matisse, smettono di essere nomi lontani e diventano presenze quasi familiari. Non icone immobili, ma individui attraversati da paure, crisi, intuizioni e slanci. È qui che il libro trova la sua cifra più autentica: non nell’“insegnare” l’arte, ma nel mostrarla come qualcosa che ci riguarda.

Lo stile richiama quello divulgativo più efficace: diretto, narrativo, capace di alternare episodi biografici, descrizioni di opere e riflessioni personali senza mai appesantire la lettura. C’è una chiarezza che non scivola mai nella banalizzazione, e anzi riesce in un’impresa non scontata: restituire complessità senza perdere accessibilità. Ogni capitolo funziona come una piccola storia autonoma, ma insieme agli altri costruisce un percorso coerente, in cui il lettore viene gradualmente allenato a “guardare” davvero.

Particolarmente riuscita è la scelta di partire spesso da un dettaglio umano,  una perdita, una malattia, un fallimento, una ribellione, per poi arrivare all’opera. La solitudine di Munch, il coraggio di rottura di Picasso, la leggerezza conquistata da Matisse nella malattia: tutto diventa specchio di qualcosa che ci appartiene. L’arte, così, smette di essere un codice da decifrare e diventa un linguaggio emotivo da attraversare.

Stefano Banfi, MNCH courtesy dell’artista

L’intervista con Raffaella Arpiani (scrittrice e divulgatrice attraverso il suo canale YouTube “Arte essenziale”), che segue nasce proprio dalla volontà di approfondire alcuni dei temi più vivi e pulsanti del volume: il coraggio di cambiare direzione, il valore dell’arte come forma di crescita personale, il ruolo delle emozioni nelle scelte degli artisti e nelle nostre, e la possibilità, ancora oggi, di utilizzare l’arte come una luce capace di fare chiarezza nel caos dell’esistenza.

Cosa ti ha spinta a scrivere un libro sulle avanguardie artistiche del Novecento e quale messaggio speri arrivi ai lettori?

“In realtà io volevo scrivere un libro sull’arte contemporanea, perché nel mio precedente libro, Notte di Luna con Van Gogh, avevo chiuso con il capitolo dedicato a Kandinsky, a Macchia Nera 1, e a tutto ciò che non conosciamo e che ci fa paura. L’astrattismo, infatti, è spesso visto come qualcosa davanti a cui le persone si bloccano. Ero arrivata fin lì e avevo pensato di proseguire raccontando il contemporaneo, ma mi sono resa conto che, prima di arrivarci, dovevo fare un passo indietro, anche se può sembrare paradossale, e occuparmi delle avanguardie. Questo perché, nonostante siano ormai lontane nel tempo, c’è ancora molto fraintendimento su di loro. Il messaggio che spero arrivi ai lettori è proprio questo: è da lì che parte tutto, ma si possono conoscere con grande piacere. Non devono spaventare”.

Nel libro si parla spesso di “prendere il primo passo” e di affrontare il disorientamento: in che modo l’arte può aiutare le persone a superare le proprie paure quotidiane?

“Gli artisti, soprattutto quelli delle avanguardie, fanno sempre quel passo in più. Spesso partono da una solida formazione nella pittura tradizionale, accademica, ma poi si spingono oltre, come se facessero un passo sospeso nel vuoto. Ed è proprio quel vuoto che spaventa anche noi, ogni volta che dobbiamo affrontare qualcosa di nuovo o di diverso. Per questo possono diventare delle vere guide. Nel libro ho raccontato le loro storie, anche personali, perché erano persone esattamente come noi. Il confronto con loro e con le loro opere mostra che la paura del nuovo, del diverso, e anche del giudizio degli altri, è qualcosa che si può affrontare. C’è un parallelismo molto chiaro: ciò che è nuovo e diverso spaventa, ma può anche aprire a risultati straordinari, se si trova il coraggio di attraversarlo”.

Quale tra gli artisti trattati (Munch, Picasso, Marinetti, Mondrian, Duchamp, Höch, Magritte, Matisse) senti più vicino alla tua esperienza personale e perché?

“La cosa bella di scrivere questo libro è stata studiare tantissimo e ritrovarmi, in un certo senso, a vivere in compagnia di questi artisti. Mi sono un po’ trasformata in ognuno di loro, paradossalmente. Dico sempre che ho preso molti dei loro vizi e pochissime delle loro virtù, ma ciascuno mi ha aiutato, insegnato e sfidato in modo diverso. Se devo scegliere, mi ha colpito il legame fortissimo con Munch. Apro il libro raccontando della morte improvvisa di suo padre, con cui aveva un rapporto conflittuale, e il libro è uscito il 14 aprile, che sarebbe stato il compleanno di mio padre, con cui anche io avevo una relazione molto complessa. È stato un incrocio che mi ha fatto pensare: non so se sia stata una sfida o un regalo. E poi Matisse. Ho raccontato il Matisse dell’ultimo periodo, quello della malattia gravissima, da cui però è riuscito non solo a riprendersi, ma a reinventarsi, quasi a imparare di nuovo a volare. In questo mi sono riconosciuta profondamente: c’è un pezzo della mia storia che risuona molto con la sua”.

Stefano Banfi, VNG courtesy dell’artista

Il libro sottolinea come le avanguardie abbiano rotto con la tradizione. Secondo te, oggi esistono ancora avanguardie capaci di scuotere la società?

“Qui devo dire che sono un po’ pessimista, anche se di solito sono una persona ottimista. Guardandomi intorno, faccio fatica a vedere avanguardie che riescano davvero a scuotere la società come un tempo. Ci sono sicuramente singoli artisti interessanti, ma spesso l’arte si è trasformata in uno spettacolo. Penso, per esempio, alla Milano Design Week: a volte è difficile distinguere le installazioni di design da quelle artistiche. Molte opere sono pensate per essere “instagrammabili”, quindi piacevoli, ma non disturbanti. Le avanguardie, invece, erano di trincea, erano prima linea. Oggi faccio più fatica a vedere qualcosa di simile, soprattutto a livello di movimenti”.

Hai scelto un linguaggio semplice e accessibile: quanto è importante rendere l’arte comprensibile a tutti e quali sono le difficoltà maggiori in questo processo?

“Per me è fondamentale. L’arte non deve essere uno spazio riservato a pochi eletti. Non sopporto quando i libri d’arte diventano iper-specialistici e sembrano chiudere la porta a chi non fa parte di quel mondo. Credo invece che il linguaggio debba essere semplice e accessibile, perché se spieghi le cose con chiarezza, chiunque può capire anche opere che inizialmente sembrano difficili o lontane. La difficoltà sta proprio nel trovare questo equilibrio: semplificare senza banalizzare. Ma è possibile, ed è importantissimo farlo”.

Nel libro si affronta anche il tema della presenza femminile nelle avanguardie. Quanto è stato difficile per le donne trovare spazio e voce in quei movimenti?

“È stato difficilissimo, e il fatto che io abbia scelto di parlare solo di Hannah Höch è già una risposta. La cosa che mi ha colpito di più è che gli artisti delle avanguardie erano rivoluzionari e trasgressivi nell’arte e nella politica, ma spesso molto tradizionalisti nelle relazioni. Höch stessa è stata osteggiata all’interno del gruppo dadaista berlinese: veniva trattata come una “ragazzina”, chiamata con diminutivi che ne ridimensionavano il ruolo. E questo vale per molte altre artiste, spesso ricordate solo come compagne, muse o modelle, quando in realtà erano artiste a tutti gli effetti. È stato quindi un contesto molto difficile, anche perché l’ambiente era fortemente maschile, quasi “testosteronico”, e questo ha inciso molto”.

Come pensi che i giovani possano avvicinarsi oggi all’arte del Novecento senza sentirsi “inadeguati” o esclusi?

“Il linguaggio semplice è sicuramente fondamentale, ma c’è anche un altro aspetto per me molto importante. Lavorando con i ragazzi, vedo che spesso si sentono inadeguati o esclusi già nella vita di tutti i giorni. La cosa interessante è che anche gli artisti delle avanguardie si sentivano così. Sono stati criticati, insultati, considerati pazzi. C’è quindi un parallelismo molto forte tra loro e i giovani di oggi. Quando questo viene raccontato, si crea una sorta di “gemellaggio”: i ragazzi capiscono che quegli artisti erano ventenni come loro, con le stesse insicurezze e lo stesso bisogno di trovare una strada. E a quel punto l’arte diventa molto più vicina”.

Raffaella Arpiani, ph Camilla Albertini e Paolo Carlini

Se dovessi riassumere in una frase la lezione più importante che le avanguardie ci lasciano per affrontare la vita, quale sarebbe?

“È difficile ridurla a una sola frase, ma direi: avere il coraggio di sperimentare e di seguire la propria strada, anche andando contro il giudizio degli altri. A questo aggiungerei però un altro elemento fondamentale: l’impegno. Questi artisti hanno continuato a lavorare nonostante critiche durissime. Non si sono fermati. Quindi direi: non mollare, fidarsi delle proprie intuizioni, andare avanti. E, quando possibile, unirsi agli altri. Le avanguardie erano anche gruppi, comunità. Recuperare questa dimensione collettiva oggi è, secondo me, molto importante”.

Poster for 'No Curves' solo show with a Mona Lisa portrait wearing neon yellow virtual-reality style goggles, set in a vivid geometric collage; includes dates and venue details (free admission).
CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

Newsletter

Follow us

Scelti per te

Al Museum Rietberg di Zurigo la fotografia coloniale diventa contro-narrazione nell’arte contemporanea

A Kind of Paradise. Counter-Narratives to Colonial-Era Photography, in italiano Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea è un’esposizione collettiva e plurale che mette in dialogo opere di artisti provenienti da diverse parti del mondo.

Il primo Picasso di Milano: al Museo del Novecento la storia di Homme assis tra rivoluzione, antifranchismo e solidarietà internazionale

Da oggi il Museo del Novecento di Milano presenta “Il primo Picasso di Milano. Un Moschettiere tra rivoluzione, antifranchismo e solidarietà internazionale”, un focus a cura di Roberto Pini dedicato alla complessa vicenda di Homme assis del 1967, primo dipinto di Pablo Picasso a entrare nelle collezioni civiche milanesi nel 1972.
Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui