Nolan e l’Odissea: da Penelope a Circe, come i retelling hanno riscritto il mito di Ulisse

“Qualcuno vuole inventare una storia su Ulisse?. La battuta risuona nel buio della sala cinematografica, e la risposta, a quanto pare, è sempre “sì“. A quasi tremila anni dalla sua fissazione scritta, l’Odissea torna ancora a chiedere di essere raccontata, riscritta, scomposta e rimontata con gli occhi di ogni epoca che la attraversa. L’ultimo a farlo, al cinema, è Christopher Nolan, che il 17 luglio ha portato in sala un kolossal da duecentocinquanta milioni di dollari. I numeri del debutto dicono tutto: 264 milioni di dollari a livello globale nel weekend d’esordio, migliore apertura in assoluto per il regista inglese, davanti persino a “Il cavaliere oscuro – Il ritorno” e a “Oppenheimer”.

In Italia quasi dieci milioni di euro in quattro giorni, oltre un milione di presenze in sala tra giovedì 16 e domenica 19 luglio. Prima del genio di Nolan, oltre al cinema e alla TV, secoli di letteratura, da Dante a Joyce, fino ai giorni nostri, hanno fatto i propri conti con Ulisse, la sua intelligenza sfacciata, il suo carattere oltraggioso e talvolta meschino. Solo negli ultimi vent’anni, per esempio, tante riscritture hanno completamente ridisegnato il modo in cui leggiamo il poema omerico ma soprattutto alcuni personaggi, in particolare quelli femminili. 

Matt Damon is Odysseus in THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.

Il mito come laboratorio di confronto con il contemporaneo

L’Odissea è nata come racconto orale, trasmessa da aedi che ogni volta la rimodulavano per il pubblico che avevano davanti. L’idea di un’opera definitiva e immutabile è un’invenzione successiva, nata con la scrittura e con la necessità di fissare ciò che prima era fluido. Il mito, nella sua natura più profonda, è già una sorta di continuo “retelling“. Una riscrittura perpetua che, di volta in volta, si confronta con epoche e sensibilità in evoluzione. È una delle spiegazioni del perché la letteratura torni con tanta frequenza al mito: ogni epoca porta con sé le proprie domande sull’identità, sul potere, sul genere, sulla memoria.

L’Odissea, con la sua struttura archetipica, offre un contenitore abbastanza grande ed evocativo da riuscire ad accoglierle tutte. Ogni epoca in qualche modo fa proprio il classico e, nel confronto con esso, lo declina e lo altera. “Ulisse è un personaggio che ancora oggi affascina perché rappresenta una condizione profondamente umana: è l’uomo che vuole tornare a casa ma rischia continuamente di perdere la rotta, la memoria, la famiglia e persino la propria identità. La sua modernità sta nella capacità di sopravvivere, di usare l’intelligenza e l’astuzia, di adattarsi ai cambiamenti. In questo enorme patrimonio di elementi, formatosi nei secoli di trasmissione orale e poi fissato nella scrittura, sono rimasti spazi aperti alla fantasia di intere generazioni“, osserva Mauro De Nardis, professore aggregato di Storia romana all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. 

Joyce e il viaggio interiore

Il primo grande momento della lunga stagione di riscritture moderne è il 1922, con l’uscita dell'”Ulisse” di James Joyce. Qui il viaggio di ritorno si riduce a una sola giornata dublinese: il 16 giugno 1904, Leopold Bloom attraversa la città come un Odisseo borghese e malinconico. La struttura del poema è replicata da Joyce: i capitoli corrispondono agli episodi omerici, eppure il viaggio non è solo un insieme di avventure causate da eventi esterni ma qualcosa di interiore.

Un’odissea della coscienza moderna, frammentata, posta di fronte al disorientamento della Storia, incapace di eroismo ma tenacemente umana. Joyce riscrive l’Odissea non tanto per celebrarla come archetipo ma per mostrare quanto il mondo moderno abbia svuotato le categorie dell’epica. Bloom è tutto fuorché un eroe: è un marito tradito, un padre in lutto, un uomo che cammina per le strade di Dublino cercando qualcosa che non riesce a nominare. Il ritorno a Itaca esiste ed è un letto matrimoniale borghese. Il nostos è una resa alle inquietudini che aleggiano nella mente di un uomo moderno. 

Atwood e le voci che mancavano

Ottant’anni dopo Joyce, Margaret Atwood propone una rilettura diversa e, a suo modo, “radicale” ma in un altro senso. Nel 2005, la scrittrice e poetessa canadese pubblica “Il canto di Penelope”, nell’ambito della collana internazionale “The Myths”, che coinvolgeva autori da tutto il mondo nella riscrittura dei grandi miti fondativi della letteratura. Atwood sceglie di dare la parola a Penelope. Dall’Ade, accompagnata dal coro composto dalle dodici ancelle che Odisseo fa impiccare al suo ritorno perché accusate di complicità con i Proci, la regina, moglie e madre dolente, trova la sua voce e, accanto a lei, emergono, come ombre di un passato ancestrale, le figure delle serve, nel poema originale solo menzionate e mandate a morire per un crimine di cui non si discute, in un gesto di purificazione rituale che il lettore è chiamato ad accettare.

È su questo punto che Atwood si interroga, focalizzandosi sulla struttura del racconto epico come celebrazione del potere maschile. “Il canto di Penelope”, più che un romanzo femminista, è un’azione letteraria in grado di restituire spessore morale a personaggi relegati sullo sfondo attraverso ironia, poesia e richiami al teatro greco. La figura di Penelope ha affascinato anche altri scrittori contemporanei. “La morte di Penelope” di Maria Grazia Ciani (2019), grecista e traduttrice dell’Odissea, si focalizza su tre personaggi, Penelope, Antinoo e Ulisse. Ciani riparte da una versione narrata da Apollodoro che lascia intuire un desiderio di Penelope per l’invasore mai ammesso dal poema canonico. L’attesa diventa ossessione e lo spazio che Ulisse ha lasciato vuoto è stato occupato da qualcun altro, fino alla tragedia che aleggia sulle teste dei protagonisti. Anche Luigi Malerba aveva immaginato anni prima un ritorno a Itaca molto diverso da quello omerico. In “Itaca per sempre” (1997), Ulisse e la sua paziente regina si alternano nel racconto dei giorni successivi al ritorno dell’eroe: lei riconosce immediatamente il marito, trasformato da Atena, ma decide di non rivelarlo. Lui dubita della fedeltà della moglie. Il risultato è un raffinato gioco psicologico in cui il nostos non coincide più con la riconquista della casa, ma con la scoperta che anche l’amore è un territorio ricco di sfide.

Miller e la storia raccontata dai margini 

Se Atwood è affascinata da Penelope, Madeline Miller sceglie di concentrarsi su figure ancora più periferiche. Nel 2011 era stata l’Iliade a fare da sfondo al best seller “La canzone di Achille”, con il racconto della guerra di Troia attraverso gli occhi di Patroclo. Nel 2018, con “Circe”, Miller contribuisce ancora una volta a influenzare il rapporto tra il pubblico contemporaneo e la mitologia greca. Circe nell’Odissea è la maga per eccellenza: colei che trasforma gli uomini del re di Itaca in porci, viene sconfitta dall’eroe, diventa sua amante e infine lo aiuta a proseguire il viaggio grazie alla sua sapienza e conoscenza.

Nel romanzo di Miller, Circe è la protagonista assoluta: una dea minore, figlia del Sole e di un’Oceanina, nata senza i poteri della propria stirpe e costretta a costruirseli da sola attraverso secoli di solitudine, errori, trasformazioni. Il romanzo racconta la sua crescita, il rapporto conflittuale con gli dèi, l’incontro con Odisseo, uomo ambiguo, affascinante ma non sempre ammirevole. La principale sfida della Circe milleriana però è l’autonomia: cosa significa esistere ai margini di una storia che non ti appartiene, e come si fa a diventare protagonisti del proprio racconto. “Circe” ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e ha aperto una strada che molti altri hanno poi percorso, probabilmente anche a causa del fatto che il romanzo è arrivato in un momento in cui la domanda su chi ha diritto di stare al centro della narrazione è diventata culturalmente urgente.

Haynes e la guerra delle donne

Natalie Haynes lavora sullo stesso territorio con un approccio diverso: più corale e politicamente esplicito. “Mille navi” (2019) racconta la guerra di Troia e le sue conseguenze attraverso decine di voci femminili: Ecuba, Cassandra, Andromaca, Penelope, Creusa, Calliope. La guerra, da questo punto di vista, non è una questione di eroi: è una catastrofe che abbatte le donne dei vinti e di chi aspetta. L’Odissea emerge soprattutto nella lunga attesa di Penelope e nel destino di coloro che sono rimaste ad attendere.

Haynes non si limita ai romanzi: “Il Vaso di Pandora” (2020) è un saggio divulgativo che analizza come il mito greco abbia rappresentato le figure femminili mostrando la distanza spesso abissale tra le fonti antiche e le interpretazioni successive. È un libro che smonta molti luoghi comuni, su Medea, su Elena, su Penelope stessa, e che spiega perché rileggere quei miti oggi sia anche un atto critico sulla loro trasmissione.

Riscritture e nuovi scenari 

A dare voce all’intero universo femminile del poema omerico è invece la scrittrice italiana Marilù Oliva con “L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre” (2020). Il romanzo costruisce una narrazione corale in cui le protagoniste raccontano finalmente la propria versione dei fatti, ribaltando una prospettiva rimasta per secoli quasi esclusivamente maschile. Con “Omeros” (1990), il poeta santaluciano Derek Walcott, premio Nobel per la Letteratura nel 1992, “trapianta” l’Odissea in uno scenario caraibico. I suoi Achille, Ettore ed Elena non vivono nell’Egeo ma sull’isola di Santa Lucia, tra pescatori, memoria coloniale e schiavitù. L’epica greca diventa il linguaggio attraverso cui raccontare la storia dei Caraibi. Il nostos non è il ritorno a Itaca, ma la ricerca impossibile di una patria perduta, cancellata dalla tratta degli schiavi e dalla violenza coloniale.

È una delle dimostrazioni più potenti della capacità dei miti classici di attraversare epoche, continenti e culture senza perdere la propria forza narrativa. “Le riscritture – prosegue De Nardis – possono modificare ambientazioni, prospettive, identità dei personaggi o introdurre tematiche contemporanee: sono elementi che appartengono alla libertà creativa, ma la forza originaria dell’Odissea resta nella sua capacità di raccontare un’avventura capace di coinvolgere, proprio come faceva con gli ascoltatori e i lettori antichi. Il tema centrale rimane quello della perdita: Ulisse è un uomo che smarrisce certezze, memoria e orientamento. In questo senso è un personaggio estremamente moderno, perché anche noi, pur vivendo in un mondo tecnologicamente avanzato che ci dà sicurezza, ci accorgiamo della nostra fragilità quando qualcosa si interrompe. Se venisse meno la nostra infrastruttura artificiale, torneremmo improvvisamente a confrontarci con un ambiente che non sappiamo più dominare“. 

Nolan dopo tutto questo

Ed eccoci a Nolan. “The Odyssey”, uscito il 17 luglio, girato interamente in IMAX 70mm, già record di incassi a livello globale e una capacità di creare attesa, dibattito e polemica propria solo dei grandi eventi cinematografici, è un’epica d’azione mitologica, come recita la sinossi ufficiale. Il cast è un firmamento di superstar: Matt Damon come Odisseo, Tom Holland come Telemaco, Anne Hathaway come Penelope, Zendaya come Atena. Nolan ha dichiarato di aver scelto Travis Scott per il ruolo del bardo perché voleva stabilire una sorta di connessione tra il rap e la poesia orale: entrambi legati alle tradizioni di performance e trasmissione collettiva.

Nolan non sceglie la strada della riscrittura femminista o della decostruzione del punto di vista, ma si focalizza sul mito come esperienza sensoriale cinematografica. Un ritorno alla struttura del viaggio nella sua forma più pura ed epica. Una risposta in un certo senso complementare a quella letteraria: mentre la narrativa degli ultimi vent’anni ha lavorato sui margini, sul punto di vista, sulle voci escluse, il cinema torna al centro: l’eroe, il mare, il viaggio. Quello che viene perso e quello che viene ritrovato. Il desiderio di tornare a casa e la paura che il viaggio finisca, l’identità messa alla prova dal tempo e dall’assenza, il potere e chi ne viene escluso, la memoria come forma di fedeltà, il viaggio come trasformazione, la morte e la guerra, l’inganno e l’onore.

L’Odissea continua a essere uno dei testi più riscritti della letteratura mondiale spiega Alex Mohamad, divulgatore di mitologia e storia greca attraverso le pagine social “Meraviglie della mitologia greca” – perché contiene un elemento universale: l’allegoria del viaggio come percorso di trasformazione, un cammino fatto di prove, ostacoli e smarrimenti attraverso cui l’uomo ritrova sé stesso. È una metafora della vita che continua a parlare a ogni epoca, anche se oggi rischia spesso di essere abusata: molte riletture ne estrapolano il significato senza tenere conto della sua origine, legata alla tradizione orale e alla funzione di conservazione della memoria collettiva. La forza del poema, però, sta proprio nella sua capacità di adattarsi senza perdere il nucleo originario. È anche per questo che l’Odissea si presta così bene al cinema contemporaneo e a un regista come Christopher Nolan: è un racconto epico, ricco di immagini potenti, avventure e grandi temi universali, capace di unire spettacolo e riflessione sul viaggio umano”. Temi che appartengono all’esperienza umana prima ancora che alla letteratura e che rendono l’Odissea, e il mito in generale, un continuo punto di partenza per rileggerci e porci le domande più urgenti, proprio come Ulisse.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Valentina Monarco
Valentina Monarco
Nata a Napoli, laureata in scienze politiche, giornalista professionista dal 2009. Ha iniziato come ufficio stampa e addetto alla comunicazione per enti e istituzioni del territorio, collaborando con diverse testate nazionali e locali. Oggi è impegnata nella valorizzazione e nella promozione di iniziative che uniscono storia, territorio e sperimentazione, e collabora con diverse realtà, locali e nazionali, come giornalista freelance, esplorando nuovi racconti e progetti culturali.

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