Lavorare in territori dalla storia recente travagliata e turbolenta rappresenta sempre una sfida molto impegnativa, ma anche un’opportunità unica di promozione e di riscoperta, e questo a maggior ragione se si lavora nella e per la cultura. Se a quest’intento si unisce anche la possibilità di lavorare in aree del mondo dove la presenza dell’uomo è radicata sin dagli albori della sua storia e dove pezzi importanti di quest’ultima sono stati scritti, tale opportunità diventa davvero importante e imperdibile.
Nel territorio del Kurdistan iracheno, un progetto di ricerca del Bryn Mawr College di Philadelphia, ma che vede la partecipazione di ricercatori da molti istituti di ricerca internazionali come la Brown University di Providence, la Christian-Albrechts-Universität di Kiel, l’Università di Roma la Sapienza e di Udine e la Durham University, in affiancamento alla Direzione Generale delle Antichità di Erbil e del Kurdistan Iracheno, sta proprio tentando in modo brillante ed efficace di cogliere tale opportunità. Ci troviamo nella piana di Erbil, presso il sito di Gird-i Matrab, e di questo progetto di ricerca archeologica ne abbiamo voluto parlare con il direttore scientifico, il Professor Rocco Palermo del Bryn Mawr College, un altro esponente di assoluto spicco della nuova generazione di archeologi italiani che continua a portare in alto il nome della nostra archeologia nel mondo.
Professore, quali sono gli obiettivi principali del progetto di ricerca che state conducendo?
Il Gird-i Matrab Archaeological Project (GMAP) è un progetto di ricerca archeologica dedicato allo studio del sito di Gird-i Matrab, situato nella Piana di Erbil, nel Kurdistan iracheno. L’obiettivo principale del progetto è comprendere le dinamiche di formazione, sviluppo e trasformazione delle comunità insediate in un contesto rurale della Mesopotamia settentrionale, con particolare attenzione ai periodi preistorici (soprattutto Tardo Calcolitico – fine V-IV millennio a. C.) e alle fasi ellenistiche e partiche (fine del I millennio a.C. – inizi del I millennio d.C.) GMAP nasce dalla volontà di spostare il focus interpretativo dalle grandi città e dai centri monumentali verso insediamenti di medie dimensioni, spesso considerati marginali e periferici, ma in realtà centrali per comprendere i processi di lunga durata che strutturano il paesaggio sociale, economico e politico della regione. Il progetto mira a ricostruire come queste comunità abbiano negoziato nel tempo rapporti di potere, sistemi produttivi, cultura materiale, forme di controllo amministrativo e interazioni con entità politiche sovraregionali, dagli orizzonti proto-urbani del IV millennio a.C. fino all’età dei regni ellenistici e post-ellenistici.

In questo senso, in cosa consiste la specificità di Gird-i Matrab?
Il sito di Gird-i Matrab si colloca in una regione che, nel corso di millenni, ha rappresentato un nodo strategico tra l’alta Mesopotamia, le zone pedemontane dei Monti Zagros e le grandi pianure alluvionali del Tigri e dell’Eufrate piú a sud. Durante il Tardo Calcolitico, l’area è coinvolta nei processi di crescente complessità socio-economica che portano alla nascita di forme proto-urbane, caratterizzate da nuove pratiche di gestione delle risorse, di stoccaggio e di controllo amministrativo. In età ellenistica, la piana di Erbil viene inglobata in sistemi politici di scala imperiale, ma senza perdere la propria identità rurale. Uno degli interrogativi chiave di GMAP riguarda proprio il modo in cui comunità locali come quella di Gird-i Matrab abbiano vissuto l’impatto dell’impero: non come semplici recettori passivi di modelli importati, ma come attori capaci di adattamento, selezione e rielaborazione.
Quindi una storia di mutamenti e cambiamento, ma anche di continuità e adattamento…
Esattamente. In questo senso, GMAP si inserisce in un più ampio dibattito sull’archeologia delle campagne, delle periferie e delle popolazioni non elitarie, proponendo una lettura della storia mesopotamica – e in un certo senso anche della Storia in generale – che valorizza la resilienza, la continuità e l’agenzia delle comunità locali, anche in momenti di forti tensioni politiche e socio-economiche e/o ambientali. Il progetto ambisce così a contribuire non solo alla ricostruzione del passato della Mesopotamia settentrionale, ma anche a una riflessione più ampia su come le società umane abbiano storicamente abitato, trasformato e dato senso ai paesaggi in cui vivevano.

Come state cercando di ricostruire tutto questo?
Dal punto di vista metodologico, GMAP adotta un approccio fortemente integrato e interdisciplinare. L’indagine combina scavo stratigrafico estensivo e mirato con strumenti avanzati di documentazione digitale, tra cui fotogrammetria da drone, modellazione 3D, sistemi GIS e prospezioni geofisiche. Queste tecniche permettono di leggere il sito non solo come una sequenza di livelli archeologici, ma come un organismo spaziale complesso, in cui architetture, spazi aperti e depositi materiali riflettono pratiche quotidiane e forme di organizzazione sociale. Particolare attenzione è rivolta allo studio della cultura materiale (ceramica, sigilli, cretule, strumenti litici, ecc.), come indicatore di pratiche economiche, reti di scambio, significanti socio-culturali, e modalità di gestione delle risorse.
Allo stesso tempo, il progetto integra dati paleoambientali e bioarcheologici per ricostruire le relazioni tra comunità umane e ambiente. Un elemento centrale della metodologia di GMAP è anche la riflessione critica sui cosiddetti legacy data, vale a dire quelle informazioni raccolte nel passato, interpretate in un dato modo e messe da parte, che, nonostante la loro apparente obsolescenza, possono essere reinterpretate e tornare ancora utili. Il progetto dialoga costantemente con i risultati di precedenti survey e scavi nella Piana di Erbil, reinterpretandoli alla luce di nuove evidenze e di cornici teoriche aggiornate.

Cosa avete messo in evidenza finora? C’è qualcosa che l’ha colpita più di altro?
Come dicevo, il sito è un sito multi-periodo, con due grandi fasi di occupazione, una del Tardo Calcolitico e l’altra di età ellenistico-partica. Lo scavo si concentra in tre aree, A e C di età ellenistica e B di età calcolitica. Lo scavo dei livelli calcolitici sta restituendo un insediamento molto ricco, con vani, spazi ed edifici con evidenti segni di distruzione, ma pieni zeppi di testimonianze del periodo.
I livelli ellenistici, invece, hanno restituito strutture domestiche e edifici monumentali. Senza dubbio se devo menzionare una cosa tra le altre, non posso non citare il grande edificio che caratterizza i livelli Tardo Calcolitico 1-2, le cui stanze sono ricolme di oggetti, strumenti per la produzione ceramica, contenitori da derrate, cretule con impronte di sigillo, macine per la preparazione del cibo e tanto altro.
Professore, lavorare in un territorio altro da quello di provenienza, e a maggior ragione in uno come il Kurdistan iracheno, significa anche e soprattutto individuare un modo fecondo e fruttuoso di collaborare con le autorità locali, a promozione e vantaggio di entrambe le parti. Cosa ci può dire in questo senso?
Il lavoro a Gird-i Matrab è condotto in stretta collaborazione con le autorità locali e con gli archeologi della Regione del Kurdistan iracheno, in un’ottica dichiaratamente collaborativa e decolonizzante. In modo del tutto onesto, la Direzione Generale delle Antichitá di Erbil e del Kurdistan Iracheno non ci fa mancare nulla, e ormai tra i suoi membri contiamo tanti amici. Due membri della comunità curda sono sul campo con noi ad ogni campagna, mentre la direzione ci assiste in ogni modo possibile. In tal senso, non posso mancare di citare e ringraziare il Direttore Generale delle Antichitá, il Dr. Kayfi Mustafa Ali, il Direttore Generale della regione di Erbil, il Dott. Nader Babakr, e il Direttore degli Scavi, il Dr. Mohammed Lashkri. È un modo di lavorare e cooperare che ci dà grandissima soddisfazione e ci auguriamo possa continuare ancora a lungo in futuro.



