Montagne, memoria e menzogna: la nuova ricerca pittorica di Nicola Nannini

La pittura di Nicola Nannini non nasce dall’osservazione, ma dalla distanza.
Ogni sua immagine è il risultato di uno scarto: tra ciò che è stato visto e ciò che viene ricordato, tra il dato reale e la sua rielaborazione mentale.

È in questo spazio instabile – tra esperienza e memoria, tra presenza e proiezione – che prende forma tutta la sua ricerca. Nannini non usa il paesaggio come un soggetto, ma come un dispositivo di pensiero: un luogo in cui il mondo esterno viene lentamente filtrato, spostato, trasformato fino a diventare un’immagine interiore. La pittura, per lui, non è mai una registrazione del reale, ma una sua ricostruzione emotiva e mentale.

Nicola Nannini,Montagne, case e acqua, 2025
Nicola Nannini Montagne, case e acqua courtesy Galleria Area B

Artista dalla pittura seduttiva e insieme analitica, profondamente legato alla grande tradizione figurativa europea, Nannini costruisce da anni cicli che attraversano tipologie umane, paesaggi urbani e territori naturali, sempre segnati da una tensione fertile: tra impulso simbolista e rigore razionale, tra lirismo e volontà di catalogazione. Le sue immagini oscillano costantemente tra due poli: quello dell’abbandono poetico e quello del controllo formale, come se ogni visione fosse il risultato di una continua negoziazione tra istinto e misura.

La notte, nella sua opera, non è semplice oscurità, ma un campo di intensificazione dei contrasti. È lì che la luce diventa selettiva, che il dettaglio emerge e subito si dissolve, che il reale e l’artificiale si confondono. In questo regime di visibilità instabile, il paesaggio smette di essere un luogo e diventa una condizione, uno stato percettivo.

Con Se una notte d’inverno…, in mostra alla galleria Area B fino al 14 marzo, Nannini sposta il proprio sguardo dalla distesa orizzontale della pianura padana alla verticalità delle Dolomiti. Non si tratta solo di un cambio di scenario, ma di un vero ribaltamento dello spazio mentale.

Installation view courtesy Galleria Area B
Installation view courtesy Galleria Area B

Come osserva il curatore Ivan Quaroni: “È un ribaltamento fisico e simbolico: lo sguardo, abituato a misurare un orizzonte basso, qui si eleva, alzandosi nell’aria rarefatta delle Alpi. Eppure, la poetica resta immutata: Nannini continua a indagare la soglia tra il visibile e l’invisibile, tra realtà e proiezione mentale”.

Le montagne che emergono in queste opere non sono mai semplicemente montagne. Sono masse di memoria, architetture luminose e opache insieme, superfici su cui si depositano tempo, attesa e visione. La pittura le attraversa come una forma di racconto frammentato: fatto di pause, ritorni, slittamenti, proprio come suggerisce il titolo calviniano.

L’intervista che segue entra in questo territorio sospeso, dove il paesaggio diventa un modo di pensare e la pittura un modo di abitare il tempo.

Il titolo della mostra, Se una notte d’inverno…, evoca l’idea di un viaggio interrotto, di una narrazione che procede per frammenti. Anche la tua pittura sembra muoversi per sequenze, appunti visivi, visioni che non si chiudono mai del tutto. In che modo il tempo, l’attesa e la sospensione entrano nel tuo modo di costruire l’immagine?

In realtà quello che avviene è una sedimentazione di molti momenti. Spesso si pensa che il quadro sia un istante rubato e fissato nel tempo, ma non è così. È un lavoro fatto di disegni, fotografie, appunti, immagini accumulate negli anni. Sono tanti tempi uno sopra l’altro.

L’immagine che ne nasce è una sintesi di situazioni diverse, ambientali e cronologiche, filtrate dal mio modo di vedere. Io uso sempre il soggetto esterno come una scusa per fare un discorso molto interiore, molto soggettivo. Prendo il mondo e lo porto a casa mia, lo faccio passare attraverso i miei tempi, le mie forme, le mie ossessioni.

Per questo dico che è un tempo senza tempo: momenti mattutini diventano serali, luci reali si mischiano a luci mentali. Aggiungo sempre qualcosa di mio a una situazione che era completamente diversa.

Installation view, courtesy Galleria Area B
Installation view, courtesy Galleria Area B

Nelle opere dedicate alle Dolomiti il paesaggio appare come un luogo insieme reale e mentale. Quanto conta, nel tuo lavoro, l’esperienza diretta dell’osservazione e quanto invece la distanza della memoria, che trasforma il dato naturale in una topografia interiore?

Conta molto di più la memoria. Io sembro un realista, ma in realtà sono l’opposto: sono un mentitore. La visione diretta è importante, ma poi viene sempre sublimata e trasformata.

Raccolgo immagini, schizzi, fotografie, ma alla fine vince sempre la memoria, che è un filtro potentissimo. È come nei ritratti dal vero: anche se lavori per settimane davanti a una persona, quello che ottieni non è mai un momento preciso, ma la somma di infiniti momenti. È massimamente vero e massimamente falso allo stesso tempo.

Così è anche per i miei paesaggi.

La mostra si articola in un percorso che va dal disegno intimo su carta d’epoca fino alla grande opera gestuale, dove la pittura diventa energia e movimento. Come cambia il tuo rapporto con il paesaggio quando il formato si espande e il gesto prende il sopravvento sulla descrizione?

Più il quadro è piccolo, più tendi al dettaglio, al gioiello. Più il quadro è grande, più il gesto prende il controllo. Nel grande formato posso lasciare parti aperte, la tela scoperta, la mano visibile. La pittura diventa un metalinguaggio: racconta non solo l’immagine, ma il modo in cui viene fatta. Se non lo facessi, il quadro diventerebbe una cartolina gigante, una cosa morta.

A me interessa che la pittura sia sincera. L’immagine può mentire, ma la pittura no.

Installation view, courtesy Galleria Area B
Installation view, courtesy Galleria Area B

Dopo i cicli dedicati alla pianura padana, questo lavoro segna un passaggio netto verso la verticalità delle montagne. Che tipo di spostamento – fisico, simbolico o emotivo – ha comportato per te questo cambio di orizzonte, e cosa resta invariato nella tua poetica nonostante il mutamento radicale del soggetto?

Nella pianura lavoro soprattutto sul vuoto: orizzonti bassi, spazi che respirano, pochi elementi isolati. Nelle Dolomiti è l’opposto: tutto è pieno, volumetrico, pesante. È quasi più scultura che pittura. Lì ho dovuto cercare uno spazio dentro la massa, un modo per alternare presenza e assenza. Paradossalmente, senza geometrie evidenti, sono stato molto più libero. La pittura è diventata più informale, più vigorosa, più aperta. È stato un gesto di liberazione.

Hai già uno sguardo verso il futuro?

Sto pensando a un lavoro sulla carta e sulle calligrafie, unire materiali e segni diversi. Tornerò alla pianura, ma con questa nuova libertà acquisita nelle montagne.
Sarà come rimettere il mondo su un foglio bianco… ma con più voci.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e ultimabozza.it scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica.

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