Le dinamiche del potere sembrano seguire regole quasi ancestrali; indipendentemente dall’epoca, ripropongono scenari sempre simili, nei quali le immagini assumono il ruolo di confermare, sostenere o minare l’ordine sociale. Nella costruzione del suo immaginario, il potere si erige con prudenza, costruendo pietra dopo pietra solide mura, poiché anche una sola crepa potrebbe causarne il crollo. Mohamed Bourouissa (Blida, Algeria, 1978) lo sa bene: attraverso la sua produzione artistica, esplora e mette in discussione i ruoli sociali, restituendo visibilità a chi è spesso presente in prima pagina, ma senza mai essere rappresentato nel modo corretto.
Lontano dall’essere un estraneo, Bourouissa agisce come un agente interno, capace di infiltrarsi nelle istituzioni per riorientarne le coordinate. La sua pratica si svolge secondo una sorta di liturgia visiva che ricorda la pittura storica, con una particolare cura per composizione e codici dell’arte “alta”, utilizzando gli strumenti canonici per rendere più incisivo il messaggio. Non aspettatevi provocazioni urlate o shock visivi: il suo è un disassemblaggio gentile e raffinato del punto di vista dominante.

La retrospettiva Communautés, in corso al MAST di Bologna fino al 28 settembre 2025, si presenta come un’enciclopedia per immagini che racconta una periferia reinventata secondo la visione dell’artista. Al centro delle sue opere c’è il movimento: i soggetti si muovono come attori mossi da una tensione quasi teatrale. Scene di guerriglia urbana nelle banlieues francesi si trasformano così in atti di una tragedia contemporanea narrata visivamente nella serie Périphérique, che fonde linguaggi differenti, dalla fotografia documentaria alla pittura, passando per riferimenti al Neoclassicismo di David e Ingres e al Romanticismo di Géricault.

Sotto la regia attenta di Bourouissa, la periferia non emerge semplicemente, ma viene riscritta e rimodellata, abbandonando l’apparato formale con cui lo sguardo europeo ha tradizionalmente rappresentato il “diverso”. Nonostante sia ufficialmente conclusa nel 2008, Périphérique resta un ciclo aperto e in continua evoluzione, che l’artista arricchisce periodicamente con nuovi scatti, riconfermando così la sua attualità e trasformandone le intenzioni.
Analogamente, Horse Day utilizza il cavallo come topos della cultura visuale americana, sottolineando come l’immaginario legato al Cowboy – rafforzato in particolare dal cinema di Hollywood – sia profondamente influenzato da un approccio colonialista, che esclude gli afroamericani e i nativi dalla tradizione equestre statunitense, attraverso il mito della conquista del Far West. Il progetto, realizzato a Philadelphia, nasce dall’incontro dell’artista con il Fletcher Street Urban Riding Club (FSURC), una scuderia sociale fondata nel 2004, sulla base di una tradizione secolare della comunità afroamericana locale, per nutrire la propria passione per l’equitazione e offrire un’alternativa alla strada ai giovani del quartiere di Strawberry Mansion.
Questa energia si è tradotta in una competizione promossa dall’artista nel 2014, trasformando il club in un luogo di espressione artistica. La gara diventa così un’occasione per disarcionare i miti dominanti legati al genere Western, aprendo spazi per nuove narrazioni collettive. In questa occasione, i cavalieri e i membri della comunità di quartiere sono chiamati a ideare i costumi, organizzare e gestire la parata, manifestazione che dà il titolo al progetto artistico riposizionando al centro della narrazione un’intera collettività finalmente partecipe di una storia da cui era stata esclusa.

Ambienti, tradizionalmente maschili e sportivi, si caricano dunque di un’estetica “queer” fatta di lustrini, selle decorate con CD, tessuti vivaci e altri elementi scenici, rovesciando gli stereotipi legati alla disciplina. Qui il cavallo non è simbolo poetico, ma presenza politica concreta. Le auto modificate, i cappelli da cowboy e le carrozzerie cromate convivono con la dignità di un gesto collettivo che sfida lo sguardo esterno. Come sottolinea il curatore Francesco Zanot, “La tradizione del western viene smontata con cura e restituita al suo corpo dimenticato, alle persone nere che, nella storia, i cavalli li hanno cavalcati eccome — ma che nessuno ha mai incluso nella narrazione”.
Horse Day è quindi un atto di restituzione e liberazione, ma anche una lezione di forma. La periferia qui non si emancipa attraverso l’imitazione sterile del centro, ma viene ridisegnata.
In Bourouissa l’eredità coloniale non diventa mai un tema da trattato, ma un fatto reale e costante, mai enfatizzato, senza vittimismi o esotismi. Solo un’esigenza continua e urgente di ridefinire le gerarchie sociali e estetiche. Inoltre, come evidenzia Zanot, “le sculture fotografiche ottenute stampando alcune immagini delle scuderie e dei loro frequentatori su parti di carrozzerie automobilistiche accostano gli sfarzosi costumi dei cavalli alle modifiche di auto e pick-up, pratiche comuni nella cultura suburbana, richiamando anche la centralità dell’industria nella società contemporanea e il suo legame con la città, circondata da acciaierie lungo la Rust Belt americana”.

Nella sua produzione più recente, Bourouissa pone lo spettatore davanti a una lettura rovesciata del sistema di sorveglianza. In Shoplifters, ricostruisce le immagini sgranate di presunti taccheggiatori in minimarket tipici degli Stati Uniti, trasformandole in ritratti enigmatici sospesi tra sacro e profano. Con questo, sfida lo sguardo dell’osservatore e lo induce a riflettere sul furto. Fa riecheggiare nella mente del fruitore l’ottavo comandamento, eppure questi volti, colti parzialmente e opachi, riflettono intenzioni ambigue. Chi stabilisce la colpa? Chi è il vero colpevole? Cosa sappiamo di loro, al di fuori di ciò che si può vedere in queste fotografie? Se fosse un bisogno, può essere considerato comunque un reato?
In Hands, invece, il gesto è protagonista in una forma essenziale. Mani sospese, come emergessero da uno spazio indefinito, si dispongono in relazione senza mai toccarsi, creando una mappa di gesti ambigui che evocano richieste, resistenze e atti di appropriazione. Non sono elementi da conservare, ma forme da rendere visibili: la mano, dispositivo corporeo intrinsecamente politico, si presenta come un frammento fragile e potente allo stesso tempo. Un’azione silenziosa che attraverso il corpo restituisce il senso del lavoro e della lotta.
La forza di Bourouissa risiede non solo nei temi trattati, ma nell’eleganza comunicativa con cui li espone. Il riso è assente dalla narrazione, l’ironia non manifesta. Critiche e riflessioni si insinuano tra le righe. L’istituzione museale che ospita la mostra non subisce un atto di rottura, ma diventa uno spazio attraversato con consapevolezza critica. Si può parlare di una “presa di possesso rispettosa”, un luogo dove chi entra si stabilisce come ospite, trovando rifugio e allo stesso tempo offrendo nuova vitalità. Apparentemente silenziose, le immagini occupano le pareti e mutano l’atmosfera all’interno delle sale. Uno degli aspetti più forti di Communautés è la capacità di evitare qualsiasi compiacimento retorico, affidando alle immagini una forza sobria ma penetrante.
In linea con il percorso di Bourouissa, come ricorda Zanot, “Communautés non consola, bensì assegna alla visibilità uno straordinario potere sovversivo”, trasformando ogni opera in una soglia da varcare, un luogo dove le gerarchie vengono messe in discussione. Il museo diventa uno spazio condiviso di comunità, un ambiente di contraddizioni e scambi reciproci. Se restiamo disorientati nel percorrere le sale, significa che la mostra ha raggiunto il suo scopo: ha instillato il dubbio e ci ha costretti a cambiare prospettiva, o meglio, a sovrapporre le prospettive altrui alle nostre. E se davvero questo disorientamento ci destabilizza, allora ha già iniziato a trasformarci.





