Moda e Arte: il dialogo necessario che veste l’umanesimo

Si può indossare l’arte?

Quando Louis Vuitton lanciò la collezione Masters, realizzata in collaborazione con Jeff Koons, qualcosa nel contemporaneo cambiò. Quelle borse non erano solo accessori di lusso, ma veri e propri veicoli culturali: opere d’arte da indossare.

Colazione sull’erba di Edouard Manet – Jeff Koons x Louis Vuitton

Koons, in risposta alle critiche ricevute dal mondo dell’arte per aver “profanato” i maestri classici, fu chiaro: “Quando qualcuno cammina per la strada con questa borsa sta comunicando amore per l’umanesimo”. Una dichiarazione che chiarisce la portata simbolica e culturale di quel progetto.

Eppure, l’intreccio tra arte e moda ha radici più lontane. Era il 1932 quando il The New Yorker, famoso giornale americano, scriveva: “Un abito Schiaparelli equivale a un’opera d’arte”. Tra gli esempi più emblematici infatti si ricorda la storica collaborazione tra Elsa Schiaparelli – stilista rivoluzionaria vissuta tra gli anni ‘20 e ‘50 del Novecento, acerrima rivale di Coco Chanel – e Salvador Dalí – artista poliedrico, figura centrale del Surrealismo.

 Abito Aragosta del 1937 conservato al Philadelphia Museum of Art, Elsa Schiaparelli.

Insieme, diedero vita a un’estetica unica, sintesi di un surrealismo audace e di innovazione sartoriale. La loro unione è stata celebrata in numerose mostre, tra cui una significativa esposizione parigina del 2022 al Musée des Arts Décoratifs: un tripudio visivo in cui il rosa Shocking – colore identificativo della Maison Schiaparelli, nonché ispirazione per il titolo della mostra – e l’oro incorniciavano idee e provocazioni. L’esposizione ha raccontato un vertice creativo, un vero dialogo tra due visioni capaci di esaltarsi reciprocamente.

Negli anni Sessanta, anche Yves Saint Laurent si avventurò nel territorio dell’arte con la celebre serie di abiti Mondrian, i capi ricamati ispirati a Van Gogh, le mantelle dalle forme cubiste e la collezione Ballets Russes del 1976.

Le giacche ispirate ai Girasoli e agli Iris di Van Gogh del 1988 realizzate in raso di seta e ricami per un totale di 600 ore di lavoro sartoriale. Una delle 4 versioni della giacca con i girasoli, è conservata nel museo Yves Saint Laurent a Parigi mentre un’altra è stata venduta all’asta per un totale di 382mila euro.

Louis Vuitton ha saputo rinnovare questa tradizione dialogica. Dopo la collezione con Koons, il brand ha continuato a collaborare con artisti contemporanei giapponesi come Takashi Murakami e Yayoi Kusama. L’accoglienza della critica fu ben più positiva, complice probabilmente una strategia che sapeva valorizzare l’arte contemporanea nipponica. Il monogramma storico della Maison si alternava ai fiori psichedelici di Murakami o ai pois infiniti di Kusama, in una fusione armonica tra identità e visione artistica.

Un’intuizione, quella dell’arte giapponese, colta in tempi non sospetti anche dalla Galleria Deodato Arte, che già nel 2015 portava in Italia nomi allora poco conosciuti ma oggi celebri nel panorama internazionale. “Dopo oltre dieci anni, la nostra intuizione viene confermata. Oggi siamo arrivati a poter offrire opere di Kusama, e questo era un risultato inimmaginabile”, ha dichiarato il fondatore Deodato Salafia.

La sede in Via Nerino 1 della Galleria Deodato Arte dove è in corso la mostra Japan Pop Art fino al 17 Maggio

In questo contesto, il confine tra arte e moda si fa sempre più labile, dando vita a una nuova forma di esperienza estetica. Nella Galleria Deodato Arte, all’interno della sala dedicata alle opere di Yayoi Kusama, l’osservatore si ritrova immerso in un universo pulsante di pois. È davanti a una delle borse frutto della collaborazione tra l’artista giapponese e Louis Vuitton che sorge spontanea una riflessione: quale sarà il prossimo umanesimo? Ma soprattutto: la moda trae semplicemente ispirazione dall’arte o diventa essa stessa una forma d’arte?

L’occasione per approfondire il tema sarà il 16 Maggio alle 18:30 presso la Galleria Deodato Arte, in via Nerino 1 durante la presentazione del libro di Aldo PremoliCome la moda ha conquistato il mondo dell’arte”.

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Sara Conte
Sara Conte
Di solito osservo, ascolto, domando, leggo, indago, scrivo e parlo. Nel mio percorso ho incontrato l’arte, poi la moda, poi il design, poi la finanza e poi di nuovo l’arte. A 19 anni scrivevo per le pagine di Design de La Repubblica e a 20 per un giornale di moda lato business. Ho sempre esplorato il mondo con occhi curiosi e una penna, una matita o (ahimè) una tastiera in movimento. Amo le parole perché mi permettono di confrontarmi con l’altro. Il mio artista preferito si chiama Khadre, lo trovate ogni giorno seduto sulla stessa panchina a Parco Sempione, con lui condividiamo l’idea che “l’art n’a pas des regles”.

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