Mimmo Paladino e l’incredibile storia della Vecchia dell’aceto: “Le antiche leggende? Una chiave per riavvicinarci al mistero della vita e della morte”

Accade che un artista di fama internazionale come Mimmo Paladino, tra i massimi esponenti della Transavanguardia, realizzi una magistrale interpretazione visiva di un pezzo importantissimo della memoria collettiva siciliana, il romanzo di Luigi Natoli La vecchia decoll’aceto. Occasione ghiotta per un’intervista, che però potrete leggere tra non molto, prima cerchiamo di capire come è nato il progetto e chi era “la vecchia dell’aceto”.

Il volume d’arte è edito da Drago Edizioni con il contributo dell’Università LUMSA, dell’Assemblea Regionale Siciliana ed Elenka Art e corredato da una trentina di tavole illustrate da Mimmo Paladino, che saranno esposte tra non molto presso la sede LUMSA di Palermo. Il progetto si inserisce in una più ampia strategia di valorizzazione del polo culturale universitario LUMSA Art Factory (LAF), che grazie al prof. Giampaolo Frezza (Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Comunicazione) si sta ampliando anche in relazione all’acquisizione e alla ristrutturazione dei grandi spazi Liberty adiacenti all’attuale sede palermitana. La “vecchia dell’aceto” è un tassello importante nel progetto di sviluppo della LAF. Questo personaggio realmente esistito, di nome Giovanna Bonanno, era una fattucchiera palermitana che abitava non lontano dall’attuale sede della LUMSA, nel quartiere della Zisa, e che fu giustiziata tramite impiccagione nel 1789 in Piazza Villena, gli attuali Quattro Canti.

Ma cosa faceva e perché si chiamava così? Nel tardo Settecento la vecchietta vendeva alle donne infelicemente sposate un presunto “aceto” miracoloso – in realtà un veleno per topi a base di arsenico – utilizzato per uccidere i mariti. In questo classico della letteratura popolare siciliana Luigi Natoli, per intenderci l’autore dei Beati Paoli, mescola sapientemente ricostruzione storica e invenzione narrativa. Ambientato nella Palermo di fine Settecento governata dal vicerè Caracciolo, il romanzo descrive con estrema lucidità il contrasto tra lo sfarzo decadente della nobiltà e la profonda povertà del popolo, una società maschilista e oppressiva dove il veleno appare come l’unica via di fuga per molte donne. Una di queste è la povera Rosalia, la “principessa del Cortigliazzo”, vittima della violenza patriarcale ma anche delle sue stesse illusioni e, infine, “miserabile cencio perduto nella spazzatura della vita sociale”.

Con le sue visioni pittoriche Mimmo Paladino riesce a far emergere i caratteri intensi di questi personaggi, le atmosfere cupe e festose del romanzo: la sensualità della “principessa del Cortigliazzo”, con le sue mani “fine e lunghe”, gli “occhi neri e vellutati” e la “bocca umida, (…) avida di piaceri e di piacere”, la rugosa povertà della “vecchia dell’aceto”, le comari invidiose, la taverna dello zù Rosario, le edicole votive, “l’illuminazione sfarzosa” del Festino… in questa inervista, gli abbiamo chiesto di raccontarci il progetto e come l’ha affrontato dal punto di vista artistico.

Maestro Paladino, cosa l’ha spinta ad accettare la sfida di illustrare un classico della letteratura popolare siciliana come La vecchia dell’aceto di Luigi Natoli?

C’è stata una proposta di una piccola casa editrice di Bagheria, Drago, con la quale iniziammo molti anni fa a fare delle piccole edizioni, anche cose abbastanza atipiche. Si mostrò molto attenta. E poi conoscevo l’autore, famoso per i Beati Paoli. Sa, io cerco sempre di sostenere queste operazioni complesse, difficili editorialmente. Non c’è un grande spazio per questo tipo di editoria e quando c’è qualcuno per me valido allora io accetto sempre molto volentieri.

Forse c’è anche un affetto per la Sicilia, anche se lei è nato in Campania

Mio nonno è di Palermo, quindi c’è una sorta di contatto ideale. Il nome è anche Domenico Paladino, guardi un po’!

Fantastico! Non lo sapevo. Lei ha illustrato i grandi classici della letteratura utilizzando le tecniche più disparate, per il romanzo della “vecchia dell’aceto” quali tecniche ha scelto?

Per quanto riguarda i grandi classici, il lavoro più complesso è stato quello dell’Iliade e dell’Odissea, ho impiegato due anni, però non lavorandoci sempre. La tecnica è anche in base all’espressione che si vuole dare alla pagina. Per la “vecchia dell’aceto” ho utilizzato gli acquerelli, ma anche inchiostri, insomma un po’ di tecniche miste. L’estate scorsa ho lavorato a queste pagine, io poi mi dedico a questo tipo di abitudini nel momento estivo, quando c’è un’attenzione diversa, perché poi battaglio con le mostre, i grandi quadri, e non c’è spazio per queste riflessioni.

Questa storia tra l’altro tocca delle corde che sono sue, c’è questo senso di ancestralità, l’intrecciarsi della vita con la morte

Atmosfere che sono molto radicate nel nostro meridione. La luce e il buio, la sotterraneità e la luminosità, sono atmosfere che sopravvivono sia a Napoli che a Palermo, ovviamente. La leggenda, il mistero, mi appartengono abbastanza.

I personaggi del romanzo hanno una doppia faccia, sono sia vittime che colpevoli, la “vecchia dell’aceto” ad esempio è una povera mendicante e una spietata avvelenatrice. Il suo lavoro è stato ispirato da queste contraddizioni?

Anche in una certa cultura popolare napoletana c’è questo aspetto, nelle sceneggiate napoletane, dove c’erano il buono e il cattivo, dove il bene e il male comunque convivevano. Siamo in piena Grecia, in piena tragedia greca. Natoli scriveva in un’epoca per noi davvero remota ormai, sebbene vicina.

Proprio così, remota sebbene vicina, basti pensare al tema della violenza sulle donne di una società maschilista e oppressiva dove il veleno appare come l’unica via di fuga…

Era superiore, certo.

In questa storia ambientata nella Palermo del Settecento, gli intrighi della nobiltà si mescolano con quelli del popolo.

Proprio così, l’alto e il basso si mescolano continuamente. Nei palazzi nobiliari i nobili abitavano al piano nobile, ma al pian terreno coabitavano con il popolo, convivevano nello stesso edificio. C’è sempre stato questo rapporto tra l’alto e il basso, anche se in una gerarchia sociale.

Un’altra parte importante del racconto è legata al rapporto con il sacro.

Il sacro diventa anche una forma di partecipazione diretta, cioè con i santi si parla in maniera confidenziale. Con San Gennaro a Napoli, come con Santa Rosalia in Sicilia c’è la confidenza di poter parlare direttamente. Ad esempio quando il sangue non si scioglie le famose comari in chiesa inveiscono contro il santo, inveiscono contro San Gennaro. Quindi c’è una strana confidenza con il sacro e anche con l’aldilà. A Palermo c’è la cripta dei Cappuccini, a Napoli c’è il cimitero delle Fontanelle, questa strana confidenza diventa un dialogo con l’aldilà. Allora la vecchia che ammazzava la gente non ci impressiona più di tanto, perché vi è un rapporto quasi confidenziale con la morte.

L’arte contemporanea è un veicolo formidabile per far conoscere alle nuove generazioni le storie che appartengono alla nostra memoria collettiva.

Infatti questo volume d’arte è edito in esclusiva per l’Università LUMSA di Palermo e addirittura non è in commercio, quindi è un volume abbastanza prezioso.

La copertina è stata realizzata con veline originali, di che si tratta?

Sono le veline con le quali si avvolgevano le arance, io le ricordo bene, da bambino capitavano queste arance con le veline policrome, strane, fantasiose. Quando con Drago si pensava a una confezione io ho detto “perché non proviamo con delle vecchie veline” e lui è stato bravissimo, ne ha trovate tante e con quello ha fatto una sorta di collage. Alcune copie del libro manterranno le copertine realizzate con i collage originali. Usare le veline delle arance può sembrare anacronistico, invece c’è una volontà e un valore nel sostenere che ci sono state delle presenze figurative “popolari” importanti. Anche la velina dell’arancia ha una sua validità culturale, è un oggetto umile che nasce per un motivo pratico, ma è anche decorativo. Non si esclude la bellezza con la pratica, e questa è una grande qualità della cultura popolare. Il carretto siciliano per esempio non avrebbe necessità di essere decorato, eppure ha una super decorazione fantastica. Non è folklore, o perlomeno, arriva a noi come folklore, ma era reale.

Nella sua carriera lei si è confrontato con installazioni di grande impatto e con spazi urbani. Come ha vissuto questo passaggio di scala verso un lavoro più piccolo e intimo?

È come suonare su tastiere importanti e grandi, ma anche piccole.

Questo lavoro quindi suona diversamente rispetto, ad esempio, alla montagna di Gibellina.

Sì, ma bisognava essere a quell’epoca in mezzo ai ruderi. Il Cretto era stato appena iniziato e facevamo questa montagna per la sposa di Messina di Schiller. Poi è diventata un’opera. Con il sindaco Corrao c’era un’energia in quei giorni molto forte. Si immagini che al mondo non esiste una città inventata dagli architetti e dagli artisti, per volontà di un singolo tra l’altro. Neanche Lorenzo de’ Medici ci riuscì. Poi con tutte le utopie immaginabili, beh, è ovvio. Però il fatto di averla solo immaginata e poi cominciata a realizzare, è clamoroso.

Davvero un’esperienza unica e irripetibile. Tornerà a Gibellina ora è Capitale dell’Arte Contemporanea?

Capita spesso che si dice ”sì, torno”. Poi non succede. No, ma dovrei andarci assolutamente.

Tornando alle sue tavole, con pochi e semplici tratti lei riesce a fare emergere i caratteri dei personaggi o l’atmosfera di alcuni passaggi del testo: la sensualità della “principessa del Cortigliazzo”, la rugosa povertà della “vecchia dell’aceto”, le edicole votive, il Festino del 1763. Che cosa l’ha ispirata maggiormente?

Mi sono concentrato su quello che mi poteva suggerire una forma, bastava a volte davvero una breve frase per far scattare un’immagine e ovviamente ho scelto quelle che erano più adatte a poter essere espresse.

Più che illustrazioni le sue sono visioni pittoriche.

Sì, visioni pittoriche. Io non illustro un libro, non l’ho mai fatto. Però la pagina mi suggerisce qualcosa che la ricorda. Forse in questo libro c’è qualche illustrazione più precisa. Per esempio, lei, la “vecchia dell’aceto”, è stata raffigurata come di solito può essere un personaggio del genere. Questo della “vecchia dell’aceto” credo che sia un gran soggetto cinematografico, potrebbe essere realizzato senza alcun problema, perché è pieno di immagini, anche di battute, di fatti raccontati in modo molto preciso.

La Taverna dello zù Rosario, le comari invidiose del Cortigliazzo, l’illuminazione sfarzosa del carro trionfale…

Sì, sono veramente precise. Lei non se lo ricorda perché era troppo piccola, ma la RAI faceva questi serial che all’epoca si chiamavano sceneggiati, uno riguardava proprio il romanzo I Beati Paoli di Natoli. Queste vicende riuscivano a catturare la fantasia di un bambino, quale ero io. C’erano la tenebrosità, le congreghe, un le congiure… avevamo pure un po’ paura, perché erano incappucciati. Davvero affascinante!

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Carola Arrivas Bajardi
Carola Arrivas Bajardi
Architetto, designer, dottore di ricerca sulla sostenibilità ambientale e insegnante di storia dell’arte. Scrive articoli di approfondimento su arte, design e architettura con l’intento di divulgare contenuti culturali in maniera semplice ma approfondita, cercando sempre di aggiungere un punto di vista diverso. La sua è una personalità eclettica che l'ha portata a fare cose diversissime tra loro: dopo il liceo classico si laurea in Architettura, vince una borsa di studio e si occupa di design a Londra, Roma e Milano, espone a New York nella mostra “Theatre of Italian Creativity”; tornata a Palermo consegue un PhD in ingegneria sul life cycle assesment, diventa LEED AP e vince il premio Mirna Terenziani; si abilita per insegnare disegno e storia dell’arte e scrive articoli di approfondimento. Grazie al suo percorso possiede una visione trasversale, mai settoriale, oggi più che mai necessaria per affrontare le complessità e le trasformazioni del mondo contemporaneo.

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