Milano non esiste più: cronaca di una città svenduta tra storytelling, Week e aperitivi

Sono nato a Milano da genitori, nonni e bisnonni milanesi. Cosa è diventata questa città negli ultimi anni lo spiega molto bene il libro L’invenzione di Milano di Lucia Tozzi. Quando ero bambino si parlava di questa città come di un posto dove si lavora, sobrio ed elegante, grigio. Fine del discorso, non c’era molto altro da aggiungere. Il tracollo parte da quando questa città comincia a parlarsi addosso, a costruire una narrazione di sé, vendendosi come il posto figo dove succedono tutte le cose fighe, che se non partecipi sei un solo uno sfigato e vivi fuori dal mondo. 

Tutto comincia più o meno a partire da Expo 2015, quando la città prende il brutto vizio mostrarsi come una metropoli splendente e desiderabile, proiettando un’immagine distorta di attrattività globale. Bisogna subito dire che questa trasformazione non è il frutto di un cambiamento reale, bensì il risultato di una potentissima campagna di marketing, senza precedenti per intensità ed estensione. È infatti la metamorfosi fisica della città a seguire – e non a precedere – questa strategia comunicativa, resa possibile da uno spostamento sistematico di risorse, materiali e intellettuali, dalla produzione di cultura, ricerca e servizi di welfare alla costruzione di un’immagine di metropoli globale del lusso.

L’aspetto più inquietante di questo processo risiede nel ruolo centrale della finanza, impegnata su due fronti: da un lato, la concentrazione della ricchezza mediante la privatizzazione degli spazi pubblici e delle istituzioni sociali e culturali; dall’altro, il quasi totale annichilimento delle forze potenzialmente critiche, ovvero quelle capaci di generare attrito, resistenza e contraddittorio all’interno del sistema e di contrastare le disuguaglianze.

La Milano del 2025 è diventata un parco giochi per ricchi e una trappola asfissiante per schiere di giovani provinciali sottopagati che vengono qui per postare su Instagram la loro meravigliosa (leggere: triste e finta) vita da aperitivo e vernissage mentre abitano in alveari di cemento in periferie degradate, con affitti a cifre astronomiche e che lavorano 12 ore al giorno per qualche stronzo che li paga una miseria. Nel frattempo gli altri provinciali rimasti a vivere a Schifopoli sul Mincio, dove l’evento più cool dell’anno è la sagra della scrocchiarella con quattro tamarri tatuati che si accoltellano in piazza, coltivano un odio viscerale verso la metropoli e la guardano con diffidenza, ne sono incuriositi ma allo stesso tempo la disprezzano. (che poi forse, a ben vedere, i quattro tamarri che si accoltellano sono davvero più interessanti della Design Week).

Questa è diventata la città dei Davide Lacerenza e affini, ovvero una banda di disgraziati arricchiti, semi-analfabeti in mocassino senza calze, che sono venuti in città a giocare a fare i nuovi milanesi, a consumare cocaina e a sbatterti in faccia le mazzette di soldi, per aderire al modello della metropoli dove o hai i soldi e frequenti la gente giusta oppure sei un coglione, una mezzasega che non conta niente. 

Io sono classista e non me ne frega nulla di fare finta di non esserlo per opportunità o posizionamento. Questo modello di città mi fa schifo, come mi fa schifo tutta sta gente che ha portato Milano a diventare il circo che è oggi. L’ho vista cambiare anno dopo anno, l’ho vista marcire dalle fondamenta e l’ho sentita allontanarsi sempre di più da quel posto brutto ma sincero che avevo imparato a conoscere da bambino e ad amare da ragazzo. E da milanese questa cosa mi fa male il doppio.

E se parliamo di offerta culturale, le cose vanno solo peggio. Oltre a essere diventata la parodoia di se stessa, Milano ha smesso di offrire qualsivoglia contributo artistico e creativo di senso. Tutto è costruito sulle Week, per cui qualcosa nasce, si consuma e muore nel giro di sette giorni. Non ci sono spazi per la sperimentazione e per il confronto creativo, quindi non nasce più niente di interessante. Agli eventi gira sempre la stessa gente, sempre le stesse persone senza arte né parte, dilapidati quadrumani che nemmeno pensano, ma solo intuiscono che oggi comportarsi come un depensante è la formula del successo, e allora vai che andiamo a gentrificare l’ennesima bocciofila di vecchi sdentati in periferia. 

Magari chiamiamo i professionisti della moda e ci facciamo una bella sfilata di moda nella bocciofila! Che idea originale, così anticonvenzionale, così controcorrente! Così, al posto dei designer e degli stylist, che sarebbero i veri addetti ai lavori, in prima fila ci si siedono influencer e tiktoker. Oppure possiamo andare a fare colazione all’alba in piazza Duomo, perché ormai siamo così soli e annoiati che ci rimangono solo queste simpatiche stronzate per stare insieme e trovare punti di aggregazione. 

Agli opening delle mostre ci trovi un’altra masnada di lobotomizzati a cui interessa meno di zero di cosa c’è esposto, sono lì a fare network, le storie, i selfie. Leggere un testo critico è diventato troppo faticoso, ditemi dove servono il cocktail che non ho tempo da perdere. 

Se qualcosa non genera business, allora non interessa, non si fa, si scarta. Il paradosso è che se sei un artista, vuoi lavorare e fare qualche soldo, non puoi fare a meno di venire a contatto con la trappola di Milano, perché fuori da qui questo paese è il nulla cosmico. Pensate come stiamo conciati…

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