A Milano, il Natale inizia sempre un po’ prima, quando al Museo Diocesano Carlo Maria Martini si riapre la sala del Presepe del Gernetto. Un rito che torna anche quest’anno, dal 2 dicembre 2025 al 25 gennaio 2026, con una sorpresa che profuma di carta antica, tempera e cura: il celebre Presepe di Carta di Francesco Londonio — l’ultimo esemplare lombardo settecentesco giunto quasi integro ai giorni nostri — si presenta al pubblico con cinque nuovi elementi restaurati: tre figure e due quinte scenografiche, provenienti da una donazione privata e riportate alla loro leggerezza originaria grazie al sostegno di PwC Italia.
Le cinque nuove figure — due paesaggi, due personaggi e un animale — erano giunte al Museo in condizioni complesse: manomissioni antiche, abrasioni, collanti acidi, ridipinture incoerenti. Un destino comune a quei presepi “vivi”, allestiti e smontati per generazioni, che spesso recano le tracce del loro uso affettuoso. Il restauro, condotto negli ultimi mesi, ha permesso non solo di recuperare i colori e la verticalità dei cartoncini, ma anche di riconoscere sul retro delle iscrizioni identiche a quelle delle figure già presenti nella collezione, confermando la loro appartenenza storica al Presepe del Gernetto.

La vicenda del presepe di Londonio è, di per sé, un piccolo romanzo lombardo. Commissionato dal conte Giacomo Mellerio per la sua villa di Lesmo, rimase per oltre due secoli nella dimora di famiglia. Fu poi sul punto di essere disperso sul mercato antiquario, venduto a pezzi come accade spesso ai presepi di carta. Ma Anna Maria Bagatti Valsecchi, intuendone il valore, lo acquistò interamente e nel 2018 lo donò al Museo Diocesano, che da allora lo protegge, lo studia e ogni Natale lo ripresenta al pubblico arricchito da nuove scoperte.
Nel giorno in cui il Presepe di Londonio torna a illuminare le sale del Museo Diocesano, la direttrice Nadia Righi ci accoglie fra figure di carta che attraversano tre secoli e una storia fatta di riscoperte, donazioni e restauri. Con lei abbiamo ripercorso il valore identitario di quest’opera unica per Milano e per il museo.

Direttrice Righi, perché il Presepe di Londonio è così identitario per il Museo Diocesano?
Tutti gli anni — ci spiega — la riapertura della sala del presepe è per noi un segno dell’attesa del Natale. Londonio rappresenta una tradizione lombarda che unisce arte, devozione e memoria familiare: ogni figura racconta un frammento della nostra storia. Per questo la sua conservazione è così importante, e siamo grati a PwC Italia per aver reso possibile il restauro e l’ingresso gratuito del primo giorno.
Molti visitatori non immaginano quanto lavoro ci sia dietro un presepe “di carta”. C’è un dettaglio del restauro di quest’anno che l’ha colpita particolarmente?
Il momento in cui abbiamo scollato alcuni elementi è stato rivelatore. Abbiamo scoperto che certe figure, come il ponte o uno dei Magi, erano state assemblate in epoche diverse, forse per sopperire a parti mancanti. La carta racconta tutto: i collanti sbagliati, le riparazioni domestiche, perfino le iscrizioni sul retro, identiche nelle nuove figure e in quelle già presenti. È stato come ritrovare un tassello mancante di una storia lunga tre secoli.
Nelle parole della direttrice affiora anche un’altra riflessione: la tradizione del presepe, nelle case italiane, si sta perdendo. “Quest’anno non si trovava nemmeno il muschio nei negozi”, osserva con un sorriso. Ma proprio per questo il Presepe di Londonio, con i suoi pastori in abiti settecenteschi, la Brianza sullo sfondo e la teatralità delle sue quinte, diventa un ponte tra la Milano del Settecento e quella di oggi: un invito non solo alla contemplazione, ma alla continuità di una tradizione culturale che ha ancora molto da raccontare. Se il Presepe del Gernetto è tornato a splendere, è anche grazie all’impegno di PwC Italia.

Abbiamo chiesto a Chiara Carotenuto (Communication, Engagement and Branding Partner di PwC Italia) di raccontarci come è nato questo incontro tra impresa, tradizione e territorio, e perché PwC ha scelto di dedicare un “regalo culturale” alla città di Milano?
Abbiamo avuto l’opportunità di conoscere la dottoressa Righi, che ci ha raccontato la storia affascinante del presepe del Museo Diocesano e dell’esigenza di garantirne la migliore conservazione. Da lì è nato un dialogo durato mesi, durante il quale abbiamo lavorato insieme per costruire un progetto che ci rispecchiasse pienamente. Abbiamo deciso di sostenere il restauro e l’apertura al pubblico del presepe come un piccolo regalo alla città di Milano, un gesto che tiene insieme tradizione, territorio e tecnologia: tre elementi che fanno parte del DNA di PwC. Per noi è stato naturale aderire a un’iniziativa che mette al centro valori così affini ai nostri.
Che anno è stato il 2025 per PwC per la Cultura?
Per noi questo presepe rappresenta simbolicamente l’inizio di una nuova stagione di collaborazione con il Museo Diocesano. Allo stesso tempo, si inserisce in un programma più ampio, “PwC per la cultura”, con cui già lo scorso anno abbiamo portato nella nostra Torre un’opera di Picasso concessa dalla Pinacoteca di Brera e con cui oggi collaboriamo anche al restauro di un Rubens. Abbiamo attivato progetti in tutta Italia e continuiamo a costruire iniziative che valorizzano il nostro patrimonio artistico e culturale. Il 2025 è stato un anno ricco, che segna una crescita del nostro impegno culturale.

Nel dialogo con Alessandro Grandinetti (Clients and Markets Leader PwC Italia), la cultura non è un ornamento, ma un’infrastruttura indispensabile alla crescita delle persone e delle organizzazioni. Con lui abbiamo esplorato cosa significa, oggi, per una realtà come PwC Italia investire nel patrimonio culturale del Paese.
Significa mettere insieme attenzione al territorio, valore identitario, cultura e tradizione, ma anche innovazione tecnologica applicata alla conservazione. “PwC per la cultura” nasce dall’ascolto delle nostre persone: 9.600 professionisti che ci hanno chiesto di non limitarci alla formazione istituzionale, ma di ampliare gli orizzonti, di nutrire curiosità e conoscenza. Chi lavora con i clienti ha bisogno di un background culturale solido per dialogare, comprendere, interpretare la realtà. Ecco perché investiamo in iniziative che arricchiscono non solo la comunità, ma anche i nostri professionisti. L’arte per noi è condivisione, e la cultura rappresenta un modo per recuperare il rapporto umano. Siamo un’organizzazione fortemente qualificata sulla tecnologia, ma la tecnologia è un mezzo, non un fine. La cultura ci riporta alle cose belle, e le cose belle fanno bene all’anima.
In che modo la cultura entra nel vostro lavoro quotidiano?
All’interno di PwC convivono quattro generazioni, dai Boomer ai più giovani: tutti hanno attraversato la trasformazione digitale. La cultura è il collante, la bellezza è ciò che ci riconnette alla nostra umanità in un momento storico in cui la tecnologia rischia di isolare. Siamo convinti che oggi l’umanesimo sia l’anello mancante da recuperare. La cultura accende curiosità, stimola il senso critico e aiuta soprattutto i più giovani a riconnettersi con una percezione reale della storia e della verità, non mediata da sintesi rapide o schermi. È stato un anno molto intenso. Portiamo avanti diverse iniziative sul territorio: collaborazioni con musei, partnership con mostre, presentazioni di libri e progetti culturali locali. L’obiettivo è offrire alle nostre persone occasioni di confronto con stimoli autentici, non filtrati da uno schermo o da una comunicazione compressa. La cultura, per noi, è una provocazione positiva: invita a cercare il nostro passato, capire il presente e immaginare il futuro.
Con “PwC per la cultura” vogliamo valorizzare tutte le nostre 25 sedi con iniziative significative per ciascuna comunità. Perché lavorare bene significa anche crescere come individui, e questo passa anche dall’arricchimento culturale.

Il Presepe di Londonio, con la sua fragile architettura di carta e la forza simbolica delle sue figure settecentesche, non è soltanto un capolavoro ritrovato: è un ponte tra generazioni, memorie e sguardi diversi sul Natale. Quest’anno, grazie al restauro e alla collaborazione con PwC Italia, torna non solo più completo, ma anche più condiviso. Perché la cultura — nelle parole dei protagonisti di questa storia — è un gesto che unisce, un invito a rallentare, a osservare e a ritrovare ciò che ci racconta chi siamo. E forse è proprio da qui, da un presepe di carta che continua a vivere, che Milano ritrova ogni anno la sua luce più autentica.


