Michele Mari ha vinto il Premio Strega 2026 con I convitati di pietra, pubblicato da Einaudi, imponendosi in una finale che sembrava già scritta e che invece, nelle ultime settimane, si era trasformata in un piccolo processo pubblico. Lo scrittore milanese ha ottenuto 190 voti, davanti a Matteo Nucci con Platone. Una storia d’amore, fermo a 152, e a Bianca Pitzorno con La sonnambula, terza con 84 preferenze. Numeri netti, quasi chirurgici, che hanno chiuso l’edizione del premio letterario più osservato d’Italia con un verdetto meno incerto di quanto il rumore mediatico lasciasse immaginare.
La vittoria di Mari arriva però dopo giorni agitati, segnati dalle polemiche nate intorno ad alcune frasi attribuite allo scrittore su Michela Murgia. Un caso esploso durante il tour dei finalisti e diventato rapidamente materia da social, giornali, prese di posizione, indignazioni incrociate. In un’edizione già molto esposta, la questione ha spostato per qualche giorno l’attenzione dal romanzo alla figura pubblica dell’autore, dal libro alla reputazione, dalla letteratura al tribunale permanente dell’opinione. Si è parlato persino della possibilità di un’esclusione, ipotesi poi non concretizzata, mentre il dibattito si allargava ben oltre il perimetro del Premio Strega.
Ma I convitati di pietra non è un libro laterale dentro questa storia. Anzi, sembra quasi costruito per risuonare con ciò che gli è accaduto intorno. La trama parte da una data precisa, il 22 luglio 1975: una classe di liceo, riunita per festeggiare il primo anniversario della maturità, decide di stringere un patto di sangue e denaro. Ognuno dei trenta ex compagni verserà ogni anno una quota in un fondo comune, destinato a crescere nel tempo fino a diventare una fortuna. A incassarla, però, saranno soltanto gli ultimi superstiti. La giovinezza, invece di aprirsi al futuro, inventa così una macabra lotteria sulla morte, un gioco crudele in cui l’amicizia diventa contratto, la nostalgia investimento, il tempo una forma di selezione naturale.
Da qui Mari costruisce un romanzo corale e nero, abitato da ex studenti che si ritrovano, invecchiano, si osservano, si perdono. Le cene periodiche diventano il teatro in cui riaffiorano rivalità, ambizioni, fallimenti, rancori, piccole vanità di classe e ferite mai davvero chiuse. Ogni nome dell’appello scolastico si trasforma in destino; ogni assenza pesa più di una presenza. Il titolo, I convitati di pietra, lavora proprio su questo: chi non c’è più continua a occupare il tavolo, chi resta è costretto a misurarsi con il privilegio ambiguo della sopravvivenza. Il Premio Strega lo definisce un libro comico e corale, un “romanzo nero” che gioca con il tempo che passa.
Eppure proprio qui sta il punto. Mari non vince “nonostante” le polemiche soltanto perché le polemiche non sono bastate a fermarlo. Vince perché la sua candidatura appariva da subito come una delle più forti, sostenuta dal peso di una carriera letteraria appartata e riconoscibilissima, da un pubblico fedele, da una lingua che da decenni procede fuori dalle mode e dalle scorciatoie dell’attualità. Nel romanzo, la memoria non è mai semplice nostalgia, ma un dispositivo crudele, una macchina che conserva e insieme deforma.
Mari è da sempre uno scrittore inattuale nel senso migliore del termine. Coltissimo, ossessivo, barocco, capace di tenere insieme il fumetto, il gotico, la filologia, il romanzo di formazione, l’enciclopedia privata e il gioco macabro. La sua letteratura non chiede di essere immediatamente simpatica. Non cerca l’adesione facile, non lavora sul consenso emotivo del presente, non si offre come postura morale pronta all’uso. Per questo la sua vittoria allo Strega è interessante: premia un autore che non somiglia alla figura dello scrittore-performer ormai dominante, pur finendo, suo malgrado, dentro una dinamica pienamente performativa.
La polemica su Murgia, infatti, dice molto meno di Mari di quanto dica del clima culturale in cui leggiamo oggi. Ogni frase diventa identità, ogni scivolamento diventa prova generale di colpevolezza, ogni premio si trasforma in referendum simbolico. La letteratura, che dovrebbe complicare il giudizio, viene spesso risucchiata nella necessità opposta: semplificare, schierare, assolvere o condannare. Il caso Mari ha funzionato così, come un acceleratore di posizioni già pronte. Da una parte chi ha letto la polemica come elemento sufficiente per delegittimare il riconoscimento; dall’altra chi ha reagito trasformando ogni critica in censura. In mezzo, quasi spaesato, il libro.
Lo Strega, del resto, non è mai stato soltanto un premio letterario. È un rito mondano, editoriale, televisivo, politico nel senso largo del termine. Ogni anno misura i rapporti di forza tra editori, giurie, reputazioni, sensibilità dominanti. Nel 2026 ha mostrato ancora una volta quanto sia difficile separare il valore di un’opera dalla biografia pubblica di chi la firma. Ma ha anche ricordato che la letteratura, quando resiste, non coincide mai del tutto con il suo contorno.




