Michelangelo e Bologna è la mostra di cui non sapevamo di avere bisogno. Offuscato dallo splendore di Roma e Firenze il patrimonio rinascimentale del capoluogo è spesso messo in ombra, isolato. La città è associata all’antica Felsina etrusca e al fiorire della cultura in epoca medievale, dalle chiese gotiche alla nascita della prima università europea, eppure proprio a Bologna si sviluppò quel “Rinascimento rustico e fiero” (Daniele Benati) che rappresenta un unicum nell’arte italiana.
Uno stile particolare, aperto al pathos e ai soggetti “più vicini al vero” che coinvolse e influenzò autori importantissimi che si trovarono nel centro urbano di passaggio, chiamati dai mecenati locali, per contribuire al grandioso cantiere di San Petronio, nomi come Jacopo della Quercia, Niccolò dell’Arca e Michelangelo Buonarroti. Quest’ultimo si reca nel centro urbano in due occasioni: la prima nel 1494-95 nei panni di un giovane artista in fuga da Firenze a causa delle tensioni politiche e una seconda volta nel 1506-08 come uno scultore trentaduenne affermato, conteso dalle più alte committenze italiane, alle prese con problemi tecnici e preoccupazioni per il sostentamento economico della propria famiglia e intento quindi a riconquistare i favori del Papa.

Due momenti di confronto e formazione che hanno avuto un enorme impatto sul divin artista raccontati attraverso un meticoloso percorso espositivo, inaugurato lo scorso 14 novembre e visibile fino al 15 febbraio a Palazzo Fava, grazie al quale possiamo apprezzare il muto dialogo instaurato dal Buonarroti con i rilievi della Porta Magna di San Petronio di mano di Jacopo della Quercia. In quelle figure poderose e magniloquenti si nascondeva parte del futuro marchio stilistico di Michelangelo, di cui abbiamo un primo avviso proprio nell’opera di completamento dell’Arca di San Domenico per cui scolpì le figure dell’Angelo Reggicandelabro, di San Procolo e di San Petronio.
Proprio la trattazione dei volumi, la plasticità dei suoi soggetti, il dinamismo, la tensione emotiva e i corpi possenti rimarranno sue caratteristiche fondamentali grazie alle quali verrà paragonato agli antichi artisti di epoca ellenistica. L’esposizione, a cura di Cristina Acidini – presidente della Fondazione Casa Buonarroti e dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze – e da Alessandro Cecchi, direttore di Casa Buonarroti, riunisce opere giovanili e materiali documentari preziosi: dalla Madonna della Scala, realizzata durante gli studi presso il Giardino di San Marco, a un raro disegno per il monumento funebre di Giulio II, dai calchi storici a lettere, libri e testimonianze d’archivio.

Accanto alle opere michelangiolesche trovano spazio dei capolavori, erroneamente considerati minori, degli artisti che ebbe modo di incontrare o studiare a Bologna come Jacopo della Quercia, Ercole de’ Roberti, Francesco Francia, Lorenzo Costa e Amico Aspertini. Poter confrontare in presa diretta la produzione di questi autori con quella dell’artista toscano rappresenta non solo un’occasione unica, ma anche uno spunto di riflessione rispetto alle lenti con cui siamo abituati a giudicare e apprezzare il Rinascimento. Il ritorno a Bologna di Michelangelo nel 1506 segna un punto di svolta per la sua carriera. È il momento di allontanare i dissapori con Giulio II, dovuti ai tagli dei fondi e all’attenzione riservata dal Papa al suo grandioso mausoleo e alla seguente fuga fiorentina dell’artista.
“Beatissimo Padre, io sono stato stamani cacciato di Palazzo da parte della Vostra santità onde io le fo intendere che da ora innanzi, se mi vorrà mi ciercherà altrove che a Roma” (Michelangelo Buonarroti)

Nonostante i passati attriti tra i due, questo rinnovato incontro confluisce nell’incarico di realizzare una grande statua bronzea raffigurante Giulio II benedicente destinata alla facciata di San Petronio, oggi perduta, che rappresenta una sfida tecnica importante per Buonarroti non avvezzo alla scultura bronzea. L’opera presto distrutta in protesta contro il potere papale celebrava il trionfo del “Papa Guerriero” seduto in treno e intento a benedire, o meglio comandare la città, con la mano destra alzata in imitazione delle antiche usanze romane. Seppur perduta, sarà quest’opera ad inaugurare un’altra serie di commissioni papali monumentali, prima tra tutte l’incarico ricevuto per la decorazione della volta della Cappella Sistina.
Proprio il capitolo bolognese, spesso trattato marginalmente, mostra come l’artista fosse costantemente impegnato nell’assimilare e rielaborare modelli diversi. Le ricerche documentarie più recenti, unite a indagini tecniche e a nuove letture critiche, continuano a far emergere aspetti poco esplorati della sua vita: dalle reti di amicizia alle strategie professionali, fino al ruolo dei vari centri culturali con cui entrò in contatto. La presenza del maestro in città, seppur limitata a due brevi periodi, lasciò un’impronta significativa nella cultura figurativa bolognese. Dopo la sua dipartita, il suo stile e il suo nome furono sulla bocca degli artisti del luogo che, anche per volontà dei mecenati, cercarono di imitarne o reinterpretarne la maniera. Tendenza testimoniata dalle similitudini riscontrabili con il San Procolo eseguito da Alfonso Lombardi nel 1528 proprio per la Basilica di San Petronio, rimasto poeticamente e casualmente inconcluso come le opere michelangiolesche più tarde.

L’artista rimase così stimato da essere consultato dal canonico Bartolomeo Barbazza nel 1522, passati ben sedici anni dalla sua partenza, per richiedere disegni e progetti per un monumento funebre da collocare all’interno della Basilica. Tanto che lo stesso curatore Alessandro Cecchi non esclude che il mercato dell’arte possa ancora riservare inediti — come disegni o fogli sfuggiti alla catalogazione — capaci di modificare la nostra conoscenza del suo percorso creativo.
Michelangelo è un’inesauribile fonte di studi. Fu il magnifico artista “moderno” in grado di eguagliare la bellezza degli antichi, come il più grande scultore rinascimentale che anticipò le torsioni, l’estetica indefinita dell’opera ancora in compimento, avvolta nella materia e solo in parte plasmata, tipiche della sensibilità del tardo Romanticismo, pensiamo a scultori come Rodin. Infiniti sono gli aspetti della produzione michelangiolesca che meriterebbero di essere onorati con un’esibizione apposita, bensì sono poche le mostre che effettivamente presentano i lati meno conosciuti dell’autore. Michelangelo e Bologna intende proprio indagare e offrire al grande pubblico alcuni momenti di passaggio, cruciali dal punto di vista storico artistico, ma ancora ignorati dal sentire comune portando i visitatori a conoscere da un lato umano, a tratti intimo, l’artista divenuto così noto da essere considerato quasi una divinità più che un uomo in carne e ossa, che ha studiato, sofferto, appreso, cambiato tecnica e poetica numerose volte nel corso della sua vita.


