È davvero di grande impatto la serie tematica di polaroid olandesi che Luigi Ghirri ha realizzato in occasione di un viaggio, su invito, presso la sede europea dell’azienda Polaroid, appunto ad Amsterdam. Siamo nel biennio 1980-81 e il fotografo reggiano, quasi quarantenne, in quest’occasione compone scenari fotografici orientati in direzione metafisica e marcatamente concettuale. Sino al prossimo 10 maggio, al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, è visitabile un’ampia selezione delle polaroid di Ghirri, in mostra per la prima volta in Italia presso una sede istituzionale. Organizzata e allestita da Chiara Agradi e Stefano Collicelli Cagol, l’una curatrice presso la Fondation Cartier di Parigi, l’altro attuale direttore riconfermato presso l’istituzione pratese, la mostra presenta 18 polaroid di grande formato (variabile tra i 50 cm e il metro), costruite con oggetti e interventi preparatori di Ghirri, cui si aggiunge un’altra settantina di polaroid 8×8 cm riguardanti prevalentemente Modena, Roma e, in misura minima, Capri, l’Alto Adige e la Puglia.

In terra d’Olanda, Luigi Ghirri costruisce delle vere e proprie scenografie domestiche che spiazzano chi ha in mente la sua filosofia fotografica, dalla quale discende l’aggettivo ‘ghirriano’ che tanta influenza ha avuto (ed ha) sulla fotografia italiana dagli anni ’90 (Ghirri è morto a soli 49 anni nel 1992). Le fotografie originarie di Amsterdam sono state realizzate usando una 20×24 Instant Land Camera, ovvero una macchina fotografica in grado di scattare in un tempo poco superiore al minuto immagini di grande formato. Luigi Ghirri. Polaroid ’79–’83 è il titolo di una retrospettiva fotografica che affascina per lo stretto legame, concettuale e oltre il tempo, esistente tra lo sviluppo immediato di questa tecnica fotografica analogica con lo scatto anch’esso immediato e sempre a portata di mano della comune apparecchiatura mobile di oggi.

Ogni polaroid di grande formato presenta almeno due anime interessanti: la costruzione del soggetto da raffigurare e le note tecniche a margine. Il tempo espositivo, un numero di classificazione, dettagli come la mancanza o la presenza di filtro, sono indicati in cornice e producono un effetto che rafforza il senso di costruzione matematica della scena fotografata. La scena costruita da Ghirri introduce elementi spaziali, metafisici, concettuali, fiabeschi, creando dei tableaux fotografici classificabili tra la natura morta contemporanea e un neo-surrealismo fatto di forte carica simbolica. Dadi, giocattoli per bambini, scacchiere, mappature, mappamondi, figure umane, raffigurazioni artistiche, fotografie urbane, pentagrammi, raffigurazioni di antiche stampe, mappe dell’universo e giochi fotografici sono i soggetti che, con la tecnica del collage, tornano a nuova vita. Il fotografo ricolloca un oggetto domestico e quotidiano in un contesto pieno di mistero, sogno e anche inconscio, creando così una funzione nuova dell’oggetto stesso, lontana da quella originaria.

Come già detto, in mostra c’è anche una settantina di polaroid di piccolo formato (quasi sempre attorno agli 8 cm per lato), che nell’insieme formano una sorta di viaggio in Italia in miniatura. In questo caso, l’elemento di fondo è la descrizione di un preciso istante: lo sguardo di Ghirri si rivela in totale libertà e le istantanee ci rimandano a un mondo fatto di figure in movimenti, dettagli urbani, luoghi visitati. Il mosaico di polaroid ci restituisce un universo di soggetti e micro paesaggi che ci ricordano quale sia stato il linguaggio del fotografo, senza mediazioni, in una sorta di incontro diretto con gli istanti di tempo passati davanti al suo sguardo.



