Memoria, natura e visioni future: Bologna accoglie Il Giardino delle Risonanze tra Pinacoteca e MAMbo

Servendosi di quell’incredibile strumento poetico che è l’epifania, la mostra Il Giardino delle Risonanze, che dal 27 giugno al 14 settembre 2025 connette le collezioni della Pinacoteca Nazionale di Bologna e del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, trasformando le due istituzioni in un unico organismo narrativo.

Come spiega il direttore del MAMbo Lorenzo Balbi, “questo progetto rappresenta un’occasione preziosa per rinsaldare il dialogo tra due istituzioni cardine di Bologna, esplorando il legame profondo tra natura, memoria e creazione artistica”.

Nell’immagine bucolica del giardino riscopriamo l’etimologia della parola cultura, derivata dal latino colere, “coltivare”, sottolineando come il concetto di “risonanza” debba intendersi come un richiamo, un eco, un riverbero, che ripercorre la storia da una prospettiva non lineare. Così, osservando un’installazione contemporanea possiamo riscoprire una scultura settecentesca, oppure lasciandoci trasportare dal fiume possiamo osservare una fotografia urbana rispondere ad una pittura ottocentesca.

L’ambiente stesso gioca attorno questo scambio rispecchiandosi nelle vicende del Noviziato di Sant’Ignazio, il complesso in cui trovano sede da due secoli la Pinacoteca e l’Accademia delle Belle Arti. Difatti, solo cinquant’anni fa, l’antica corte al centro della struttura fu sostituita da un cortile pavimentato, lasciando spazio all’intervento di scavo e ripristino che ha consentito di realizzare il Salone degli Incamminati, dov’è allestito il progetto espositivo.

I luoghi fungono quindi da catalizzatori generando connessioni inaspettate. Proprio alla luce delle sue origini, il salone evoca uno spazio culturale dove sono simbolicamente presentati gli equilibri e le contraddizioni della relazione uomo-natura. Sovrastati da cieli grigi densi di fumo rischiamo di dimenticare l’essenza dell’abitare, i processi di industrializzazione e urbanizzazione hanno “asfaltato” i racconti, la cultura dei luoghi. In quest’ottica è necessario coltivare un giardino culturale nel quale passato e presente smettano di fronteggiarsi, bensì coesistano. 

“Un giardino di corrispondenze artistiche, dove la natura viene rappresentata in molteplici suggestioni e diventa terreno fertile per una nuova riflessione” (Costantino D’Orazio, direttore ad interim dei Musei Nazionali di Bologna).

Qui, più che in altri contesti museali, la sinestesia prende corpo in un itinerario nel quale suoni e immagini fungono da ponti immateriali per offrire al fruitore un percorso costellato di connessioni spirituali ed intellettuali. Le opere d’arte non sono monadi isolate, ma nodi di una stessa rete neurale. Tra i molti punti di collisione visiva ed emotiva, emerge con forza provocatoria il paragone tra il Ritratto di Papa Clemente XIII di Anton Raphael Mengs e la stampa contemporanea Papessa di Cuoghi & Corsello, generata usufruendo dell’AI.

Mengs, artista Neoclassico per eccellenza, dipinge un ritratto pontificio che incarna l’autorità e il potere della Chiesa Cattolica, nel quale lo sguardo severo, la veste regale e dettagliata e la posa del pontefice scandiscono una precisa grammatica visiva. Il soggetto si fa portatore dei valori dell’istituzione che rappresenta nella sua apparente immutabilità. Rigore stravolto dall’immagine disarmante della Papessa che rompe ogni codice, ponendo un corpo femminile ed enigmatico sul soglio pontificio. Avvolto dalla figura femminile, Clemente XIII rivolge lo sguardo allo spettatore, quasi a interrogarlo su ciò che vede. L’allestimento è una sfida, vuole interrogare la storia, fare i conti con ciò che è ancora impossibile. È una contro-immagine che agisce per contrappeso, come se la storia potesse essere riscritta non negando l’icona, ma specchiandola.

“In quella distanza tra sguardi nasce un’epifania visiva: il vuoto che separa i due ritratti è carico di una vibrazione antica e futura, dove il potere si disgrega in simbolo e la femminilità assume una sacralità senza investitura” (Giulia Adami, curatrice).

L’intero percorso si costruisce come un giardino semiotico. I curatori, Giulia Adami e Valerio Mezzolani, hanno scelto opere dai depositi, dei disegni e delle stampe, alle quali affiancano le pratiche di sedici artisti contemporanei legati alla scena bolognese. Gli scambi si costruiscono per temi evocativi: l’aria e il vento, la materia dell’acqua, il paesaggio interiore, la soglia sacra, la metamorfosi.

Muovendosi sempre nell’ambito della sacralità, è nell’assurdità del destino che si incontrano Felice Giani, Filippo Scandellari, Giorgio de Chirico, Daniel Seghers e il collettivo Zapruder filmmakersgroup accomunati dalla fascinazione per il mito di Sisifo costretto a spingere un masso su per una montagna per l’eternità, solo per vederlo rotolare giù ogni volta.
Il visitatore non è spettatore, ma piuttosto un viaggiatore partecipe, che rivive vicende dai messaggi atemporali. Perché ogni oggetto, suono, colore o gesto — se collocato nel giusto silenzio — può farsi epifania.

Proseguendo l’itinerario, sono i rintocchi delle campane ad evocare una dimensione quotidiana: il suono della campana è un centro nevralgico per la comunità, scandisce lo scorrere delle giornate unendo oriente e occidente. Nell’immaginario di Tommaso Silvestroni un aquilone dotato di uno speaker diffonde questo suono ricordando a popoli distanti le loro affinità. C’è del rivoluzionario nell’opera di Silvestroni: non esiste immagine più libera e potente di un aquilone che si alza in cielo, con un gesto semplice e innocente l’artista è capace di riassumere l’intento dell’intero percorso.

Parallelamente, negli spazi del MAMbo risuonano altri venti rivoluzionari: dall’accostamento dei Funerali di Togliatti di Renato Guttuso e le tele ottocentesche di Antonio Muzzi e Enrico Romolo si apre un altro campo risonante, politico e forse drammatico, ancora radicato nella percezione contemporanea. Il museo ospita uno scorcio del Giardino delle Risonanze rafforzandone l’afisicità.

Mentre tornando in Pinacoteca, l’ambiente domestico diventa un espediente per congiungere sotto lo stesso tetto un episodio biblico come Giuditta e Oloferne, dipinto di Guido Cagnacci, e l’installazione contemporanea Abitare in mostra di Federico Zamboni, costituita da una tenda sospesa. Un bizzarro accostamento che sottolinea le infinite possibilità di narrazione e reinterpretazione dello spazio abitato, dove il sacro e il quotidiano si intrecciano, aprendo nuove prospettive sulle relazioni tra protezione, vulnerabilità e identità.

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Francesca Calzà
Francesca Calzà
Francesca Calzà (Rovereto, 1998), consegue la laurea triennale in Progettazione e Gestione di Eventi e Imprese dell’Arte e dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Firenze. Si trasferisce poi a Bologna, dove completa il corso di laurea magistrale in Arti visive, specializzandosi sul Seicento bolognese. Durante gli studi inizia una collaborazione con la testata giornalistica online The Soundcheck, occupandosi prevalentemente di arte contemporanea, musica e moda. Successivamente prosegue il suo percorso nelle arti visive come curatrice della mostra «Time capsule. (In)finita misura delle cose», premiata come miglior progetto espositivo della sezione Nice & Fair presso Paratissima, e poi fornendo il suo contributo critico alla piattaforma T.O.E Art Market, per la quale realizza articoli, testi critici e con il ruolo di art advisor si occupa della ricerca di nuovi talenti, oltre a curare la promozione degli artisti iscritti alla piattaforma. Attualmente continua la sua carriera come curatrice indipendente e articolista.

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