Matteo Mandelli: “voglio trasformare il digitale in qualcosa di fisico e percepibile”

La tecnologia, nella ricerca artistica contemporanea, non è più solo uno strumento: diventa ambiente, condizione diffusa che struttura l’esperienza e ne ridefinisce i confini. Non semplice medium, ma materia instabile, attraversabile e trasformabile. È in questo spazio che si muove la pratica di Matteo Mandelli, artista che lavora sul confine tra sistemi algoritmici, percezione e fisicità, interrogando il modo in cui il digitale entra — spesso senza essere visto — nella costruzione del reale.

Dopo il riconoscimento al Premio Berlendis con The Algorithm Creed e in occasione della mostra CONSISTENCY, a cura di Giacomo Nicolella Maschietti presso Vetra Navigli a Milano, Mandelli continua a sviluppare una ricerca che mette in tensione materia e infrastruttura, visibile e invisibile, umano e sistema.

Ne emerge un’indagine che non cerca risposte definitive, ma costruisce condizioni: dispositivi che reagiscono, superfici che mutano, immagini che sfuggono alla stabilità. In questa intervista abbiamo approfondito alcuni dei nodi centrali della sua pratica, tra algoritmo, percezione e ridefinizione dell’umano.

La tua pratica sembra trasformare l’infrastruttura tecnologica in materia artistica: quando lavori con algoritmi e dispositivi, stai rappresentando il digitale o stai costruendo una nuova forma di “natura”?

Non mi interessa rappresentare il digitale, ma trasformarlo in qualcosa di fisico e percepibile.

Quando lavoro con dispositivi o algoritmi cerco di portarli fuori dalla loro funzione, di renderli materia. In quel momento smettono di essere strumenti e iniziano a comportarsi come qualcosa di vivo, che reagisce. Più che una rappresentazione, è una trasformazione: una sorta di natura artificiale, che però reagisce, muta e ha una propria imprevedibilità.

The Algorithm Creed introduce una dimensione quasi spirituale: credi che oggi l’algoritmo stia assumendo un ruolo simile ai sistemi di credenze?

Più che una dimensione spirituale in senso tradizionale, mi interessa osservare come oggi gli algoritmi stiano entrando nella nostra vita in modo molto profondo, quasi invisibile.

Affidiamo scelte, comportamenti e percezioni a sistemi che non comprendiamo fino in fondo, e lo facciamo in modo così, troppo naturale e senza porci troppe domande. In questo senso il parallelismo con i sistemi di credenze è inevitabile. Non è tanto una questione di fede, quanto di abitudine: smettiamo di interrogarci su ciò a cui ci affidiamo.

The Algorithm Creed nasce proprio da questa tensione.

The Algorithm Creed, Il Confessionale

Nel Premio Berlendis il tema era “restare umani”: l’arte oggi serve a difendere l’umano o a ridefinirlo?

Penso che oggi non si tratti tanto di difendere l’umano, ma di ridefinirlo. Viviamo in un contesto in cui la tecnologia è parte integrante della nostra esperienza quotidiana, quindi l’idea di umano non può più essere separata da questo rapporto.

L’arte può creare uno spazio in cui fermarsi e osservare questo cambiamento, senza subirlo passivamente. Restare umani oggi significa forse accettare che non siamo più gli stessi di prima.

La tua mostra CONSISTENCY: la “consistenza” è materia, tecnologia o percezione?

La consistenza non è solo una qualità materiale, ma qualcosa che riguarda il modo in cui percepiamo ciò che abbiamo davanti. Mi interessa lavorare su quella soglia in cui qualcosa sembra stabile, chiara e definita ma in realtà è in trasformazione, spingendoci oltre le scatole chiuse.

In questo senso la consistenza è un punto di equilibrio tra materia, sistema e percezione: esiste solo nel momento in cui viene osservata.

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

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