Tra le protagoniste della scultura contemporanea, Maria Cristina Carlini (Varese, classe 1943) si distingue per la forza espressiva e la monumentalità delle sue opere, presenti in prestigiose collezioni e spazi pubblici in Europa, America e Asia (prima artista contemporanea donna ad esporre nella Città Proibita di Pechino, nel 2010). Fino al 30 agosto il cortile di palazzo Reale di Milano e il suo giardino ospitano Il Bosco e Filemone e Bauci, due installazioni emblematiche del suo perscoro artistico, capaci di esprimere con potente iessenzialità il dialogo tra materia, natura e memoria.
La mostra, intitolata Materie viventi, è stata inaugurata il 9 luglio a conclusione di SUART (Sustainable Urban Art & Tech / SUstainable ART), il forum dedicato all’esplorazione delle relazioni tra arte contemporanea e sostenibilità nelle sue molteplici declinazioni –ambientale, sociale ed economica, sotto la direzione artistica e scientifica di Marco Eugenio Di Giandomenico. Protagonista dell’edizione 2026 di SUART, Carlini è stata scelta per la profonda sintonia della sua ricerca con il tema del forum, che trova nella dimensione visiva una forma odi indagine e di pensiero.
“In Carlini la sostenibilità non è un assunto ideologico, ma l’esito naturale di un rapporto profondo tra l’artista e la materia. Carlini si immerge nei materiali – spesso di recupero – ne ascolta il battito ancestrale e li accompagna in una trasformazione alchemica che restituisce nuova vita, generando riflessioni sulle grandi questioni esistenziali e sociali del presente – dalla salvaguardia del pianeta alla crisi dei valori”, ha dichiarato Marco Eugenio Di Giandomenico, figura poliedrica: scrittore, critico e curatore artistico, economista dell’arte e della cultura, nonche teoorico e pioniere dell arte sostenibile. La sua formazione interdisciplinare, che abbraccia discipline economiche, filosofia, teologia e storia dell’arte, si traduce in una visione ampia e trasversale del tema della sostenibilità, della valorizzazione del patrimonio artistico e dell’innovazione culturale.

Bosco, realizzata nel 2012, è una scultura monumentale, alta circa 4 metri, composta da diciannove elementi in ferro disposti secondo un andamento spiraliforme. Materiale solido ma naturalmente destinato all’ossidazione, il ferro incarna uno dei principi fondamentali della ricerca di Maria Cristina Carlini: una materia che conserva la memoria del tempo e accoglie il lento processo della trasformazione. Le forme essenziali evocano un bosco ridotto alla sua struttura primaria: alberi spogli, privati del fogliame, presenze silenziose e quasi immobili che portano i segni di una natura ferita dall’intervento dell’uomo, capace di alterarne profondamente gli equilibri. Ne emerge un paesaggio scarnificato, sospeso tra presenza e assenza, in cui la rarefazione diventa potente metafora della fragilità e della vulnerabilità del mondo naturale contemporaneo.
Inserita nel verde del giardino, con ingresso da via Pecorari, si trova Filemone e Bauci (2021). L’opera è composta da due cerchi in ferro saldati tra loro, che racchiudono due sezioni di legno di recupero: frammenti di alberi segnati dal tempo, attraversati da profonde venature e da crepe percorse da sottili tracce d’oro. Nel dialogo questi elementi naturali si dispiega il nucleo simbolico dell’opera. Il legno custodisce la memoria del tempo e delle sue ferite; il ferro lo accoglie, lo sostiene e ne preserva la fragile presenza; l’oro attraversa le fratture senza occultarle, trasformandole in segni di una rinascita e di rinnovata possibilità.
La scultura si ispira al celebre mito narrato da Ovidio nelle Metamorfosi, che racconta la storia di Filemone e Bauci, una coppia di anziani che accolse con generosa ospitalità Zeus ed Hermes, giunti alla loro casa sotto sembianze umane per mettere alla prova l’umanità degli uomini. Come ricompensa per la loro accoglienza, gli dèi concessero loro il dono- dopo la morte, i di essere trasformati in alberi – Filemone in una quercia e Bauci in un tiglio – uniti per il tronco e destinati a crescere insieme per l’eternità. Attraverso il dialogo tra gli elementi, Maria Cristina Carlini rilegge il mito alla luce della contemporaneità, trasformandolo in una metafora della responsabilità condivisa nei confronti dell’altro e del mondo che ci circonda. Cura, relazione e rispetto emergono come valori fondanti di una rinnovata alleanza tra essere umano e natura. Nell’equilibrio tra fragilità e permanenza, tra la semplicità della materia e la sua inattesa preziosità, l’opera rivela come la trasformazione trascenda la dimensione formale per assumere un significato etico: un invito a ripensare il nostro modo di abitare il mondo e a ricostruire un rapporto più consapevole, responsabile e duraturo con l’ambiente.

Nell’equilibrio tra fragilità e permanenza, tra la semplicità della materia e la sua inattesa preziosità, l’opera va oltre la dimensione puramente artistica, assumendo una valenza etica che si esprime nella necessità di ristabilire un rapporto più consapevole, responsabile e armonico tra l’uomo e l’ambiente.
Milano custodisce tre opere permanenti di Maria Cristina Carlini, testimonianza del profondo legame tra l’artista e la città. L’ultima in ordine cronologico è Obelisco, monumentale scultura in legno di recupero e acciaio corten, donata dall’artista al Comune di Milano nel 2024 e collocata in Piazza Berlinguer. Vento (2023), realizzata negli stessi materiali e inserita nel percorso del Parco dell’Arte della Città metropolitana di Milano, che si sviluppa per circa un chilometro lungo la sponda orientale dell’Idroscalo. La nuova città che sale: alta dieci metri e realizzata in acciaio corten e legno, la monumentale scultura è stata collocata sullo specchio d’acqua di Porta Sud in occasione di Expo 2015, divenendo uno dei segni distintivi dell’ingresso principale del quartiere fieristico.
Arrivare oggi a Palazzo Reale, “per le vacanze estive”, assume per Maria Cristina Carlini un significato speciale, fatto di emozione e gratitudine. Prima ancora di vedere le opere installate, però, c’è sstato il viaggio, che per l’artista rappresenta sempre il momento più delicato. Per Il Bosco, il percorso verso Palazzo Reale è iniziato da Villa Recalcati, a Varese, dove l’opera era stata collocata in modo permanente nel parco della villa. Filemone e Bauci, invece, ha lasciato lo studio milanese dell’artista, in via Savona.
“Quando le mie sculture viaggiano e vengono trasferite in nuovi spazi vivo sempre un momento di grande apprensione: il timore che possano danneggiarsi o che qualcosa possa andare storto è un pensiero costante. Ringrazio l’équipe di Palazzo Reale, che mi ha supportato con grande professionalità, e sono molto felice”, ha raccontato Maria Cristina Carlini ad Artuu Magazine: con la stessa naturalezza con cui questa donna minuta impugna un martello e plasma a colpi decisi imponenti blocchi di ferro. Un contrasto solo apparente, che rivela la determinazione e l’energia creativa dell’artista che hanno accompagnato il suo percorso artistico.
Dalla ceramica, incontrata negli anni Settanta in California, prende avvio l’ininterrotta ricerca di Maria Cristina Carlini sulla materia. Il primo approccio nasce durante un corso seguito insieme a un’amica giapponese; la scoperta di una fornace a Palo Alto, in grado di raggiungere temperature superiori ai mille gradi, si rivela un momento decisivo: il confronto con la materia, la sua trasformazione e le sue possibilità espressive diventano una passione destinata ad accompagnarla per tutta la vita.
Nel corso della sua maturità artistica, Carlini amplia la propria ricerca sperimentando il ferro, il grès, l’acciaio corten e il legno di recupero, materiali che danno origine a sculture sempre più monumentali, veri e propri totem contemporanei capaci di custodire una memoria ancestrale.

Come descriverebbe il suo modo di lavorare?
I materiali mi ispirano. Li cerco ovunque, per restituire loro una nuova vita, soprattutto i legni. Quando incontro un legno che mi colpisce, lo porto in studio: lo osservo, gli passo acconto, lo tocco, entro lentamente in relazione con lui. Poi magari dopo tempo, arriva il momento in cui sento il bisogno di intervenire e lavorarlo. A volte nasce un’immagine, altre volte il percorso rimane aperto. Parto da un’idea, ma durante il lavoro posso cambiare direzione: è un dialogo continuo, un cammino condiviso insieme. La materia mi parla e mi suggerisce possibilità e il gesto prende forma , acquistando fisicità, consistenza ed energia. L’opera è conclusa quando percepisco la resistenza della materia , quando sento che ha raggiunto il proprio equlibrio e sembra dirmi : “Basta!”.
Ferro. Accaio corten. Legno. Iimpreziositi da rivoli e spugnature” d’oro. Cosa racconta la scelta di questi materiali naturali e di recupero?
Sono materiali che custodiscono il segreto della terra e la memoria della storia dell’umanità: racchiudono saperi antichi, tracce del tempo e tmemoria di ciò che li ha attraversati. Nel mio lavoro cerco di avvicinarmi alla loro essenza con rispetto, pazienza e sensibilità, e ad un’armonia più profonda con il creato. Non voglio dominarli o modificarli, ma valorizzarli, restituendo loro valore e un nuovo significato con il gesto artistico. Amo in particolare il legno di recupero, perché lo sento come una metafora della vita dell’uomo: nasce, cresce, vive e porta con sé i segni del tempo. Le trasformazioni che attraversa non ne cancellano l’identità, ma gli conferiscono una nuova forza e una bellezza ancora più intensa. Il legno va ascoltato, compreso e rispettato. Bisogna saper riconoscere quello giusto, accoglierne le forme, le imperfezioni e la storia, senza mai tradirne l’anima.
Accanto a questi materiali ci sono i quattro elementii. terra, acqua, fuoco, aria, le forze primordiali. Possono essere letti come un ciclo vitale: la terra offre la materia, l’acqua la rende plasmabile, l’aria dà spazio, respiro e movimento all’opera, il fuoco è energia, compie la trasformazione. In un dialogo continuo.

Riproporre sculture così imponenti e fortemente materiche, in un’epoca dominata invece dal digitale e del virtuale, può essere considerato un gesto sovversivo?
Grazie per la domanda. In un tempo cui la dimensione virtuale tende sempre più a sovrapporsi all’esperienza diretta e sensibile delle cose, il ritorno alla presenza fisica della materia contribuisce a riaffermare il valore e la centralità all’esperienza sensibile. Invita a interrogarsi sul nostro rapporto con il reale, con la memoria e con ciò che è autentico: ciò che resiste, permane e lascia una traccia tangibile nel mondo.
Maria Cristina, artista ‘sostenibile’?
Senza voler proporre una lettura ideologica, il mio lavoro nasce dalla consapevolezza della fragilità della natura e dei suoi equilibri, sempre più sottoposti alla pressione dell’attività umana e di una visione prevalentemente antropocentrica del rapporto con il mondo. La scultura diventa così per me uno spazio d’incontro tra uomo e natura, un luogo in cui la materia non viene assoggettata, ma accolta, ascoltata e accompagnata nel manifestare la propria energia. In Bosco, ad esempio, gli alberi spogli sono realizzati attraverso l’uso di ferri arrugginiti, materia segnata dal tempo e dal deterioramento. Il centro della spirale non rappresenta però un punto di ascesa, ma un punto di non ritorno, un luogo in cui la possibilità di un “dopo” sembra interrompersi. Nell’opera emerge quindi sicuramente anche una dimensione critica nei confronti della società contemporanea e di un modello di sviluppo che, nel suo progressivo allontanamento dagli equilibri naturali, si è trasformato in una condizione ormai insostenibile. L’altra opera è Filemone e Bauci, un riferimento alla celebre favola di Ovidio, un racconto affascinante, come molti dei suoi miti. Tuttavia, il titolo di un’opera arriva sempre dopo l’emozione che ne accompagna la nascita. Prima viene l’incontro con la materia: mi lascio sorprendere, coinvolgere e guidare dall’essenza dei materiali, dalla loro storia e dalla loro capacità di evocare significati profondi. La quercia scelta per quest’opera porta con sé una forte valenza simbolica: richiama la saggezza, la forza e la longevità, valori propri della natura e principi che anche noi artisti siamo chiamati a custodire e sostenere attraverso il nostro lavoro.
La Fondazione
Nel 2025, a Milano Maria Crisina Carlini ha creato la Fondazione che porta il suo nome. Ha sede in via Savona 97, accanto alla sua storica officina a piano terra di una palazzina un tempo stabilimento industriale di Schlumberger per la produzione di contaori del gas, oggi riconvertita in un complesso che ospita studi fotografici, di design e architettura, atelier di moda. L’obiettivo è di custodire, valorizzare e promuovere l’ampio patrimonio artistico e documentale della scultrice. La Fondazione intende inoltre offrire un luogo di incontro e di dialogo per esperti del settore, studiosi, artisti e appassionati, per mantenere vivo e stimolante il confronto sui temi dell’arte contemporanea.




