Mascherada. Dove la memoria diventa volto, allo spazio MU.RO di Milano

Milano, Viale Campania 33. Un civico che potrebbe sfuggire a un passante distratto, un portone come tanti — eppure, appena oltre la soglia, tutto cambia. Lo spazio si apre come una casa, non come una galleria: l’aria è calma, la luce è calda, i materiali vibrano. Non c’è fretta, né bianco assoluto. È un luogo che ti accoglie, ti fa sedere, ti invita a respirare.

È qui che prende vita Spazio MU.RO, nuova sede milanese della Collezione MU.RO, progetto fondato da Elisabetta Roncati e Andrea Musto, coppia nella vita e nell’arte, che hanno scelto di trasformare la passione per il collezionismo in una forma di relazione e di ricerca.

“L’idea nasce dall’unione delle nostre due collezioni e dalla volontà di creare un approdo comune, un luogo che fosse sì la casa delle nostre opere, ma anche un punto di dialogo tra culture, linguaggi e generazioni” racconta Elisabetta Roncati, con la naturalezza di chi ha fatto della contaminazione una filosofia di vita.

Nata e cresciuta in una famiglia di antiquari, Roncati porta con sé la memoria di un’arte antica, fatta di tempo e di storie. Andrea Musto, invece, arriva da un collezionismo più contemporaneo, inquieto, aperto al linguaggio del corpo e dell’identità. L’incontro tra i due mondi dà vita a uno spazio che sfugge alle definizioni: non una galleria commerciale, non un’istituzione, ma una casa viva del pensiero visivo.

Nella lounge di apertura, la Collezione MU.RO accoglie il visitatore con un mosaico di nomi e tempi: Franco Mazzucchelli, Fausta Squadriti, Ruben Montini, Carlo Senfedaque, Vittorio Valiante, Erika Conte. Le opere dialogano tra loro in una rotazione fluida, come un preludio, un prologo alla mostra inaugurale che abita le sale interne.

Il viaggio comincia con Mascherada, la mostra che segna l’apertura ufficiale dello spazio. Realizzata in collaborazione con AKKA Project, galleria con sedi a Venezia e Dubai tra le più autorevoli nel panorama dell’arte africana contemporanea, Mascherada intreccia le storie di due rive — l’Africa e l’Europa — in una trama di memorie e metamorfosi.

Il titolo, tratto dal dialetto veneziano, significa “festa in maschera”, ma in questo contesto la maschera è tutto fuorché un travestimento. È rito, è simbolo, è corpo collettivo. Come spiega Roncati, “La maschera non nasconde, rivela. È una soglia tra il visibile e l’invisibile, tra l’individuo e la comunità. È un volto che porta dentro secoli di identità e di memoria”.

Reinata Sadimba Untitled courtesy AKKA Project

La mostra si apre con Reinata Sadimba (Cabo Delgado, Mozambico, 1945), figura leggendaria dell’arte africana. Le sue sculture in terracotta, di dimensioni contenute ma di forza immensa, raccontano una biografia dolorosa e sacra: madre di sette figli, sei dei quali persi prematuramente, Reinata ha trasformato la creta in un linguaggio intimo di elaborazione e rinascita.

I suoi volti portano le scarificazioni tradizionali maconde, quelle che segnano il suo stesso volto, come un filo invisibile tra corpo e spirito. Nelle sue mani, la ceramica — da mestiere domestico — diventa atto politico, gesto spirituale, forma di emancipazione.

Felipe Branquinho Bestia XVIII courtesy AKKA Project

In dialogo con lei, Filipe Branquinho (Mozambico, 1977) porta la fotografia nel territorio della maschera. La serie Bestiarium (2020) abbandona il registro documentario per abbracciare un linguaggio simbolico e perturbante. Le figure mascherate di Branquinho non sono personaggi, ma stati d’animo. Tra luce e ombra, tra gesto e immobilità, incarnano la bestialità dell’umano, la tensione tra istinto e ragione. Le sue immagini — dense, teatrali, quasi scultoree — rimandano al rituale maconde e al legame invisibile tra identità e metamorfosi.

Gonçalo Mabunda

Gonçalo Mabunda (Maputo, 1975) è il terzo capitolo del racconto. Le sue sculture realizzate con armi dismesse della guerra civile mozambicana sono icone della trasformazione. Pistole, proiettili, baionette: oggetti di morte che nelle sue mani si fanno troni, maschere, totem di potere e resistenza. Mabunda non scolpisce: riassembla, ricuce, riscrive. In lui l’arte è atto politico e catartico, è la possibilità di riscattare la materia dal suo passato.

Teddy Mitchener DisappearingAfrica courtesy AKKA Project

Da Maputo ci si sposta idealmente a Nairobi, dove Teddy Mitchener (Stati Uniti/Kenya, 1972) costruisce una nuova geografia della memoria con Disappearing Africa. Le sue fotografie, saturate di colore e profondamente narrative, nascono da un’urgenza: salvare la tradizione delle maschere africane che le nuove generazioni stanno dimenticando. Mitchener digitalizza, archivia, trasforma: la tecnologia diventa strumento di sopravvivenza culturale. Le sue immagini — sospese tra il rituale e il virtuale — sembrano voler dire che anche l’archivio può essere una forma d’amore.

Kelechi Charles Nwaneri Make Up Artist courtesy AKKA Project

Infine, Kelechi Charles Nwaneri (Nigeria, 1994), voce della generazione Z africana, apre una prospettiva nuova. Nei suoi lavori, il corpo diventa territorio di sovrapposizioni: il trucco, la luce dei social, la posa contemporanea convivono con i simboli della cultura Igbo e con la tradizione delle pitture corporee. Le cicatrici diventano segni di potere, le maschere si fondono ai volti reali. La sua è un’estetica ibrida e vibrante, che non teme la contaminazione ma la rivendica come identità.

Il percorso si conclude con una stanza che segna il ritorno all’intimità, ma non al silenzio: quella dedicata alle opere di Andrea Musto.

Tra le pareti neutre, una figura isolata, chiusa in una teca trasparente, cattura lo sguardo. È un’opera concepita per riflettere sul fenomeno dei hikikomori, i giovani che scelgono l’auto-reclusione come forma di difesa dal mondo.

Andrea Musto courtesy dell’artista

“Quando ho pensato a questa installazione volevo portare un contributo a un problema che in Giappone esiste da decenni e che oggi riguarda anche l’Italia. Oggi parliamo di persone tra i dieci e i quarant’anni, un numero sempre più alto. La teca rappresenta la cameretta, la soglia tra protezione e prigione”, racconta l’artista.

Accanto, altre opere affrontano un’altra emergenza dei nostri tempi: quella degli smombies, un neologismo nato dall’unione di smartphone e zombies.

“Le persone camminano con lo sguardo fisso sul telefono, disconnesse dal reale. Diventano figure sospese, come zombie digitali. Le mie opere nascono di pancia: interpreto ciò che ritengo urgente comunicare. Mi definisco un artista concettuale, ma che arriva in maniera immediata”, spiega Musto, mentre la luce si riflette sulle superfici lucide delle sue installazioni, quasi a restituire al pubblico un frammento della propria alienazione.

Andrea Musto courtesy dell’artista

Le sue opere chiudono il percorso come uno specchio. Dopo i volti di terracotta, le maschere di metallo, i ritratti rituali, arriva la maschera più sottile: quella invisibile che indossiamo ogni giorno, davanti a uno schermo.

Spazio MU.RO si svela così per ciò che è: una piattaforma culturale, un laboratorio di senso, una casa dell’altrove.

“Milano aveva bisogno di un luogo che guardasse a Sud, che aprisse una finestra sull’Africa e sul Medio Oriente con rispetto e curiosità, non con esotismo o retorica” sottolinea ancora Roncati. “Vogliamo che MU.RO diventi un punto di incontro per artisti, collezionisti e pubblico, un luogo dove l’arte non si limiti a essere vista, ma venga vissuta”.

E mentre il visitatore esce, portando con sé l’immagine di un volto — forse quello di una delle maschere, forse il proprio riflesso — capisce che Mascherada non parla solo dell’Africa o dell’Europa, ma del modo in cui ogni identità si costruisce: tra memoria e metamorfosi, tra svelamento e mistero.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e ultimabozza.it scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica.

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