Marta Volontè e lo stato ipnagogico: deserti, templi e portali nella nuova personale a Milano

C’è una parola precisa per indicare quel territorio instabile che si apre tra la veglia e il sonno: ipnagogia. È una condizione neurologica prima ancora che poetica, uno stato di coscienza liminale in cui le immagini emergono senza che la ragione possa ordinarle o respingerle. Marta Volontè ha scelto di abitare questo spazio, di farne la matrice di un intero ciclo pittorico. I sogni dell’Ipnagogo, la sua nuova mostra personale, apre il 16 settembre 2026 presso Gli eroici furori arte contemporanea, in Via Melzo 30 a Milano, con inaugurazione mercoledì sera alle ore 18.00. La mostra, curata da Silvia Agliotti e Paola Martino, resterà visitabile fino al 30 settembre 2026, martedì-sabato con orario 15.30-19.00.

Classe 1997, milanese, laurea in Filosofia con una tesi sull’immaterialismo, Volontè ha costruito la prima parte della propria ricerca attorno alla città e all’architettura intese come metafora dell’esperienza umana: tele dense, stratificate, abitate da strutture urbane che parevano sedimentarsi le une sulle altre. Questo ciclo si è chiuso ufficialmente nel 2025 con la personale Urbe Angusta presentata da MADE in Milano. Quello che arriva adesso è qualcosa di radicalmente diverso. L’artista stessa descrive il passaggio come una necessità: per approdare a questa nuova pittura è stato indispensabile, secondo le sue parole, “lasciare morire” una parte del proprio linguaggio. Il gesto non è una resa ma un atto di consapevolezza — la stessa che la filosofia, del resto, richiede ogni volta che un sistema di pensiero viene abbandonato per costruirne uno più adeguato alla propria esperienza.

Il punto d’origine del progetto è preciso e dichiarato: una visione emersa durante una meditazione guidata. Un deserto attraversato da una luce intensa, al centro un tempio, e al suo interno una calla bianca ancora bagnata di rugiada. Da questa immagine singola si è sviluppato un intero universo visivo. Le tele che compongono la mostra abitano paesaggi rarefatti, dominati da vaste campiture monocrome in cui cielo e terra tendono a confondersi fino quasi a cancellare la linea dell’orizzonte. I deserti di Volontè non sono luoghi geografici: sono spazi interiori, scenari del “dopo”, come li definisce la co-curatrice Paola Martino, dove il vuoto non è mancanza ma energia in potenza. «In questa fase di transizione della mia vita», spiega l’artista, «trovo nel vuoto una immensa energia in potenza, a cui cerco di dare forma tela dopo tela». L’essenzialità delle forme — che la critica legge come cesura netta rispetto alla produzione precedente — è dunque il risultato di una sottrazione deliberata, non di un impoverimento.

Al centro di questo paesaggio rarefatto si erge il tempio, figura ricorrente nel percorso espositivo. Non è un edificio religioso in senso stretto, ma una soglia architettonica, un limite tra dimensioni. Accanto ad esso compaiono, in alcune opere, dei portali: elementi che amplificano questa logica di passaggio e lasciano aperta una domanda che nessun dipinto risolve — se l’osservatore stia entrando nel sogno o ne stia uscendo. È la stessa ambiguità che caratterizza lo stato ipnagogico: non si sa mai con certezza da quale lato ci si trovi. La figura dell’Ipnagogo, custode immaginario a cui il titolo si riferisce, è colui che accompagna gli altri nel sogno; Volontè immagina e indaga quale possa essere il suo sogno personale, e la risposta pittorica è appunto questo spazio sconfinato, abitato da presenze silenziose. Nel cuore del tempio, custodita come una rivelazione, vive la calla bianca: per Silvia Agliotti, direttrice della galleria e co-curatrice, è «simbolo di una Natura che continua a fiorire nonostante l’aridità del deserto», immagine di resistenza e possibilità in un contesto che parrebbe escluderle.

Pur nella rottura dichiarata con la fase precedente, la pittura di Volontè non cancella la propria storia. In alcune opere riaffiorano stratificazioni, velature e frammenti di dipinti precedenti, lasciati volutamente visibili come tracce di un percorso che non si azzera ma si trasforma. È una scelta che dice molto sul metodo dell’artista: la tela non è un foglio bianco ma un campo di forze in cui ogni cambiamento porta con sé la propria memoria. La tecnica rimane l’olio su tela, fedele compagna di una ricerca che — dalla filosofia dell’immaterialismo alle prime mostre milanesi da Lambretto Factory e GAD, fino alla bipersonale del 2023 a St. Moritz con Giordano Floreancig — ha sempre cercato di tradurre questioni concettuali in materia visiva densa e meditata. Il percorso espositivo sarà accompagnato dai testi critici di entrambe le curatrici, che offrono due letture complementari: una centrata sulla dimensione ipnagogica e sulla soglia come luogo della trasformazione, l’altra sul valore simbolico della natura come principio di rinascita.

I sogni dell’Ipnagogo di Marta Volontè è visitabile dal 16 al 30 settembre 2026 presso Gli eroici furori arte contemporanea, Via Melzo 30, Milano. Orari: martedì-sabato 15.30-19.00; domenica e lunedì chiuso. Per informazioni: Tel. +39 02 3764 8381 — Cell. +39 347 8023868.

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