Sull’Isola di San Giorgio a Venezia fino al 6 gennaio 2026 le Stanze della Fotografia ospitano Robert Mapplethorpe. Le forme del classico, a cura di Denis Curti. Cosa ci si aspetta di vedere in una mostra di fotografia e, in particolare, in un’esposizione di fotografie di Robert Mapplethorpe?
È un quesito che trovo naturale per ogni evento: chiedersi quale carico culturale, sociale ed emotivo ci si porta dietro. Soprattutto a Venezia, dove le precedenti esposizioni del fotografo a Palazzo Fortuny, in particolare quella curata da Germano Celant nell’83 avevano destato scandalo. Per Mapplethorpe, nell’immaginario comune – di persone dentro e fuori il mondo dell’arte – spesso associato al nudo maschile questa autoanalisi è ancora più interessante. Ciononostante, il titolo della mostra ben esplicita la chiave di lettura che il curatore si propone di fornire: le forme del classico. Questa prospettiva sottolinea come il nudo sia mezzo espressivo, effetto collaterale, unico profilo in grado di risaltare le fattezze umane. La nudità è espediente narrativo per Mapplethorpe: è statuaria, è classicità, è luce sui muscoli, è distacco di ammirazione e vicinanza anatomica. È corpo, è sagoma, è contrasto.

Robert Mapplethorpe. Le forme del classico dichiara un allestimento dinamico, già visto negli spazi delle Stanze della Fotografia, un ambiente colorato che accoglie in una mostra non cronologica ma tematica. Si apre con collage e ready-made, poi con i ritratti di due figure femminili importanti nella vita e nella poetica dell’artista. Sembra di conoscere e riconoscere Patti Smith negli scatti di Mapplethorpe, si coglie l’essenza della musicista ma anche lo sguardo di una persona cara e di un’immagine femminile che si discosta dal canone. Allo stesso modo il corpo androgino di Lisa Lyon, del quale Robert Mapplethorpe ritrae i muscoli con un’attenzione anatomica che svuota la sagoma femminile da quel feticcio della sessualizzazione.
Poi gli autoritratti, tutte le trasformazioni e i travestimenti di Mapplethorpe che anticipano l’intimità degli scatti di personaggi famosi. Gli scatti di sé e degli altri appaiono più nudi della nudità, più intimi di qualsiasi lembo di pelle spogliato. Il fotografo sveste nel suo sguardo e in quello altrui più che nel corpo nudo. Tra i volti tanti artisti, tra i quali Warhol, Haring e Hockney; ma anche personaggi necessari alla fotografia come Susan Sontag e al cinema come Isabella Rossellini. Il parterre di celebrità impressiona. Soprattutto pensare che lui, sempre lo stesso artista, abbia catturato tutti quegli sguardi così distanti dallo spettatore che ora ha l’occasione di fruire da così vicino. Il clima di vicinanza risulta confidenziale, talmente vicino da farci conoscere chi non si conosce. Forse è solo un’impressione, ma Mapplethorpe in questo riesce così bene che non ho potuto far a meno di domandarmelo.

Un cortocircuito di intimità – probabilmente non previsto ma ci si augura di sì – è dato dalla cassettiera d’archivio. All’interno documenti di varia natura, dalle carte memoriali agli opuscoli delle prime mostre del fotografo, alle lettere d’amore. Ironico non poter fotografare (come indicato da un cartellino) all’interno di una mostra di fotografia: l’aspetto più intimo rimane così intimo, privato e irripetibile. In un’esposizione di immagini già viste, il lato più privato non si può possedere ma si può solo ammirare. Un interessante gioco di segreti che avrei dichiarato in modo esplicito al visitatore, per assicurarne la comprensione.
L’esposizione prosegue poi con due sezioni dedicate alla nudità. Due, perché non viene abbandonata dalla curatela questa separazione tra corpi maschili e corpi femminili. Io scelgo di raccontare entrambi insieme, ponendo l’accento su mere scelte estetiche e non di soggetto. Riferimento è sempre la statuaria, la classicità, che nei muscoli maschili risulta lucida, contrastata, plastica, marmorea e monumentale. Nel femminile, per conformazione anatomica, risulta chiara, abbagliante, levigata.

Le differenze tra uomo e donna in Mapplethorpe sono differenze strutturali. Il muscolo – come ci dimostrano gli scatti di Lisa Lyon – non ha sesso: nei ritratti scelti si costituisce questa distinzione tra corpi maschili e femminili ma l’interesse del fotografo rimane sempre per il corpo, un corpo che deve essere statua, un monumento che se dato da conformazioni diverse sortirà esiti diversi. Non mi sbilancio sulla questione della sessualizzazione – ovvero sulla visione di un corpo nudo femminile attraverso uno sguardo maschile. Non è dato da sapere e non è possibile, ancor oggi con gli occhi di un qualsiasi fruitore, svuotare di quel senso l’immagine, ma dichiaro convintamente che i corpi per Mapplethorpe sono solo corpi, forme, marmi.
Chiudono l’esposizione gli scatti di fiori, e di sculture in dialogo con i corpi. Una conclusione che vale tutta la mostra nell’allestimento dell’ultima parete. Un’alternanza di ciò che è stato prima e poi, di ciò che è davvero fermo e ciò che è in posa. Ciò: perché i corpi non sembrano umani, nulla sembra vivo. Mapplethorpe racconta un’oggettificazione diversa, non interessata al possesso del fruitore bensì del mezzo fotografico. La fotografia immortala, ferma, rende oggetto in un’immagine ciò che avrebbe vita altra altrove. In questo Robert Mapplethorpe. Le forme del classico racchiude la poetica del fotografo e conclude un percorso la sua dichiarazione più esplicita: “La fotografia è proprio il modo perfetto di fare una scultura”.




