Mao Xuhui, quando la storia attraversa il corpo: cinquant’anni di pittura tra intimità e trasformazione della Cina

La storia di un Paese può essere raccontata anche senza bandiere, slogan o grandi narrazioni ufficiali: basta osservare come un corpo cambia nel tempo, come uno sguardo si appesantisce, come una figura si fa fragile o resistente sotto il peso della Storia. È da qui che parte Mao Xuhui: Emergence of the Patriarch, la prima monografica italiana dedicata all’artista cinese, ospitata fino al 1 febbraio 2026 al Museo di Palazzo Grimani di Venezia. Curata da Lü Peng, Li Guohua e Carlotta Scarpa e organizzata da L-ART GALLERY con Manuela Schiavano, la mostra restituisce un percorso in cui l’esperienza individuale diventa lente attraverso cui leggere mezzo secolo di trasformazioni sociali, politiche e culturali della Cina contemporanea.

Co-fondatore della ‘85 New Wave, il movimento che ha segnato una frattura radicale con l’arte ufficiale e ha rivoluzionato la scena artistica cinese, Mao Xuhui ha costruito un linguaggio intimo e persistente, capace di tenere insieme dimensione privata e orizzonte collettivo. Le 43 opere in mostra attraversano cinquant’anni di pratica, dal 1975 al 2025, seguendo un’evoluzione che coincide non solo con la biografia dell’artista, ma con i profondi mutamenti del contesto in cui ha operato.

Come sottolinea il curatore Lü Peng, “dal 1978 ai primi decenni del XXI secolo la società cinese ha attraversato trasformazioni profonde e complesse”, ed è proprio all’interno di questa frattura storica che la pittura di Mao Xuhui si impone come uno spazio di osservazione privilegiato: un ponte tra realismo socialista, espressionismo e modernità, capace di restituire la transizione culturale e spirituale della Cina sudoccidentale senza mai rinunciare alla densità emotiva del gesto pittorico.

La mostra ruota attorno alla figura del patriarca, al ruolo tradizionale dell’uomo capofamiglia, all’autorità esercitata. Queste dinamiche di potere, esercitate all’interno della famiglia, possono riguardare il privato, il piccolo nucleo o l’intera memoria collettiva cinese segnata da decenni di passato dittatoriale. Il patriarca emerge nell’omonima serie Patriarch (dal 1988) come soggetto diretto ma anche indiretto delle tele. “Ho sentito che i problemi del passato non sono mai davvero finiti. Sono rimasti come una forza soppressiva”, scrive Mao Xuhui.

I dipinti sono cupi e il linguaggio utilizzato è quello della rabbia, espediente necessario per confrontarsi con temi di tale portata. Il patriarca è presente in quanto figura, ha un volto ma è anche presente nei simboli di potere, nella scelta di una pittura di stampo espressionista – diffuso come altri codici e sistemi artistici occidentali nella pittura cinese proprio grazie all’’85 New Wave Movement. Altro espediente narrativo utilizzato per affermare la presenza dell’autorità patriarcale è lo strumento delle forbici. La serie Will / Scissors, infatti,si pone come uno sviluppo, anche cronologico, della figura del patriarca. Le forbici costituiscono da un lato un simbolo di potere, dall’altro la cesura necessaria con il passato. Ancora una volta, le dinamiche private e familiari raccontate da Mao Xuhui celano problemi che non nascono nel piccolo, ma dei quali è profondamente intrisa la società e ancor più la memoria storica cinese. 

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Nelle diverse serie di dipinti esposti negli spazi di Palazzo Grimani si può cogliere un’esaustiva panoramica della pratica di Mao Xuhui, in una sequenza – seppur non esposta cronologicamente – che traccia i cambiamenti del contemporaneo cinese, nel sociale come negli sviluppi artistici. Nelle ultime tele l’artista si descrive come logorato, esaurito ed esausto, dalle catastrofi globali quali pandemie e guerre. In un contesto apocalittico ciò che resta è una rassegnazione nel corpo e una speranza nello spirito. Ancora una volta, la storia personale di Mao Xuhui parla emotivamente di temi che coinvolgono l’intera umanità. Per questo, nelle opere dal 2019 in avanti, la presenza umana è parzialmente assente come in I Am Here (2019-2023) dove resiste il ricordo di una famiglia “tradizionale” appesa al muro e delle forbici. Scompare del tutto in October and Cat on Roof: diptych (2022) o appare come entità collettiva in Under the Firmament: Soil (2014-2021). Le ultime due tele, del 2025, aprono a una serenità distratta che, alla fine di un lungo viaggio di sofferenze, forse è ciò che si spera per l’essere umano. 

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Rebecca Canavesi
Rebecca Canavesi
Rebecca Canavesi consegue la laurea in Comunicazione e didattica dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Si trasferisce a Venezia, dove segue un programma curatoriale e frequenta il corso di Laurea Magistrale in Storia delle arti e conservazione dei beni artistici presso l’Università Ca’ Foscari. Prediligendo contenuti e ricerche sul contemporaneo, lavora come copywriter freelance e attualmente collabora come contributor per Art-Frame Magazine (Venezia) e Artuu.

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