L’esistenza del sessismo è un tema così evidente e radicato nella società contemporanea che suona molto riduttivo parlare solo di “sessismo nell’arte”. Si tratta infatti di un fenomeno talmente insito e permeato nelle dinamiche sociali che sarebbe doveroso parlare allora di sessismo anche nell’arte, in questo caso specifico nelle modalità di rappresentazione.
Era il 1989 quando le Guerrilla Girls chiedevano “Do women have to be naked to get into the Met.Museum?”. La vera domanda è “Perché?”. Perché le donne dovrebbero essere nude per entrare nei musei e, qualora la risposta dovesse essere negativa, perché un collettivo femminile e femminista avrebbe dovuto chiederselo nel 1989. Trentasei anni fa.

Oggi è ancora vero? Le dinamiche che hanno portato a sviluppare quel quesito sono rimaste pressoché invariate.
Il soggetto del poster di Guerrilla Girls è un chiaro ed evidente riferimento alla Grande Odalisca di Jean Auguste Dominique Ingres (1814). Concedetemi una breve digressione terminologica, apparentemente non necessaria ma essenziale per una riflessione su tempi e modi. Il termine “odalisca”, risale al XVII secolo e denota una donna schiava o concubina dei sultani nell’Impero ottomano. Sono cambiati tempi, luoghi, modi ma non concetti. Richiamare l’iconografia dell’odalisca significa riprendere anche un ruolo sociale e culturale attribuito, ancora oggi, alla donna. Per quanto sia differente il contesto – dall’Ottocento ma anche dagli anni Novanta – attualmente continuano a persistere le medesime logiche, tra le quali il nesso tra verginità e purezza o l’incarico di “cura” considerato tipicamente femminile.

Proseguendo per iconografie, il soggetto della donna seminuda girata di spalle è stato ripreso e reinterpretato da più artisti. Quando per la prima volta ho visto la fotografia di Charlotte Rampling scattata da Helmut Newton nell’Hotel Nord-Pinus di Arles mi è da subito sembrata evidente la posa. Stesso grado di nudità – poco più accentuato nella fotografia – stessa dinamica, contesto totalmente differente.
Alcune doverose premesse. Charlotte Rampling è un’attrice e in quanto tale abituata al contesto cinematografico di quegli anni ma non alle foto di nudo: questo è il suo primo ritratto. È il 1973 quando Newton scatta quella fotografia totalmente fuori-tempo, anticipando quella che sarebbe stata la libertà del postmoderno: libertà di svestirsi e svestire nell’immagine. Helmut immortala Charlotte Rampling con il voyeurismo tipico del fotografo e lo sguardo di chi ama le donne. In quel modo generico, generale, nella mancanza di identità del singolo dietro lo schermo del genere.
Un altro caso spesso associato all’amore per il genere femminile – dalla critica e per sua stessa ammissione – è senza dubbio quello di Araki. Le sue fotografie, per quanto in modo formale appaiano più violente di quelle di Newton o di altre rappresentazioni, mostrano la stessa radice concettuale. Ma la lista è pressoché infinita se si valutano tutte le immagini di donne – nude o vestite – relegate a un ruolo, una posa, una situazione contestualizzata da qualcun altro che non siano loro. Nata e prodotta per l’altro.
Torniamo a Charlotte Rampling: un manichino messo a nudo su un tavolo. Lo sguardo con il quale vengono fotografati i soggetti è quello che si riserverebbe al feticcio, all’oggetto. Chiaro ed esplicito esempio di male gaze, termine utilizzato per la prima volta nel 1975 da Laura Mulvey.
Il male gaze, in quanto fenomeno dello sguardo e della conseguente rappresentazione, rientra nella dimensione artistica come preponderante esempio di sessismo nell’arte. Ciononostante, è da considerare come sguardo e successiva rappresentazione siano solo, a loro volta, conseguenze di un approccio culturale. Nonostante lo stretto legame tra immagine e cultura nella storia occidentale, trovo opportuno considerare questo aspetto di “approccio”.
L’approccio al quale la società contemporanea è abituata si basa su una teoria del possesso, trattamento che viene riservato all’immagine, alle minoranze – prendiamo qui l’esempio del genere femminile – e ancor più chiaramente all’immagine di una minoranza. Basti considerare il termine con il quale ci si relaziona a un’immagine o all’arte: fruire di un’opera, godere, giovarsi di qualcosa a cui si ha diritto. Come già analizzato da David Freedberg (ne Il potere delle immagini, 1993) l’immagine porta con sé una forte carica erotica intrinseca, che prescinde il soggetto rappresentato. L’immagine è erotica perché svelata, poiché per averne percezione deve essere posseduta, fruita, spogliata.
La relazione violenta tra essere umano e immagine (sia nella fruizione che nella rappresentazione) è insita in una società patriarcale. Dunque, propria di ogni rapporto con l’immagine al di là del suo soggetto. Avendo però una donna al centro dell’opera, questa violenza sarà duplice: sull’immagine e sulla donna. Sarà ancor più complicata la situazione se al centro di un’opera si avrà una donna nuda, in quanto il concetto di nudità, soprattutto in relazione al genere femminile, scade spesso nella retorica della pornografia.
Non si può prescindere da un rapporto di prevaricazione che va oltre la nudità. Questa dinamica è determinata da un costrutto sociale reiterato che porta a una logica di possesso dell’immagine, del corpo dell’altro. La possessione diventa così una modalità di relazione con l’altro dove spesso a sopperire è la donna, trasformata in oggetto. Oggetto sociale in un ruolo imposto, oggetto culturale in una rappresentazione stereotipata, oggetto sessuale.

“La pornografia reifica. Ma quale tipo di male produce la reificazione? Nella tradizione ereditata da Kant si tratta del danno prodotto dal non riconoscere alle persone la piena dignità di persone, nel considerarle come mezzi per raggiungere un fine anziché esse stesse fini”. (Da J. M. Coetzee, Pornografia e censura, 1996)
Questa modalità di approccio è tanto socialmente quanto culturalmente accettata e, data l’importanza dell’immagine nella società occidentale, si comprende come l’arte non possa prescindere da questi meccanismi. Ecco perché, come avviene nel reale, avviene anche nel visivo, nel visuale e nel virtuale.
In questo processo di prevaricazione, reificazione e possesso la verosimiglianza dell’immagine gioca un ruolo fondamentale. Infatti, la violenza di approccio nella realtà viene accentuata dal verosimile: più sarà sottile il confine di vero-falso più sarà evidente il meccanismo proprio delle relazioni tra soggetti nella società.
Considerando allora l’oggetto del desiderio come soggetto dell’immagine e tornando quindi alla rappresentazione femminile come feticcio sarà ancora più evidente un processo di reificazione secondo il quale tutto ciò che ci circonda è solo oggetto dei propri fini, scopi e interessi. Così anche l’altro, di conseguenza anche l’altro nell’immagine.
Le donne devono ancora spogliarsi per entrare in un museo? Finché questo approccio sarà presente nella realtà non potrà che esserlo anche nella rappresentazione. Il male gaze, così come il sessismo per esteso, è un fenomeno talmente radicato che prescinde dal singolo esempio ma riguarda una visione d’insieme. Non riguarda la fotografia di nudo ma è spesso insito in questo ambito. Non riguarda solo le donne ma non si può negare che siano il soggetto privilegiato di questa violenza.





