“Quanti secoli venturi vedranno rappresentata da attori questa nostra grandiosa scena… e quante volte dovrà sanguinare sulla scena dei teatri Cesare… e ogni qualvolta questo accadrà, sempre saremo ricordati come coloro che diedero alla patria la libertà”. Questo celebre passo del Giulio Cesare di William Shakespeare suggerisce allo spettatore che il vero protagonista della tragedia, al di là del titolo, non è Cesare, ma la congiura contro ciò che egli rappresenta: la bramosia di potere.

Comincia come l’ennesima replica teatrale anche La Signora delle camelie di Giovanni Ortoleva, liberamente tratta dal romanzo di Alexandre Dumas figlio. Dopo il Teatro della Cometa di Roma, sarà in scena a Milano, Teatro Fontana, dal 16 al 19 aprile. Le luci in teatro si abbassano lentamente, quando dal retropalco entra, su una scena vuota, un uomo: la voce narrante (Gabriele Benedetti), si siede e annuncia al pubblico: “La Signora delle camelie, ancora”.
Quattro giovani, vestiti secondo la moda francese di metà Ottocento, si muovono sotto dettatura del narratore e spostano una riproduzione mobile di un palchetto teatrale, unica scenografia. Armand Duval (Alberto Marcello) è innamorato di Marguerite Gautier (Anna Manella), bellissima, mantenutissima e malatissima. L’umile Armand si fa aiutare da Gastone de Rieux (Vito Vicino) e dalla modista Prudenza Duvernoy (NikaPerrone) per arrivare a lei. L’amore, nato tra sguardi ammiccanti in teatro, si accende in febbrili passioni, si nutre di ire e struggenti gelosie, si affanna in compromessi, si dissipa tra risentimenti e tossi febbrili, fino a soccombere sotto la pressione del padre di Armand, che non accetta la relazione di suo figlio con una donna che è poco più di una prostituta. Marguerite morirà giovanissima. A letto, logorata dalla tubercolosi scrive per intervalla insaniae lettere d’amore disperato ad Armand, mentre i creditori compiono l’ultimo vilipendio intorno al corpo quasi cadavere. Risorgerà dalla penna di Alexandre Dumas figlio nel romanzo “La Signora delle camelie”.

Nella rilettura di Ortoleva, alla Signora delle camelie non basta un’unica scena per morire, ha bisogno di più morti solenni per esprimere tutta la sua rabbia. Marguerite, morendo continuamente, non rantola, ma urla sentenze di condanna dal letto-palchetto di morte teatrale, contro la radice sociale del suo male. Accusa l’amato Duval, ma anche l’amante Dumas, perché Marguerite Gautier è anche Alphonsine Plessis – la donna reale che Alexandre Dumas figlio amò e poi abbandonò per l’immorale stile di vita. La sua invettiva si allarga ad Alexandre Dumas padre, emblema di quella società borghese che pesa sui figli a cominciare dal nome: Alexandre Dumas figlio. Ce l’ha con tutti la Marguerite di Ortoleva, che rivela che protagonista dello spettacolo non è la Signora delle camelie, ma il “demi-monde”, come lo definisce Dumas figlio, quel “mondo di mezzo”, dove i figli sono incapaci di aprirsi a nuovi sentimenti perché imbrigliati da paterne censure.



