Ligabue a Cagliari: una mostra per comprendere l’anima inquieta e potentissima del pittore delle fiere

Se vi fosse capitato di passare tra le campagne della pianura padana emiliana negli anni ’30, più precisamente nei pressi di un piccolo paesino chiamato Gualtieri, vi sareste potuti trovare faccia a faccia con un individuo davvero singolare che, con uno specchio al collo, imitava i versi degli animali. Avreste pensato a un qualcuno di pericoloso e completamente in preda alla pazzia, e non certo a uno dei più grandi pittori figurativi del novecento italiano. Vi sarebbe però bastato tornare in paese per capire come Antonio Ligabue fosse ormai considerato parte finanche del “folklore” e della cultura locale, accudito e protetto dall’artista Marino Mazzacurati (conosciuto per aver fatto parte della Scuola Romana), al quale tutto dobbiamo per la scoperta di questo incredibile artista.

Singolare è l’uomo, così come è singolare la sua storia: nato a ridosso di Natale 1899 a Zurigo da Elisabetta Costa, un’emigrata bellunese, Antonio ebbe da subito una vita travagliata causata dai suoi squilibri mentali e da un rapporto conflittuale con il padrino Bonfiglio Laccabue. Dopo essere stato affidato ad una famiglia svizzera adottiva, nel 1919 fu proprio Bonfiglio a forzare la sua dipartita verso Gualtieri in Emilia-Romagna, suo paese originario. In Italia, il cognome Laccabue venne trascritto erroneamente come Ligabue nei registri anagrafici e Antonio non lo corresse mai, adottando questo cognome in via definitiva.

Antonio Ligabue
Lotta di galli,
s.d. (1958-1959)
Olio su tavola di faesite, 57,5×67 cm
Collezione privata

Oggi l’universo iconografico e gli studi su Antonio Ligabue sono ampi e articolati. Dal cinema, con il film di Sergio Diritti. Volevo nascondermi (2020), intensamente interpretato da Elio Germano e premiato con l’Orso d’argento alla Berlinale, fino ad una serie di mostre che hanno contribuito a far emergere nuovi sguardi critici sulla sua opera. È stata infatti inaugurata ieri, 27 novembre 2025, a Cagliari Antonio Ligabue. La grande mostra, allestita a Palazzo di Città e curata da Francesco Negri e Francesca Villanti; una mostra sorella, o meglio cugina, di Antonio Ligabue. Una vita d’artista, ospitata a Palazzo Pallavicini di Bologna lo scorso anno.

A Cagliari troviamo ben 60 opere, un grande corpus se si considera che la maggior parte della produzione di Ligabue è in mano privata, più alcuni video-documentari e delle gigantografie su tela retroilluminate per farci assaporare ancora meglio i dettagli della pittura. La mostra educa in maniera estremamente efficace alla percezione delle opere e, dividendosi in 3 periodi (esordi, maturità e gli ultimi anni), ci guida nella trasformazione del linguaggio di Ligabue da rifugio terapeutico dei primi anni fino a dispositivo artistico consapevole. Se infatti agli esordi i colori risultano diluiti ed espansi, le linee meno nette e le composizioni scolastiche, nella maturità l’impasto pittorico acquista vigore e una forza devastante, la linea diventa feroce e i colori più vari ed espressivi, mentre le composizioni si fanno intrecciate, dinamiche e vibranti.

Installation View

Antonio vive in campagna, fa lavori saltuari e vede la natura come una lotta per la sopravvivenza, piena di forze contrastanti: è per questo che i suoi animali sono prede o predatori, acquile, gufi, gatti e volpi, fino ad arrivare alle “belve”, segno più che mai distintivo della sua produzione. Leopardi, leoni, tigri: Ligabue non vede mai dal vivo le fiere africane ma rielabora iconografie popolari, enciclopedie, album scolastici, le figurine Liebig, il circo e gli animali impagliati del Museo di Storia Naturale di Reggio Emilia. Le sue fiere sono allungate, descritte con una cura anatomica precisa, sempre in atto di caccia o di lotta: sono figure istintuali, piene di quelle che sono la sua rabbia e la sua solitudine. Antonio è infatti un emarginato che vive solo ed esclusivamente la sua arte in un processo senza soluzione di continuità e gli animali sono una sua personificazione, non sono mimata ma anche cercata attivamente nel quotidiano. L’arte non è semplice “metafora” ma energia vera e la tela diventa l’oggetto reificato da questa energia.

A dimostrare questo gioco impersonificativo ci sono anche gli autoritratti, dove Ligabue si rappresenta con gli occhi che guardano fuori dal quadro e sempre con dei dettagli, specialmente i cappelli, per denotare i diversi “personaggi” che costituiscono la sua personalità: il motociclista appassionato di motori, il fantino, il contadino, l’uomo solo.

Singolari sono anche i paesaggi agresti, sempre con mucche, galli, cani e cavalli come protagonisti, ma sempre collocati in un paesaggio svizzero che si riconosce in particolare dalle costruzioni di sfondo. Ligabue usa infatti questo tipo di pittura per ricostruire la propria memoria, le proprie origini che gli sono state strappate vie con tanta violenza. Ecco allora anche l tema dei fantini e delle giostre medievali, anch’esse rielaborazione di stampe viste e conosciute durante la sua infanzia.

E ancora di notevole importanza la parte dedicata al disegno e all’incisione, in cui si nota ancora di più la sua carica al contempo virtuosa e istintuale: la mano è libera ma precisa, non sottosta a regole e procedimenti accademici quali studi preparatori e bozzetti. Il soggetto artistico prende forma così come arriva, con il talento innato come unica e preziosissima mediazione.

Antonio Ligabue
Il Serpentario, s.d. (primavera 1962)
Olio su tavola di faesite, 126×130 cm
Collezione privata

A chiudere questa bella mostra cagliaritana è un dipinto degli ultimi anni, “Il serpentario”, un grande gufo riccamente descritto nel piumaggio colto nell’atto di cacciare un serpente. L’opera non aveva incontrato il favore del collezionista committente, il quale si aspettava uno dei suoi soggetti mainstream come le tigri o i leoni. Ligabue, in uno scatto d’ira, quasi lo distrugge, ma si accorge infine della grande qualità dell’opera da lui creata.

Ligabue conoscerà un grande successo negli ultimi anni, specialmente dopo una mostra organizzata alla Galleria “La Barcaccia” di Roma nel 1961, e diventerà anche un artista molto richiesto dalla borghesia del tempo. Si spegnerà nel 1966, dopo che un ictus, 3 anni prima, l’aveva reso praticamente invalido.

C’è un grande merito in Antonio Ligabue. La grande mostra, ovvero quello di aver ricostruito con meticolosità un processo, un insieme di fattori e stimoli che hanno innescato un così grande talento, riuscendo così nell’arduo compito di ridare allo spettatore almeno un po’ della forza vitale di questo grande ed eterno artista.

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