Le fiabe distorte di Dina Goldstein alla Fabbrica EOS di Milano

Nel cuore di Milano, nella sede di viale Pasubio, il direttore Giancarlo Pedrazzini ci accoglie nello spazio di Fabbrica EOS. In collaborazione con Tallulah Studio Art, la galleria, che dalla sua apertura ha esposto opere sia di giovani promesse dell’arte contemporanea che di artisti affermati, ospita fino al 23 Marzo 2025 la mostra “Dina Goldstein – un’artista tra fiaba e realtà”.

Nata a Tel Aviv nel 1969 e cresciuta a Vancouver, Dina Goldstein è nota a livello internazionale per le sue celebri narrazioni fotografiche. Si tratta di tableaux di grandi dimensioni che, sfruttando figure centrali della cultura pop e calandole in set minuziosamente studiati e costruiti, muovono una critica ironica e irriverente alla società contemporanea e ai suoi luoghi comuni, evidenziandone limiti, criticità e contraddizioni.

Dina Goldstein In the Dollhouse Passed Out

Il percorso espositivo, curato da Patrizia Madau, esplora la produzione dell’artista con tre delle sue serie fotografiche più iconiche. “In The Dollhouse” (2012) che ci attira già dalla strada, attraverso la grande vetrata ad arco, è un racconto in dieci tappe che stravolge l’ideale di perfezione incarnato nelle figure di Barbie e Ken, quasi anticipando il premiatissimo film del 2023. Sullo sfondo di una casa delle bambole total pink, realizzata dall’artista appositamente per gli scatti, la coppia emblema di bellezza, ricchezza e felicità vive una crisi matrimoniale che, oltre ad evidenziare alcune delle tematiche contemporanee più discusse, riesce immediatamente a strappare anche qualche sorriso.

Dina-Goldstein-In-the-Dollhouse-Haircut

Ken scopre lentamente la sua individualità, si libera delle aspettative sociali e intraprende una relazione con un altro uomo. Un percorso di autoconsapevolezza raccontato attraverso una crescente indifferenza e tensione tra i due partner, fino alla scoperta inequivocabile del tradimento e al successivo declino emotivo e fisico dell’impeccabile Barbie. La patina frivola di perfezione svanisce, e quella bellezza che era la chiave per una vita a lieto fine, fatta di successo e meraviglia, si rivela per quello che è: una finzione, un ideale vuoto e irraggiungibile.

Quella del “felici e contenti” è dunque una formula che sembra non funzionare, ulteriormente ribaltata nella serie “Fallen Princesses” (2007 – 2009), dove le principesse Disney si misurano con i contesti problematici della vita reale. È come se Dina Goldstein ci proiettasse in una dimensione temporale successiva o alternativa al finale fiabesco di ciascun racconto. Così, partita dal castello insieme al principe, Biancaneve si ritrova in un appartamento caotico, madre di quattro bambini e con un marito del tutto restio a collaborare alla cura dei figli e della casa.

Dina Goldstein FallenPrincesses Jasmine

E ancora, Belle rincorre un’ideale di perfezione che la porta a sottoporsi a numerosi interventi estetici pur di contrastare i segni del tempo, e Jasmine è costretta ad imbracciare un mitra dopo lo scoppio della guerra. La serie prende forma dopo la diagnosi di cancro al seno della madre dell’artista: da qui nasce un ragionamento sulla distanza tra le figure femminili delle fiabe (che proprio in quello stesso periodo affascinavano la figlia piccola dell’artista) e le donne normali, in carne ed ossa, costrette a misurarsi con la malattia, il sessismo, le guerre, i problemi economici e le dipendenze.

Dina Goldstein Gods of Suburbia Lakshmi

Nell’ultima serie esposta, “Gods Of Suburbia” (2014), ad essere decontestualizzate sono invece le divinità, che diventano la chiave per mettere in discussione il ruolo della religione nella società moderna. Umanizzate e portate fuori da chiese e templi, queste figure sacre enfatizzano la crisi dei valori e le contraddizioni della fede, portando a riflessioni profonde su temi centrali della nostra contemporaneità. Lakshmi, la dea indù della bellezza e della ricchezza, dotata di quattro braccia e fotografata al centro di una modernissima cucina rossa, diventa il simbolo della donna costretta a destreggiarsi tra casa e lavoro.

Satana si lascia andare ad una risata maligna mentre con un carroattrezzi rimuove dalla strada la macchina di un’anziana incredula, facendoci interrogare sul tema della giustizia. E poi, in uno degli scatti più iconici dell’artista, L’Ultima Cena di Leonardo si trasforma in un banchetto a base di birra, patatine, tonno in scatola e ramen istantaneo, il tutto allestito in una strada del Downtown Eastside di Vancouver. Si tratta di uno dei quartieri più difficili della città, in un contesto urbano marginale, dove dilagano povertà e abuso di alcol e sostanze stupefacenti.

Dina Goldstein Gods of Suburbia Satan

Qui, la figura di Giuda rappresenta tutte le persone che hanno approfittato delle iniziative a favore dei più poveri (che sono rimasti poveri) per ottenere benefici personali. Un’immagine che con forza ci pone di fronte alla discrasia tra il dettame religioso che ci dice di curare e amare il prossimo e la realtà vissuta dai soggetti più fragili e vulnerabili a livello sociale. L’intera esposizione presentata da Fabbrica EOS si configura come un rovesciamento, una rilettura iconografica che, attraverso l’ironia dissacrante, la presenza di personaggi iconici e il linguaggio pop-surrealista che contraddistingue la cifra stilistica di Goldstein, invita il visitatore a una riflessione sottile e stratificata. Un percorso che, mentre stimola il pensiero critico, non rinuncia a sorprenderci con momenti inattesi di leggerezza, e che assolutamente vale la pena intraprendere.

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