L’arte pop fuori dai musei. Tomoko Nagao porta gli Angeli a Taipei, a Mestre i Supereroi si allenano in palestra

Non è la prima volta che l’arte decide di uscire dal museo per infilarsi in spazi inaspettati. Keith Haring, nel 1986, aprì a New York il suo Pop Shop, trasformando un negozio di Manhattan in una galleria accessibile a tutti, dove magliette, poster e gadget diventavano veicolo di diffusione della sua estetica e pochi anni prima, nel 1980, Jeff Koons debuttava al New Museum di New York con aspirapolveri e neon esposti in vetrina come in un negozio di elettrodomestici. Prima di loro, Warhol, negli anni Sessanta, allestiva vetrine come fossero installazioni artistiche e la Paul Bianchini Gallery, sulla 78ª strada a New York, nel 1964 trasformava lo spazio in un vero supermercato, con scaffali e prodotti griffati da Warhol, Lichtenstein e Oldenburg. In Oriente, questa commistione non ha mai fatto scandalo: in Giappone o a Taiwan è normale trovare mostre dentro mall o drug store, e giganti del contemporaneo, come Takashi Murakami hanno usato i centri commerciali come trampolino e come luogo dove aprire al grande pubblico il proprio merchandising, parte integrante del loro progetto artistico.

A Tapei gli Angels di Tomoko alla Diamond Tower

A raccogliere quell’eredità in chiave ancora più Kawaii e narrativa è Tomoko Nagao, stella pop della generazione più giovane e ormai in piena ascesa internazionale. Conosciuta per le sue ironiche rivisitazioni di icone rinascimentali in chiave pop e Kawaii, Nagao porta avanti un lavoro che fonde spiritualità quotidiana e immaginario urbano.

Proprio in queste settimane, a Taipei, Tomoko Nagao ha inaugurato la sua mostra Angels alla SKM Diamond Tower: otto nuove sculture lucide e coloratissime, pensate come presenze discrete che incarnano i fenomeni atmosferici e naturali — dal sole alla pioggia, dal mare alla foresta. Non figure monumentali e distanti, ma piccoli genius loci pop, capaci di evocare protezione, connessione e guida spirituale nella vita quotidiana. Le superfici in resina e lacca spray riflettono iridescenze mutevoli, come se gli angeli respirassero insieme allo spazio, oscillando tra sacro e design, tra un’eco di scultura classica e l’immediatezza kawaii.

Accanto a queste presenze, a definire il paesaggio della mostra, ritornano i soggetti iconici del repertorio di Nagao: rivisitazioni ironiche della grande arte rinascimentale e barocca — dalla Venere di Botticelli all’Ultima Cena di Leonardo — ibridate con personaggi dei manga e dei cartoon, con icone del consumo globale e loghi scintillanti che entrano nell’opera come se fossero pigmenti contemporanei. Un mondo in cui Adamo ed Eva vivono sotto un albero fatto di banane pop e loghi commerciali, e in cui la Madonna si circonda di Hello Kitty e di flussi visivi che scorrono come negli schermi digitali.

La mostra a Taipei non è solo esposizione ma anche experience: angeli giganti gonfiabili accolgono i visitatori come mascotte benevole, piccoli gadget e merchandising trasformano le figure della serie in oggetti quotidiani — spille, stickers, miniature — che portano il segno dell’artista nello spazio del design e del lifestyle. Una strategia che conferma il ruolo di Tomoko Nagao come stella della generazione pop successiva a Murakami: capace di unire ironia e spiritualità, mercato e immaginario intimo, portando l’arte fuori dai luoghi canonici e dentro la vita di tutti i giorni.

In questo senso Nagao rappresenta bene lo spirito dell’arte orientale di oggi: non più chiusa nei musei, ma integrata negli spazi della vita quotidiana, senza paura di scivolare nell’ornamento perché l’ornamento diventa linguaggio. Dove Murakami ha trasformato i mall in cattedrali pop, Nagao sta trasformando il Kawaii in una sorta di nuovo simbolismo insieme coltissimo e diffuso: gentile, accessibile, eppure sorprendentemente denso di significato.

Andrea Poggipollini

A Mestre, la John Reed Fitness ospita i supereroi pop

Anche in Italia, però, si ha il coraggio di osare e di uscire dalle comfort zone canoniche dell’arte. L’ultima conferma arriva da Mestre, dove la palestra John Reed Fitness si è trasformata in galleria con la mostra We Are All Superheroes, curata da Alessandra Pierelli con la co-curatela di Francesca Baboni. Non una decorazione di contorno, ma un progetto vero, che tra manubri e specchi dissemina eroi dei fumetti, icone pop e riflessioni sul concetto di forza e vulnerabilità.

Appena varchi l’ingresso, l’atmosfera non è quella asettica di un white cube ma quella di un loft urbano: mattoni a vista, neon che scandiscono PUMP UP THE GYM, librerie vintage. Sotto la scritta al neon, come se fossero stemmi di un’araldica contemporanea, compaiono i simboli di Superman, Spiderman, Wonder Woman e Batman, trasformati da Pierelli in bassorilievi pop. Poco più avanti un gigantesco Captain America campeggia accanto a figure che riportano subito all’immaginario della street art anni Ottanta e a certe libertà della Bad Painting anglosassone. Nei corridoi metallici si combattono Superman e Spiderman in un’esplosione di colori, Rocky posa come un’icona popolare e lettering urlati (“POW!”, “WOW!”) fanno da colonna sonora visiva.

Pierelli, che qui è artista e curatrice, lavora da anni con un linguaggio che lei stessa definisce “pop-concettuale”. La sua serie Dolcemente Pungente lo racconta bene: cuori, cioccolatini, caramelle trasformati in sculture monumentali, realizzati in resina e polistirolo e poi ricoperti da migliaia di puntine colorate. Sulla superficie sembrano dolci, golosi come una pasticceria, ma sotto rivelano la loro natura metallica e tagliente: dietro la zuccherosa leggerezza del pop si nascondono vulnerabilità, ferite, cicatrici. Il suo lavoro gioca sul cortocircuito tra attrazione e repulsione, ironia e dolore, e qui assume una nuova forza applicandosi ai simboli dei supereroi: loghi e maschere che ci illudono di invincibilità, ma che al tatto rivelano quanto sia fragile l’identità che custodiscono.

Felipe Cardeña

Accanto, i busti bianchi di Batman e Catwoman firmati Andrea Poggipollini li trasformano in nuove statue eroiche, sospese tra la classicità greco-romana e il logo inciso sul petto: il brand come nuovo mito. I collage caleidoscopici di Felipe Cardeña riempiono le pareti come giardini fioriti che hanno inghiottito Superman, Batman e Spiderman. Eroi pop iper-colorati emergono da tappeti di fiori e pattern psichedelici, in un’estetica che non distingue più tra forza e fragilità, tra mito e devozione popolare: l’eroe diventa un’icona quasi religiosa, trasfigurata in un altare barocco e caotico che avvolge lo sguardo dello spettatore. Con uno sguardo ai diritti e all’amore inteso in tutte le sue forme: nessuno si scandalizza più se anche Batman e Robin si concedono un momento di intimità, scambiandosi un bacio appassionato…

Giulia Maglionico

Le immagini digitali di Gus Andy sembrano still cinematografici di un film che ancora non esiste, restituiti all’ambiente della palestra come set: i supereroi appaiono tridimensionali, realistici, pronti a confondersi con i corpi reali che affollano la sala pesi. Fabrizio Ceccarelli invece gioca con lettering, spray e grafiche neo-pop: Rocky che posa accanto a Biancaneve, collage di citazioni dalla cultura urbana che trovano nella palestra, ambiente urbano per eccellenza, il loro terreno più naturale. Infine, Giulia Maglionico sposta l’attenzione sul piano sociale e politico: le sue Wonder Woman non sono icone da collezione, ma simboli di lotta e di resistenza, supereroine civili che portano in campo il tema dei diritti delle donne e delle minoranze.

Gus Andy, Fit Girl

Dopo la tappa a Mestre, We Are All Superheroes approderà al Museo dei Folli Geniali di Lodi, una scuola-museo che ospita interventi di street artist e lavora da anni sul dialogo tra l’arte di artisti con disabilità o disturbi mentali e quella di artisti affermati. Un luogo che fa dell’inclusione e della contaminazione il proprio DNA, e che aggiunge un ulteriore livello di lettura al tema del supereroe: non più solo figura pop, ma metafora della forza che nasce dalle fragilità.

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