L’Arte Maledetta IV – Il ritratto maledetto di Giulia Tofana, la donna che vendeva veleno alle mogli infelici

Le pareti delle case nobili tremano, ma non per i tuoni o per la guerra. È la paura che scorre dentro le cucine, tra le lenzuola, nei bicchieri di vino e nei piatti di zuppa.
Paura degli sguardi delle mogli. Paura dell’Aqua Tofana.

Giulia Tofana non era una strega. Non era nemmeno una criminale nel senso classico. Era una donna lucida, affilata come il cristallo, vissuta in un’epoca in cui la legge non proteggeva le donne ma le puniva due volte: prima col silenzio, poi col dolore.

Tra il 1630 e il 1655, secondo le cronache, fu l’ideatrice e distributrice di uno dei più potenti e discreti veleni della storia.
L’Aqua Tofana, così la chiamavano, veniva venduta come cosmetico miracoloso o acqua santa. Bastavano tre gocce, quattro, e il marito svaniva nel giro di pochi giorni, come consumato dalla stessa mano divina che aveva punito Sodoma.

Ma chi era davvero Giulia Tofana?

Un’alchimista. Una madre. Una femmina furiosa che aveva fatto della sua intelligenza un’arma.
Pare che vivesse sotto protezione in convento, tra suore e mortai, continuando a produrre veleno con una formula tramandata da levatrici e speziali. Il suo volto, si diceva, non compariva mai due volte nello stesso posto. La leggenda dice che un ritratto, però,  ne esisteva. Ne parlavano in pochi, a bassa voce.

Un quadro, olio su tela, realizzato da un pittore siciliano sconosciuto, probabilmente uno degli ultimi ad averla incontrata. Un quadro però non facile da trovare si dice, infatti, che quel quadro fosse maledetto.

L’opera ritraeva Giulia di profilo, con uno sguardo obliquo, lo stesso sguardo con cui forse osservava le sue clienti mentre sussurrava loro la dose giusta. Le mani erano giunte, ma tra le dita sottili si intravedeva un flacone trasparente, forse il veleno. Sul fondo, una figura maschile sfuocata, piegata dal dolore, come dissolta. Alcuni dicevano che cambiava posizione nel tempo.

Secondo le voci raccolte nel corso dei secoli, quel dipinto comparve e scomparve almeno tre volte in circostanze misteriose: A Vienna, nel 1725, nella collezione privata di un medico di corte, fu visto da un antiquario tedesco. Anni dopo, l’intera casa del medico andò a fuoco, ma non vi fu alcuna traccia del quadro tra le ceneri. Nel 1894, un collezionista inglese affermò di averlo acquistato a Napoli. Due settimane dopo, la tela scomparve dalla cornice chiusa, senza alcun segno di effrazione. Nel 1971, una galleria a Palermo annunciò di averlo ricevuto da una donazione anonima. Rimase esposto per una sola notte, prima che l’intero edificio venisse evacuato per un’intossicazione misteriosa. Il quadro, ovviamente, non fu mai ritrovato.

Lo chiamano Il Ritratto della Vedova Nera. Ma in molti giurano che il vero nome del quadro sia inciso sul retro, con calligrafia barocca:
“Per chi desidera liberarsi. Per sempre.”

Difficile separare la realtà dalla leggenda.
Quel che è certo è che nel 1659 la sua rete venefica fu smantellata dopo che una giovane donna, in preda al panico, rivelò il nome di Giulia alle autorità papali. Il suo arresto fu immediato. La tortura inevitabile. Secondo alcuni fu giustiziata per strangolamento. Secondo altri, murata viva.

Ma la cosa più inquietante è che, ancora oggi, non esiste certezza sulla sua sepoltura.
Come se anche lei, come il quadro, fosse destinata a sparire.
A comparire solo quando qualcuno – una donna – sussurra il suo nome con speranza.
“Giulia… aiutami.”

Nota d’autore

Del “ritratto scomparso” di Giulia Tofana non esistono prove concrete. Nessun archivio, nessun inventario di collezione europea lo menziona. Eppure, da anni, questa voce circola — ostinata come un sussurro tra le pareti dei musei.
Alcuni parlano di un dipinto barocco che ogni volta svanisce poco dopo essere stato fotografato. Altri giurano che ne esistano diverse versioni, tutte identiche, eppure mai uguali. Una tela che guarda indietro. Una tela che non vuole essere posseduta.
Nessuno sa da dove sia iniziata la leggenda. Ma una cosa è certa: se anche fosse invenzione, ha scelto il volto giusto a cui legarsi. Giulia Tofana non è mai stata solo una donna. È stata una risposta silenziosa. Un antidoto. Un veleno. E a volte, l’unico modo per sopravvivere a un’epoca ingiusta… è diventare leggenda.

n.d.r. L’immagine che accompagna l’episodio è un’interpretazione digitale del presunto quadro scomparso. Nessuna conferma sulla sua autenticità è mai stata trovata.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

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