La Veglia Morbida di Karam Sebastiano Cannarella a Milano

La maschera, nella pittura di Karam Sebastiano Cannarella, non protegge: espone.
Non è uno schermo, ma una superficie attraversabile. Non serve a nascondere un’identità: la mette in tensione.

Allo Spazio Kriptos la personale Veglia morbida, curata da Vera Agosti,  presenta una ventina di lavori inediti dedicati alla figura della drag queen. Ma sarebbe riduttivo parlare di “tema”. La Drag, in Cannarella, non è un soggetto iconografico: è un dispositivo critico.

Le sue non celebrano la maschera: ne mostrano la ferita. Sono corpi sospesi tra identità e rappresentazione, tra ciò che si indossa per esistere e ciò che resta, vulnerabile, quando lo spettacolo si spegne. Non c’è glamour, non c’è ironia complice. C’è tensione. C’è fragilità drammatica.

Il titolo stesso, Veglia morbida, indica uno stato liminale. È anche il nome dell’opera cardine: una drag queen regge la maschera come una reliquia notturna, nel momento del lento risveglio. Non è più scena, non è ancora quotidianità. È una condizione umana sulla soglia, tra apparizione e verità, rito e fragilità.

Cannarella insiste su un concetto: non l’azione, ma ciò che la precede e ciò che la segue. L’artista parla di “rito”, ma il suo interesse non è l’atto spettacolare in sé. È la vibrazione che lo anticipa, la traccia che lo sopravvive.

Karem Sebastiano Cannarella, Prima del Volo ph Alfredo Felletti

In Prima del volo  la farfalla è ancora in gabbia. Il movimento è solo potenziale. È un’immagine quasi crudele nella sua sospensione: il desiderio esiste, ma non ha ancora trovato forma.
In La linea di soglia, una figura indossa due paia di scarpe, ai piedi e alle mani, come se l’intero corpo fosse un organo pronto allo scatto. Non c’è ancora gesto, ma una tensione muscolare e mentale che lo prefigura.

Questa è la “soglia” di Cannarella: uno stadio intermedio, un tempo trattenuto, in cui l’identità non è ancora stabilizzata e il mondo non è ancora accaduto.

Quando il rito si compie, la scena si carica di densità teatrale. In Contenimento la figura è racchiusa in un cubo: non protezione, ma pressione. In Discesa assistita la drag è accompagnata, quasi trattenuta, in un movimento che sembra insieme caduta e incoronazione.

Gli ambienti sono teatrali ma non narrativi. Non raccontano una storia lineare: costruiscono uno spazio mentale. Cannarella non descrive il palcoscenico, ne scava le implicazioni psicologiche. Il teatro diventa dispositivo interiore.

Il momento più potente, tuttavia, è quello che segue. Quando la parrucca viene rimossa e diventa reliquia. Quando la collana di perle resta sul pavimento. Quando i lustrini si spengono.

In opere come Icona deposta e Spoglia reale, la rappresentazione cede il posto alla traccia. Non c’è più corpo in scena, ma ciò che resta del rito. È un tempo di malinconia e di stanchezza, ma anche di verità. Qui la pittura si fa quasi archeologica: indaga ciò che sopravvive all’immagine.

Nato nel 1942 a Portopalo di Capo Passero, in provincia di Siracusa, Cannarella si forma all’Accademia di Brera dopo il trasferimento a Milano nel 1964. Espone dal 1973 e attraversa geografie diverse — Zurigo, Parigi, Monaco, Londra, Egitto, Maghreb — assimilando stratificazioni culturali che si riflettono nella sua pittura.

Karam Sebastiano Cannarella, Le spoglie Restano, ph Alfredo Felletti

Negli anni Settanta, a Parigi, promuove nuove declinazioni espressionistiche in dialogo con l’eredità del gruppo Co.Br.A. Vive a lungo tra Italia e Marocco, fino al ritorno definitivo a Milano. Dalla cultura siciliana e araba alla rilettura dei capolavori del passato, dalle tematiche sociali alla performance, fino alla scultura dagli anni Duemila, la sua ricerca non è mai stata statica.

Ma ciò che oggi conta non è la geografia delle mostre. È la coerenza di una visione.

Veglia morbida non è una celebrazione dell’estetica drag. È un’indagine sulla condizione umana quando si trova esposta, performata, vulnerabile. Cannarella utilizza la figura della drag queen come lente per interrogare il rapporto tra identità e costruzione, tra rito sociale e verità individuale.

Le sue opere non arredano uno spazio: lo mettono in tensione. Non illustrano un fenomeno: lo attraversano. Non rassicurano: sostano nell’ambiguità. In un tempo che consuma immagini con rapidità superficiale, Cannarella ci obbliga alla veglia. Non una veglia drammatica, ma morbida  e proprio per questo più inquietante. Perché ciò che è morbido non è debole: è permeabile. E ciò che è permeabile lascia passare la verità

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

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