La Soglia Sospesa. Due incursori nel contemporaneo

La soglia sospesa è uno spazio instabile, una linea di frizione che non separa nettamente ma trattiene, rallenta, costringe a sostare. È il punto in cui l’umano misura la propria presenza nel mondo senza poterne più rivendicare il dominio, e dove la natura, lungi dall’essere un altrove incontaminato, si rivela come campo stratificato di azioni, residui, memorie. La mostra -in corso alla Galleria Rubin di Milano fino al 7 febbraio a cura di Daniele Astrologo Abadal – costruisce proprio questo territorio intermedio, affidandolo a due pratiche che avanzano per incursione, per avvicinamenti successivi, per ascolto.

Il dialogo tra le opere nasce da una condivisione metodologica prima ancora che tematica. Entrambi gli artisti – Francesco Finotti e Paola Margherita – assumono il territorio come luogo di esperienza diretta: attraversato fisicamente, osservato nel tempo, interrogato senza il filtro della tecnologia. Non si tratta di una documentazione, né di una restituzione mimetica del reale, ma di un processo di sedimentazione che trasforma lo spazio in forma e la forma in pensiero. La soglia, qui, è anche quella che separa l’umano dalle proprie protesi tecnologiche, dal mito del progresso, dall’illusione di controllo.

Al centro della galleria si impone un paesaggio di oggetti silenziosi, immobili, apparentemente abbandonati. Le sculture di Francesco Finotti si presentano come presenze trattenute in uno stato di sospensione: automobili riconoscibili per la loro silhouette iconica, ma sottratte a ogni funzione. Il manto di neve che le ricopre non è un semplice elemento atmosferico, bensì un dispositivo formale che nobilita l’artefatto, ne attenua la descrizione letterale e ne amplifica il volume, trasformando la carrozzeria in massa compatta, quasi geologica. La Citroën DS Pallas, dea moderna della velocità e dell’eleganza, perde qui ogni tensione dinamica per farsi pura forma, corpo deposto, reliquia di una civiltà recente. La moltiplicazione delle vetture, disposte secondo allineamenti ordinati o accumuli instabili, evoca un sistema produttivo seriale che viene però riscattato dalla preziosità della materia: terracotta smaltata, cemento fuso, ceramica. La terra, in tutte le sue declinazioni, resta l’orizzonte ultimo di queste opere, che affondano letteralmente nel suolo, caricandosi di una gravitas che parla di abbandono, ma anche di resistenza.

Francesco Finotti, Snow on cars

Sulle pareti, il percorso cambia ritmo e chiede uno sguardo diverso, più disteso, quasi da lettura. I dipinti di Paola Margherita si susseguono come pagine di un unico racconto visivo, tenuto insieme da una continuità atmosferica e da una densità segnica che tradisce una sensibilità plastica profondamente radicata nella scultura. Il paesaggio è il protagonista assoluto, ma non nella sua accezione idilliaca: è un paesaggio pieno, saturo, in cui la vegetazione invade lo spazio e lo sguardo è costretto a perdersi nell’intricata trama di rami, foglie, superfici rocciose. L’assenza di porzioni di cielo accentua questa immersione, annullando ogni distanza contemplativa.

All’interno di questi scenari emergono, quasi come apparizioni, le tracce dell’intervento umano: tralicci, ponti, gru, rampe stradali, cave. Infrastrutture che sembrano avere smarrito la propria funzione, private del loro contesto operativo, ridotte a segni di una presenza ormai ritirata. Non c’è epopea del progresso, né nostalgia romantica, ma la constatazione di una sospensione: un tempo interrotto, un progetto lasciato incompiuto. La luce e il colore, spesso anomali, alludono a fenomeni estremi – incendi, ferite geologiche, natura vulcanica del terreno – e amplificano la percezione di una grandezza che supera l’umano, ridimensionandone le ambizioni. Le scorie industriali, i residui tecnologici non fanno che rendere più evidente questa sproporzione.

Nel loro procedere parallelo, le opere costruiscono un paesaggio mentale prima ancora che fisico, abitato da presenze silenziose e da assenze eloquenti. Un mondo di confine in cui natura e artificio non si oppongono, ma si rispecchiano, restituendo l’immagine di una contemporaneità fragile, sospesa, e proprio per questo degna di essere osservata con attenzione.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

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