La pittura non è morta: Ahmet Öğüt a Venezia sfida l’IA e il mito della riproducibilità

Dal 6 novembre 2025 all’8 febbraio 2026 in mostra presso la galleria A plus A di Venezia neither artificial nor intelligent, una personale di Ahmet Öğüt. Dieci tele a olio stimolano una riflessione sull’interpretazione dell’immagine nell’epoca contemporanea.

Il titolo nasce da Atlas of AI di Kate Crawford (Yale University Press, 2021), un’indagine sull’apparente astrazione dell’intelligenza artificiale, sulla percezione del fittizio e della sua controversa concretezza nelle conseguenze tangibili quali guerre e catastrofi. Punto di partenza dell’esposizione è quindi il terreno ambiguo del digitale e in particolar modo la sua interpretazione, tra il fittizio e il reale. In questa cornice di labilità, estremamente attuale, viene esposta la serie neither artificial nor intelligent (che dà il titolo alla mostra) di Ahmet Öğüt. I dipinti, realizzati dall’artista negli ultimi tre anni, ritraggono artisti reali e immaginari, generando un catalogo di figure che instilla un necessario dubbio di veridicità. 

Ahmet Öğüt I neither artificial nor intelligent I A plus A Gallery, Venice, ph Clelia Cadamuro

La pittura di Ahmet Öğüt sfida il multiplo e la riproduzione seriale in un allestimento che spinge al voyeurismo attraverso il vedo-non-vedo. Le tele sono esposte nello spazio della galleria filtrate da pannelli in plastica che ne limitano la visione, la porzionano e ne consentono solo un parziale punto di vista. I livelli di lettura dell’opera dell’artista e dell’esposizione si sommano in una stratificazione che si fa via via più metaforica. L’intento è quindi di un rapporto uno-a-uno tra spettatore e opere, invitando a una visione autentica dal vivo, senza mediazioni digitali di qualsivoglia tipo – per l’impossibilità di catturare un’immagine complessiva delle tele. 

La pratica multimediale dell’artista assume una forte connotazione politica e sociale, portando al centro riflessioni sull’appropriazionismo, la censura e la copia di cui sono spesso vittime le opere artistiche. A partire da queste problematiche, accentuate inevitabilmente dal digitale, i lavori di Öğüt si sviluppano in modo poco trasparente, di “difficile ricezione” in quanto filtrati e volutamente distanziati dallo spettatore. Come nel caso emblematico di The muscles behind my eyes ache from the strain, performance realizzata durante l’opening della 13° Biennale di Istanbul (2013). In quell’occasione Ahmet Öğüt teneva un discorso su casi (personali) di appropriazionismo e censura dalla Galata Tower di Istanbul. Un’orazione fruibile dagli spettatori solo attraverso la “traduzione” del labiale e l’uso di binocoli, poiché posti sulla terrazza di fronte alla torre medievale.

Ahmet Öğüt I neither artificial nor intelligent I A plus A Gallery, Venice, ph Clelia Cadamuro

Le conseguenze della riproducibilità diventano urgenze sulle quali è necessario indagare e in neither artificial nor intelligent l’artista sceglie la strada della pittura e il genere del ritratto, innescando un cortocircuito che obbliga a una stratificazione di sensi. Una molteplicità di livelli che riafferma la radice concettuale della pratica di Ahmet Öğüt e apre inevitabilmente a questioni altre sull’arte e i suoi media.

La “morte della pittura”, infatti, è una profezia che affonda le sue radici ormai più di un secolo fa, pronunciata nel 1840 dal pittore Paul Delaroche. La prima crisi della pittura, non a caso, coincide con la nascita della fotografia, quando la sua riproducibilità – e conseguenti problemi di originalità – sembrava aver spazzato via il dipinto. Poi reinventato nelle sperimentazioni tecniche delle avanguardie ma anche in nuove iconografie. Quindi una seconda crisi che spinse il medium pittorico a cambiare forme e soggetti.

A seguire problemi di autorialità e dell’arte come bene di consumo. Accanto alla pittura, una fotografia che ha esplorato quanto più possibile in modo estremamente rapido spaziando dal documentarismo, al reportage, al concettuale, a espressioni intime e postmoderne in ogni forma pensabile. Oggi, con l’avvento nell’ultimo decennio di una nuova “intelligenza” e una frontiera della riproducibilità, si vede necessario rinnovare il quesito: “La pittura è davvero morta?” In che modo si può ulteriormente rinnovare una modalità artistica della quale veniva dichiarato il decesso tempo fa? 

Per sopravvivere la pittura non può fare altro che reinventarsi in nuovi contenuti e nuove forme in grado di riflettere la società attuale. Quella presentata da Ahmet Öğüt è una pittura che parla un nuovo linguaggio che esprime nella tela le difficoltà dell’arte – e dell’artista oggi. 

Ahmet Öğüt I neither artificial nor intelligent I A plus A Gallery, Venice, ph Clelia Cadamuro

Attraverso la serie visibile unicamente presso la galleria AplusA l’artista riprende il genere del ritratto, di per sé “rappresentazione di una figura” e stereotipicamente restituzione visiva di un individuo, trasformandolo in espediente narrativo con una destinazione d’uso differente. Nei suoi ritratti Ahmet Öğüt non racconta – o meglio, racconta – “nessuno”. Non si sa se il soggetto sia reale o fittizio, non è dato sapere chi sia la figura presentata. L’affidabilità, da sempre intrinseca nella pittura e nel genere del ritratto, svanisce in neither artificial nor intelligent.

Lo spettatore è posto di fronte all’immagine di qualcuno che non si conosce, davanti a un dipinto di apparente facile comprensione che non si può nemmeno immortalare per via dei pannelli in plastica che ne filtrano la visione. Ahmet Öğüt propone una sfida di identificazione, stimolando un voyeurismo che consente di vedere solo in quel qui e ora. È in questo modo che l’artista riflette ancora una volta sulla riproducibilità dell’immagine – che spesso si trasforma in furto. Riprendendo il passato nel medium (la pittura) come anche nel genere (ritratto), Ahmet Öğüt ne limita lo sguardo, obbligando a guardare da una fessura un soggetto che potrebbe essere o non essere reale. Non è più importante la figura – nella ritrattistica che da sempre le dona il primato –, è importante che lo spettatore la possa osservare in quella e solo in quella circostanza.

La pittura, allora, resta in vita nell’ambiguità tipica del contemporaneo e a differenza del passato non riesce più a raffigurare certezze. D’altra parte, in un discorso sull’uso dell’IA, forse, le risposte si trovano ancora una volta nel passato, in un medium che sopravvive ancora. neither artificial nor intelligent mette in mostra come l’intelligenza artificiale può fingere di sapere tutto, ma chissà chi si sta davvero guardando.

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