La luce come sostanza e contenuto: Ernesto Morales al Museo Riso

La Luce è sostanza e contenuto, oggetto e soggetto insieme. Ci sono artisti che attraversano la luce, e artisti che dalla luce si lasciano attraversare. Ernesto Morales appartiene a quest’ultima, rarissima specie: pittore che non descrive, non interpreta, non imita – ma invoca. Nelle sue opere la luce non è un dato, è un destino; non è una condizione atmosferica, ma un principio cosmico, una vibrazione che dà forma al visibile e, insieme, scardina i confini dell’invisibile.

La sua nuova mostra, A un’eterna luce, allestita nella Cappella dell’Incoronata del Museo Riso fino al 9 gennaio, nasce dentro un luogo che sembra chiamare l’artista per affinità elettiva: uno spazio normanno, essenziale, scavato nel mistero di una pietra dorata che accoglie e amplifica la luce, trasformandola in tempo sospeso. È in questo abbraccio antico che Morales dispone le sue opere come apparizioni, come fenditure luminose che dialogano con il silenzio del luogo, con la sua memoria stratificata, con quel respiro verticale che solo le architetture sacre sanno custodire.

Ernesto Morales courtesy dell’artista

La mostra è un omaggio dichiarato alla Sicilia, isola “affissa a un’eterna luce”, come la definì Vincenzo Consolo: una terra in cui la luce non è mai semplice fenomeno naturale, ma condizione dello sguardo, esercizio dello spirito, materia che scolpisce la percezione. È una luce che ha attraversato i secoli, accendendo pitture, versi, inquietudini e rivelazioni. Una luce che Antonello da Messina trasformò in geometria cristallina, che Lucio Piccolo cantò come segreta potenza dell’anima, che Sciascia chiamò “ragionevole”, e che oggi Ernesto Morales restituisce come soglia tra presenza e assenza, tra silenzio e vertigine.

La curatrice Serena Ribaudo – che ha incrociato Morales nel dialogo profondo nato attorno alla sua mostra al Rothko Museum – riconosce nelle sue opere un evento dello spirito. Evoca Mark Rothko, e quelle sue parole incorruttibili: “L’arte è per me un evento dello spirito: solo nell’arte lo spirito trova una forma concreta e il senso della sua vivacità o della sua quiete.” È un’affermazione che sembra aderire perfettamente al lavoro di Morales, dove tutto avviene per sottrazione, per apparizione improvvisa, per bagliore. Le sue superfici pittoriche sono frammenti di cosmo, melodie aurorali, bagliori che non si limitano a illuminare ma a rivelare.

A rendere ancora più radicale questa ricerca è la sua tecnica: Morales non si limita a utilizzare il colore, lo crea. Forma un pigmento inedito, una materia d’origine minerale capace di interferire con la luce, di accoglierla e mutarla, di farla vivere sulla tela con un ritmo proprio. È un gesto che ha qualcosa dell’alchimista, del pellegrino, del contemplativo: trasformare la materia per restituirla alla sua essenza energetica, riportare il colore a quel punto in cui luce e sostanza coincidono.

Installation View Ernesto Morales, A un’eterna luce, 2025. Cappella dell’Incoronata – Riso Museo Regionale di Arte Moderna e Contemporanea di Palermo. Courtesy the artist 

Guardare le sue opere nella Cappella dell’Incoronata significa abitare un’esperienza bifronte: da un lato il rigore della pietra, la voce bassa dello spazio che trattiene secoli di silenzio; dall’altro i dipinti che respirano, si accendono e si spengono al mutare dello sguardo, ricordandoci che la realtà stessa dipende dal punto da cui la osserviamo. È un dialogo sottile, un gioco di risonanze: qui la luce naturale incontra quella interiore dell’opera, la memoria del luogo si intreccia con la sensibilità dell’artista, e lo sguardo dello spettatore diventa parte attiva di una coreografia percettiva.

In questo incontro fra luogo e pittura, fra visibile e invisibile, fra storia e rivelazione, nasce il nostro dialogo con Ernesto Morales: una conversazione che attraversa la sua poetica, le sue tecniche, la sua inquietudine luminosa, e quella necessità assoluta che lo guida da sempre – cercare, attraverso la pittura, una luce che non abbaglia ma chiarisce, che non illumina ma rivela, che non si consuma perché non appartiene al tempo, ma al pensiero.

La luce, nelle tue opere, non è solo presenza: è respiro, materia pensante. È come se tutto nascesse e si dissolvesse in essa. Quando hai capito che sarebbe stata la tua lingua, la tua misura interiore? È un incontro che viene da lontano o un destino che ti ha scelto?

Direi che tutto nasce a Buenos Aires, quando avevo diciotto anni. In quel periodo ero attratto da un tipo di luce particolare: una luce legata alla foschia, alla nebbia, capace di far vedere e non vedere. Era una luce che richiedeva uno sguardo contemplativo, la capacità di fermarsi e lasciare emergere lentamente le forme, le presenze. Col tempo questo rapporto si è trasformato e declinato in modi diversi: prima attraverso il paesaggio, poi attraverso elementi naturali e, più avanti, nella riflessione sulla materia stessa. C’è sempre stata in me la tensione verso ciò che sta “oltre” ciò che è visibile. Poi, negli ultimi anni, questa idea è diventata più chiara: mi sono chiesto come rappresentare ciò che è mutevole nella fisicità di una tela. È lì che ho capito che non stavo semplicemente rappresentando la luce: la luce era diventata un modo di pensare, una dimensione mentale. Per me si tratta soprattutto di vivere la luce come forma del pensiero.

Ernesto Morales Light X courtesy dell’artista

È ancora possibile, per un artista, parlare di trascendenza senza timore?

Un po’ di timore c’è, lo ammetto. Perché non posso parlare di trascendenza, contemplazione o dimensione spirituale se non le vivo in prima persona. Ogni dipinto richiede ore, giorni, mesi di lavoro: ed è dentro quel tempo lento che inizia a emergere qualcosa, come una filigrana. Io sono il primo a vivere quella dimensione. È vero che oggi questi temi sembrano poco di moda nell’arte contemporanea. Ma io non seguo le mode: seguo un percorso interiore, che sento necessario. Preferisco essere fedele a quella ricerca, anche se va controcorrente.

Questa mostra nasce dentro un luogo enorme e intimo al tempo stesso: la Cappella dell’Incoronata, con la sua pietra, il suo silenzio, la sua memoria. In che modo questo spazio ha risposto al tuo gesto? Hai sentito il bisogno di contenere la tua luce, o di lasciarla esplodere?

Ho fatto diversi sopralluoghi prima di scegliere le opere e pensare all’allestimento. Avevo bisogno di ascoltare lo spazio, di comprendere la memoria che vive nei suoi muri. La Cappella è una chiesa normanna del 1200, completamente spoglia, dove la luce entra dall’alto, dai lucernai: una luce che dà forma, emozione, silenzio. Poiché le mie opere hanno bisogno di pochissima luce per accendersi, ho scelto di lavorare sul silenzio: non impormi allo spazio, ma entrare in un dialogo intimo. Volevo che la luce naturale incontrasse la luce interna delle opere, che si creasse un rapporto delicato, quasi un sussurro. Era importante non sovrastare la Cappella, ma respirare insieme a lei. Lasciare che la luce – quella del luogo e quella dei dipinti – si riconoscessero.

Installation View Ernesto Morales, A un’eterna luce, 2025. Cappella dell’Incoronata – Riso Museo Regionale di Arte Moderna e Contemporanea di Palermo. Courtesy the artist

Hai ideato un tuo pigmento, quasi come un alchimista. Cosa accade nel tuo processo quando la luce diventa sostanza?

A un certo punto della mia ricerca ho sentito il bisogno di trasformare io stesso la materia con cui dipingo. Se rappresento una natura che si trasforma, e se offro al pubblico una percezione della luce che cambia, allora anche la materia stessa doveva partecipare a questa trasformazione. Così ho iniziato a creare un pigmento partendo da minerali che, mescolati in un certo modo, generano un’interferenza con la luce. Questo pigmento diventa colore, il colore diventa pittura a olio, ma il processo iniziale è una metamorfosi vera e propria. È una scelta che ha una valenza concettuale forte: creare la luce attraverso la materia, restituire al colore la sua condizione originaria. La luce è energia, e questa energia può essere riattivata nella materia.

Il mio pensiero affonda anche nella storia dell’arte: penso al Medioevo, a Bisanzio, quando la luce era simbolo di verità, di rivelazione. Per me la luce è proprio questo: una ricerca dell’assoluto, un modo di interrogare ciò che si manifesta e ciò che resta nascosto.

C’è poi un aspetto percettivo fondamentale: le opere cambiano a seconda dell’angolo da cui sono osservate. La luce si accende o si spegne, diventa opaca o brillante, muta. È un invito a riflettere sul fatto che anche la realtà non è mai fissa: cambia con il nostro punto di vista.

Il dipinto diventa così una metafora della percezione: quando cambio il mio punto di vista, cambia il mondo che vedo.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e ultimabozza.it scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica.

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