La forma della luce. Beato Angelico e il tempo sospeso della pittura (pt.1)

Si è già parlato a lungo della mostra dedicata a Beato Angelico tra Palazzo Strozzi e il Museo di San Marco, eppure ogni parola sembra ancora insufficiente a restituirne la profondità. Perché non si tratta soltanto di un’esposizione monumentale — la più ampia mai realizzata sull’artista dopo quella del 1955 — ma di un’esperienza di sguardo, di silenzio e di tempo.

Curata da Carl Brandon Strehlke, con Stefano Casciu e Angelo Tartuferi, l’esposizione si sviluppa come un pellegrinaggio laico attraverso più di 140 opere, tra pale dorate, crocifissioni, ritratti e miniature, fino a toccare i luoghi dove l’Angelico ha realmente vissuto e lavorato. A Palazzo Strozzi, la sequenza delle sale costruisce una narrazione luminosa, quasi musicale, mentre nella quiete di San Marco la pittura torna a essere meditazione e preghiera.

Costretti, forse, a spiegare in poche parole l’apporto di questa gigantesca mostra, la prima monografica in Italia dopo quelle del 1955, organizzate per i 500 anni dalla morte, si può tentare di creare un filo conduttore che vada per elementi comuni in costante evoluzione nella pittura dell’Angelico: la luce, il colore, l’astrazione e l’annullamento del divario tra brutto e bello.

Beato Angelico, Pala di Bosco ai Frati, Tavola principale: Madonna col Bambino in trono, e i santi Antonio di Padova, Ludovico di
Tolosa, Francesco d’Assisi, Cosma, Damian e Pietro Martire Predella: Santi Domenico, Bernardino da Siena e Pietro; Cristo in pietà; Santi Paolo, Girolamo e
Benedetto 1450-1452, Tempera su tavola cm 174 × 174(tavola principale); cm 26 × 174 (predella) Firenze, Museo di San Marco, inv. 1890, nn.
8503, 8507

La forma della luce

Beato Angelico, come ci ricorda Elsa Morante, ha più di un nome: quello di nascita, Guido di Piero, quello scelto quando ha preso i voti, Giovanni, e i due che gli sono stati dati nel Quattrocento, Angelico dal 1467 e Beato nel 1481. Così come per identità, forse, diverse, l’Angelico è noto per la sua incredibile capacità di far coesistere le innovazioni con la tradizione che, se vista da un punto di vista artistico, fonde il gotico internazionale con le nuove ricerche rinascimentali. Nella sua enorme Storia dell’Arte, Ernest Gombrich arriva ad affermare che l’Angelico «deliberatamente rinunciò a ogni ostentazione di modernità.» Ma cosa significa questo per noi, oggi?

L’illuminazione delle sale di Palazzo Strozzi contribuisce a introdurre il discorso sulla luce delle opere dell’Angelico: l’allestimento è magistralmente curato, al punto da rendere possibile la visione di particolari che difficilmente sarebbero notati in altre condizioni luminose; le punzonature, i raggi incisi nella foglia d’oro, infatti, come nell’Incoronazione della Vergine, la Madonna di Cedri o i nimbi degli angeli e dei santi, fanno parte di quei dettagli che emergono solo quando l’ambiente e la luce si mettono a servizio dell’opera.

Beato Angelico Annunciazione 1443 circa affresco Firenze, Museo di San Marco, dormitorio, corridoio nord

Luce e colore sono aspetti che convivono stabilmente nelle opere dell’Angelico nel segno della brillantezza: a partire dagli azzurri dei mantelli della Vergine, passando per i verdi, i tenui rosa e arrivando fino all’oro, questo arcobaleno vivacissimo di colori rispecchia il distacco dell’artista dalle innovazioni italiane e fiamminghe, mantenendosi fedele alla linea del Gotico Internazionale. Questo, ad esempio, è visibile nella grande pala dell’Annunciazione (1426) in cui, agli schemi prospettici acquisiti dalle ultime novità sulla prospettiva fa da contraltare una ricchezza di dettagli e un’idealizzazione delle figure della Vergine e dell’Arcangelo in primo piano che si distanziano da una ricerca di realismo. Le figure di Fra Angelico sono ancora estremamente spirituali, inondate da una luce uniforme, perennemente mattutina, che non si lascia turbare nemmeno dalla proiezione del raggio divino, dorato, che dal sole in angolo a sinistra colpisce Maria.

Beato Angelico Annunciazione 1443 circa affresco Firenze, Museo di San Marco, dormitorio, corridoio nord

La ricchezza dei materiali utilizzati per queste opere riflette il loro utilizzo e la loro committenza: l’Annunciazione, uno dei suoi temi più celebri, rientra all’interno del panorama di affermazione del prestigio pittorico dell’Angelico nella Firenze del Quattrocento. Anche la grandiosa Deposizione di Cristo è parte di questa serie di committenze: voluta dalla famiglia Strozzi e inizialmente destinata alla Chiesa di Santa Trinita, l’opera inaugura il percorso espositivo e testimonia le collaborazioni dell’Angelico con altri artisti: la tavola era stata, infatti, iniziata da un altro grande artista del tempo: Lorenzo Monaco.

Le regole della prospettiva sono assimilate, non c’è la necessità di inserire ancora più oro rispetto a quanto già presente nell’architettura del trittico, culminante in cuspidi gotiche all’interno delle quali spiccano scene della resurrezione di Cristo. Sembra che Angelico vada contro ai precetti di quello che Elsa Morante cita come suo maestro, Antonino, che affermava che per le Chiese si creano dipinti devozionali, i cosiddetti “Libri degli idioti”, perché per gli “idioti” il colore per eccellenza della vicinanza a Dio era proprio quell’oro che Angelico non inserisce in queste sue opere, preferendo rappresentare un paesaggio naturalistico, un vero Eden, forse, riccamente popolato di fiori, piante e animali. 

In questo periodo, infatti, l’arte non vuole narrare solo la storia sacra, ma inizia a concepire l’idea di rappresentare frammenti di realtà, cosa che Angelico inserisce all’interno delle sue opere: la città fortificata sul fondo della Deposizione è ripresa dal vero e, probabilmente, è Cortona. In questo sta la rottura del Quattrocento con il Medioevo, in questo sta la vicinanza di fra Angelico ad artisti a cui fa da «spirito artistico complementare», come con Masaccio. Nelle opere esposte l’artista dimostra di mantenere un dialogo con i contemporanei, in particolare con Ghiberti, Brunelleschi, Filippo Lippi e Luca della Robbia, alcuni di essi presenti in mostra con le loro opere.

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