La dittatura degli algoritmi: soggettività, potere e libertà nell’epoca digitale

La dittatura degli algoritmi non si presenta come un potere che ordina o proibisce. Non ha bisogno di proclami né di apparati repressivi visibili, opera piuttosto come un’infrastruttura silenziosa che struttura l’esperienza quotidiana, regolando l’accesso all’informazione, la circolazione delle immagini, la visibilità delle opinioni.

Nati come strumenti di calcolo e ottimizzazione, gli algoritmi hanno progressivamente assunto una funzione normativa: non si limitano a organizzare dati, ma selezionano ciò che conta, orientano comportamenti, producono gerarchie simboliche. In questo senso, il digitale non è più un semplice ambiente tecnico, ma un dispositivo di potere che ridefinisce le forme della soggettività e le possibilità della libertà.

Feed personalizzati, metriche di engagement, sistemi di raccomandazione e profilazione costruiscono una realtà filtrata, nella quale l’esperienza non è mai neutra. Ciò che vediamo e ciò che resta invisibile è il risultato di modelli predittivi che premiano la permanenza, la reazione rapida, la compatibilità con il sistema. La soggettività viene così tradotta in sequenze di dati, in preferenze statistiche, in probabilità di consumo. Non si tratta solo di sorveglianza, ma di una vera e propria produzione dell’individuo come unità misurabile e sfruttabile.

Questa trasformazione investe direttamente il lavoro e le forme di organizzazione collettiva. Come osserva Paolo Landi nel saggio La dittatura degli algoritmi. Dalla lotta di classe alla class action, la dimensione conflittuale che caratterizzava la società industriale viene profondamente riconfigurata. «La lotta di classe in era industriale si svolgeva nelle fabbriche e nelle piazze e assemblava operai, impiegati, studenti uniti non soltanto dalle rivendicazioni economiche, ma da una spinta ideale che guardava al futuro di una società più giusta». Nel capitalismo digitale, invece, il terreno del conflitto si sposta su piattaforme che frammentano e ricodificano l’esperienza sociale, trasformando le identità collettive in cluster di comportamento.

Se il lavoro è sempre stato una merce, come Marx aveva mostrato già nel Capitale, oggi questa logica raggiunge un grado ulteriore di astrazione.

«Le merci siamo noi», scrive Landi, sottolineando come la gratuità apparente dei servizi digitali nasconda uno scambio asimmetrico: non paghiamo con denaro, ma con dati, attenzione, contenuti. La massa degli utenti – lavoratori, studenti, precari, disoccupati, professionisti – viene riunita in un’unica grande community interclassista, costantemente attiva, pronta a fornire gratuitamente informazioni indispensabili alla valorizzazione economica delle piattaforme.

Gli algoritmi non dividono più secondo categorie economiche tradizionali, ma selezionano secondo gusti, abitudini, affinità, neutralizzando il conflitto sociale in favore di una segmentazione funzionale al mercato.

Anche lo spazio del lavoro produttivo subisce una metamorfosi radicale: la fabbrica fordista non scompare, ma si trasforma in un hub diffuso, integrato, automatizzato. Come osserva lo scrittore, l’operaio e l’impiegato confluiscono in un nuovo corpo ibrido, alle prese con processi sofisticati, robotizzati, informatizzati. La figura del lavoratore gerarchicamente subalterno lascia il posto a una soggettività apparentemente più autonoma e creativa, che contribuisce all’unicità del prodotto. Ma questa orizzontalità è in gran parte illusoria: «il segmento di un’entità orizzontale», scrive Landi, viene in realtà compreso, classificato e diviso dall’algoritmo, che ne cattura l’apporto creativo traducendolo in valore misurabile.

La stessa logica attraversa l’ufficio contemporaneo. L’open space, il desk sharing, il lavoro da remoto non sono semplici innovazioni organizzative, ma dispositivi che producono spersonalizzazione e invisibilità. La perdita di un luogo stabile, la mobilità forzata, la dissoluzione dei confini tra tempo di lavoro e tempo di vita contribuiscono a rendere il lavoratore intercambiabile, sempre connesso, sempre disponibile. Il lavoro a distanza perfeziona così uno degli obiettivi centrali del capitalismo digitale: l’atomizzazione dell’esperienza e la riduzione dell’individuo a unità funzionale isolata.

In questo scenario, la promessa di libertà associata al digitale rivela la propria ambiguità. L’accesso illimitato all’informazione e agli strumenti di espressione convive con una drastica riduzione del controllo sui processi che regolano la visibilità e la circolazione del senso. Non siamo costretti a pensare in un certo modo, ma pensiamo entro ambienti preconfigurati, dove le opzioni sono già state selezionate. La scelta si esercita all’interno di cornici invisibili, continuamente adattate ai nostri comportamenti passati.

Il tempo stesso viene riorganizzato secondo logiche di accelerazione e reazione immediata. L’attenzione è frammentata, sollecitata, catturata e in questo flusso incessante, lo spazio della riflessione critica si assottiglia mentre l’algoritmo stabilisce le condizioni di possibilità del discorso pubblico. Non governa imponendo contenuti, ma decidendo cosa merita di essere visto.

Di fronte a questa dittatura tecnologica, la questione non è un ritorno nostalgico a forme precedenti di organizzazione sociale, né una semplice richiesta di trasparenza tecnica. Si tratta maggiormente di riconoscere la natura politica degli algoritmi e di costruire forme di azione collettiva capaci di intervenire su questo livello. La proposta di Landi di spostare l’attenzione dalla lotta di classe alla class action indica una possibile direzione: immaginare pratiche giuridiche, culturali e simboliche in grado di rompere l’opacità del potere algoritmico.

In questo senso, anche l’arte contemporanea può assumere un ruolo critico decisivo, non come illustrazione delle tecnologie, ma come pratica di disvelamento, capace di rendere percepibili le infrastrutture invisibili che governano il presente. Lavorare sugli algoritmi significa lavorare sulle forme della soggettività, sui criteri di valore, sulle condizioni della libertà.
La dittatura degli algoritmi non è un destino, ma una configurazione storica che può essere messa in discussione, a patto di riconoscerne la pervasività e di immaginare spazi di deviazione, conflitto e reinvenzione.

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Alessia Luigetti
Alessia Luigetti
Alessia Luigetti (Catania, 2001) è un’artista e ricercatrice visiva con base a Milano. Si è laureata in Pittura e Arti Visive presso la NABA, dove sta concludendo la magistrale in Arti Visive e Studi Curatoriali. La sua ricerca si concentra sul rifiuto del lavoro, il riposo e l’ozio come pratiche di critica alla performatività contemporanea. Collabora con riviste e progetti indipendenti, approfondendo le connessioni tra arte, teoria critica e forme dell’abitare.

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