La cronologia dell’acqua, l’esordio alla regia per Kristen Stewart: una vita intera sommersa e riemersa

Una vita intera sommersa e riemersa quella di Lidia Yuknavitch, scrittrice del romanzo La cronologia dell’acqua che ha poi scelto di tradurre visivamente al cinema Kristen Stewart. Una vita che è come tutte le cose transitoria, inafferrabile, intraducibile, scomposta, imperfetta, e allo stesso tempo effimera, crudele, disordinata, sempre diversa e sempre ferma allo stesso punto, come un torrente in piena, come un lago incoraggiato dal vento, come un abissale e immenso specchio d’acqua. Non esiste modo migliore per raccontare quest’opera cosi preziosa, esordio alla regia per Stewart, che scompone ogni idea, ogni senso della misura, ogni linearità, per abbracciare la vertigine della letteratura, e scegliere di perseguire un’idea di cinema, di vita, di narrazione, molto vicina a Terrence Malick, ma irrorata, tinta di smarrimento, di dolore, degli abissi di una donna e di ciò che sceglie di mostrarci attraverso piccole finestre temporali affacciate sulla propria esistenza.

La cronologia dell’acqua è un film che si attraversa come si attraversa un corpo d’acqua senza sapere dove si tocca, senza sapere se si tornerà a galla, senza sapere se lo spettatore, o la spettatrice, potrà prendere una boccata d’aria tra le bracciate continue, vorticose e faticose che Lidia induce con la sua forza narrativa, e questa è forse la sua più grande virtù e il suo più grande rischio, perché Stewart non ha paura di perdere lo spettatore, non teme di confonderlo, o spaventarlo, anzi sembra quasi desiderare un’arrendevolezza, sembra quasi volerlo lasciare solo nel buio della sala, affidandogli frammenti di una vita che sono liquidi, inafferrabili, sfuggono al controllo, a qualsiasi ordine, che chiedono di essere soltanto sentiti, abitati per qualche istante prima di sparire, come spariscono le cose che contano davvero, senza preavviso, senza spiegazione, senza la cortesia di un addio. 

Close-up of a young woman with wet hair looking off to the side, neutral expression.

Lidia è un personaggio che si compone e si scompone, si dilegua e si materializza, che smarrisci ogni volta che credi di averla colta, ogni volta che credi di capire da dove viene il suo dolore o dove sta andando la sua esistenza, e Stewart sceglie di non tradirla, sceglie di non tradire la voce della sua scrittrice, di non offrire allo spettatore la comodità di una chiave, di una porta aperta, di una luce in fondo a qualcosa. Quello che offre invece è acqua, sempre acqua come una memoria involontaria, come un trauma che non si risolve, che non si chiude, che non ha soluzione né cura, che si impara solo a portare con sé, che diventa un organo che funziona, che stagna assieme agli altri, che non assolve alcuna funzione, che occupa spazio, che pesa e che impara a vivere i cambiamenti del corpo come se fosse sempre stato li. Come un elemento che non distingue tra annegamento e rinascita perché sono la stessa cosa. 

E allora il cinema diventa un’altra lingua possibile, non la sola, per una storia simile, non solo la lingua del romanzo, della parola scritta che pure in Yuknavitch è viscerale, carnale, qualcosa di ancora più vicino al corpo, qualcosa che entra dagli occhi e si sedimenta da qualche parte prima che la mente abbia il tempo di catalogarlo, di difendersi, di dire non mi riguarda, perché riguarda tutti, perché tutti abbiamo un punto in cui l’acqua è entrata e non è più uscita del tutto, perché le immagini, come l’acqua, non chiedono il permesso di entrare. Siamo il miglior baricentro per gli accumuli di dolore, ci abitano dentro e ristagnano come un liquido che non trova forma, che non trova nome

Close-up of a female swimmer wearing a black swim cap, looking straight ahead with blue eyes; blurred spectators in the background.

La macchina da presa accompagna Lidia, le cammina accanto senza pretendere di capirne il passo, senza pretendere di conoscerne la destinazione. La cronologia dell’acqua è molto più che un film sulla sopravvivenza, anche se di sopravvivenza parla, è molto più che un film sul trauma, anche se il trauma è ovunque, nelle pieghe di ogni scena, nel corpo di Imogen Poots la cui presenza scenica veicola sempre verità, sempre rischio, sempre qualcosa di irrisolto che respira. È un film sull’esistere nonostante, sull’esistere attraverso, sull’esistere anche quando non si sa più perché, anche quando il corpo sembra l’unico posto rimasto in cui abitare perché tutto il resto è andato a fondo. Cosa resta a galla in una vita che tenta di inabissarti come può? Che tenta di annegare ogni desiderio, ogni spinta immaginifica? Resta la letteratura, forse, resta la rincorsa prima del salto, l’affinità con l’acqua, la consapevolezza che esiste un luogo salvifico a cui si può tornare e che non ha confini, non ha forma, non giudica e ti accoglie come può, a patto che ti lasci stringere dalle sue immense volute.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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