La città che celebra la cultura mentre la lascia sgomberare

Metropoli cosmopolita e dal respiro europeo, Milano è considerata una delle capitali mondiali della moda e del design, portatrice di nuovi stimoli e tendenze. Una città che ama raccontarsi come laboratorio del contemporaneo, culla di innovazione, faro culturale capace di dettare il passo al resto del Paese. Ma basta scendere dai piani alti della narrazione ufficiale per scoprire un sottosuolo meno brillante, dove gli spazi indipendenti della cultura vengono compressi, spinti ai margini, estinti.

Tempo di sfratti, dunque, nella città che non dorme mai.

La Fabbrica dell’Esperienza, in via Brioschi, è l’ultima a essere stata chiamata alla porta. Un teatro nato dall’incontro di quattro realtà che hanno fatto storia – Comuna Baires, Fare Anima, Editori della Peste, Salti Teatrali – una genealogia di cinquanta anni di movimenti culturali, filosofie sceniche, resistenze artistiche. Tutto cresciuto sotto una regola antica e rivoluzionaria: nessun finanziamento, nessun padrone, nessun vincolo che non fosse la libertà del linguaggio.

Oggi quella libertà è messa alle strette da uno sfratto esecutivo. Nonostante l’affitto pagato puntualmente, la proprietà vende. E vende a chi costruirà un palazzo di sei piani. Un altro mattone, un’altra cancellazione, un’altra porzione di immaginario sterminata nel nome della rendita.

Irina Casali, che della Comuna Baires ha ereditato sangue e visione, lo dice con quella fermezza che hanno solo i teatranti di lungo corso: qui non si fa solo spettacolo. Qui si educa, si accoglie, si lavora sul corpo e sulla parola. Qui si custodiscono pratiche, archivi, riti scenici, migliaia di persone passate da un laboratorio a cercare un modo nuovo di stare al mondo. Tutto questo rischia di evaporare con un colpo di ruspa.

E il punto non è soltanto il teatro. Il punto è: cosa resta di una città quando espelle i suoi luoghi più fragili e necessari?

Milano, intanto, continua a pavoneggiarsi. Vetrina su vetrina, eventi, passerelle, Olimpiadi alle porte. Ma mentre si prepara il grande abito di rappresentanza, la trama si smaglia. Basta ricordare che l’estate scorsa anche il Leoncavallo è stato sgomberato dopo decenni di rinvii: uno dei più longevi spazi sociali d’Europa smantellato alle prime luci dell’alba. Prima ancora, altri cortili, altre botteghe culturali, altri laboratori sono stati chiusi in silenzio, senza nemmeno il clamore di una protesta. È così che muoiono le cose: non tra le urla, ma nell’indifferenza.

Ora tocca alla Fabbrica. Le vetrate rosse su via Brioschi, che per molti erano un punto nella mappa emotiva della città, rischiano di diventare un ricordo fotografico. Si può sopravvivere senza un’altra torre residenziale; non possiamo sopravvivere senza luoghi in cui la comunità si pensa, si discute, si crea.

Servirebbe una visione politica, una reale, non la versione trafilettata dei comunicati. Servirebbe riconoscere il valore di questi presidi non per ciò che producono in termini economici, ma per ciò che generano: legami, coscienza, libertà. Per ora, resta la voce di chi abita quel palco da anni: “Le istituzioni, per noi, non si muovono”.

E allora Milano, così rapida a brillare e così lenta a proteggere ciò che la rende viva, dovrebbe fermarsi un attimo a guardarsi allo specchio. Perché, se continua così, rischia di non riconoscere più il proprio volto.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

2 Commenti

  1. Questa nuova testimonianza, così bene espressa, tocca il vissuto collettivo e il sentimento dei singoli aggravando inevitabilmente la sfiducia nel presente

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