La casa come finzione contemporanea: Damiano Gullì racconta Temporary Rooms di Davide Stucchi in Triennale Milano

A Milano la casa è sempre più un luogo instabile: si restringe, si sposta, si negozia. A volte coincide con una stanza, altre con una possibilità temporanea. In questo scenario, l’abitare smette di essere certezza e diventa condizione precaria, spazio mentale prima ancora che architettura.

Con Temporary Rooms, la mostra di Davide Stucchi visitabile in Triennale Milano fino al 4 ottobre 2026, questa fragilità si trasforma in linguaggio visivo. Pensato appositamente per l’Impluvium e curato da Damiano Gullì, il progetto costruisce una casa in continua riconfigurazione: oggi bagno, domani salotto, poi camera da letto e cucina, in un dispositivo espositivo che si modifica nel tempo come un organismo incompiuto.

Qui nulla è davvero stabile. Le pareti sono quelle provvisorie di un cantiere, realizzate con orsogrill; gli oggetti sembrano familiari ma tradiscono la loro funzione; la scenografia invade il linguaggio dell’arte e del design, mentre la dimensione domestica si rivela una costruzione fragile, culturale e perfino performativa. Tra ironia e inquietudine, Stucchi mette in scena un paesaggio dell’abitare contemporaneo in cui desiderio, mercato immobiliare, memoria e rappresentazione convivono nello stesso spazio.

Ne abbiamo parlato con Damiano Gullì, curatore per arte contemporanea e public program di Triennale Milano.

Davide Stucchi. Temporary Rooms, exhibition views, Foto Andrea Rossetti / Héctor Chico © Triennale Milano

La casa, in Temporary Rooms, sembra perdere immediatamente la sua idea di rifugio per trasformarsi in qualcosa di instabile, quasi vulnerabile. È una mostra sull’abitare contemporaneo o sulla sua crisi?

“Direi entrambe le cose. La mostra nasce certamente da una riflessione sull’abitare contemporaneo, ma inevitabilmente intercetta anche una sua dimensione problematica. Oggi, soprattutto in una città come Milano, esistono difficoltà molto concrete nell’accesso alla casa, e spesso lo spazio abitativo si riduce drasticamente: a volte la casa coincide quasi con una sola stanza. Stucchi parte da questa consapevolezza e costruisce un progetto che lavora sulla precarietà, sulla trasformazione, sull’idea di qualcosa che non è mai definitivo. Temporary Rooms è una casa che si costruisce e si ridefinisce continuamente, proprio come spesso accade nelle biografie contemporanee”.

La mostra si apre con un bagno, ma nel corso dei mesi tutto si trasforma. Quanto conta l’idea del processo?

“È centrale. La mostra è pensata come un cantiere aperto, una struttura in movimento. Si parte dal bagno, ma nel tempo arriveranno il salotto, la camera da letto e la cucina. Ogni nuova configurazione modifica radicalmente lo spazio e il modo in cui il pubblico lo attraversa. Anche ciò che sembra marginale, le scatole, gli imballaggi, gli elementi accatastati attorno all’installazione, è in realtà parte integrante del lavoro: sono le opere future o i contenitori di quelle temporaneamente assenti. C’è una continua idea di mobilità, di sostituzione, di passaggio”.

E infatti la sensazione è quella di trovarsi in un interno domestico che però non smette mai di dichiarare la propria artificialità.

“Assolutamente. La mostra gioca molto sul confine tra interno ed esterno, tra costruzione e finzione. La struttura stessa è realizzata con le orsogrill, le classiche griglie metalliche da cantiere; quindi, già il perimetro suggerisce qualcosa di aperto, provvisorio, mai davvero concluso. Al tempo stesso, il progetto dialoga profondamente con l’architettura dell’Impluvium. Questo spazio nasce storicamente aperto verso il cielo e Stucchi riprende proprio quella verticalità, quell’idea di apertura, dentro una sorta di architettura domestica effimera. Si crea così una tensione molto interessante tra l’istituzione permanente e una casa che invece resta mobile, instabile, quasi evanescente”.

Davide Stucchi. Temporary Rooms, exhibition views, Foto Andrea Rossetti / Héctor Chico © Triennale Milano

Nel lavoro di Stucchi la scenografia sembra avere un ruolo fondamentale. Quanto è importante la dimensione della “messa in scena”?

“Moltissimo. Una delle ragioni per cui il lavoro di Davide mi sembrava particolarmente adatto a Triennale è proprio la sua capacità di attraversare discipline diverse: arte, design, scenografia. La messa in scena è una componente anche professionale della sua pratica. C’è l’idea del set, dell’oggetto disposto nello spazio per essere guardato, quasi performato. Questo produce inevitabilmente una riflessione sull’ambiguità del reale: ciò che vediamo è autentico o costruito? Quanto il nostro sguardo è condizionato da una forma di teatralità?”

La mostra sembra funzionare quasi come un inganno percettivo: tutto appare familiare, ma qualcosa continuamente sfugge.

“È esattamente così. In fondo Temporary Rooms è anche un inganno per gli occhi. Gli oggetti sembrano appartenere a un immaginario domestico riconoscibile, ma vengono continuamente alterati. Una veneziana diventa una fonte di luce artificiale invece di filtrarla; una doccia è al tempo stesso un ascensore, oppure un ascensore assume la forma di una doccia; un accappatoio viene evocato da un assemblaggio di guanti. Sono slittamenti minimi, ma sufficienti a disorientare la percezione. Ed è interessante perché tutto questo avviene con una forte componente ironica. C’è leggerezza, ma anche qualcosa di più amaro: una riflessione sulla fragilità del vivere contemporaneo”.

Davide Stucchi. Temporary Rooms, exhibition views, Foto Andrea Rossetti / Héctor Chico © Triennale Milano

Dietro questi oggetti trasformati si intravedono anche riferimenti molto precisi, dal ready-made duchampiano a Corrado Levi, fino a Mendini.

“Sì, esiste un sistema di riferimenti molto stratificato. Sicuramente c’è una componente duchampiana nell’appropriazione e nella trasformazione dell’oggetto quotidiano. Ma per Davide è stato molto importante anche Corrado Levi, con cui ha collaborato e che ha lavorato profondamente sulla possibilità di decontestualizzare e ricontestualizzare gli oggetti, modificandone il significato e la funzione. C’è poi una dimensione molto mendiniana: l’idea che le cose assorbano qualcosa di umano. Mendini sosteneva che gli oggetti si caricano dell’uso che ne facciamo, delle tracce della nostra presenza. In mostra emerge proprio questo: una presenza del corpo che però spesso coincide con la sua assenza. Gli oggetti sembrano quasi animati, come se conservassero una memoria”.

Anche il desiderio sembra attraversare tutta la mostra, ma in modo ambiguo, quasi seduttivo. Penso ai Real Estate Agents, le cravatte-serpente che evocano il mercato immobiliare.

“Sono opere molto emblematiche. Si tratta di due cravatte Moschino trasformate in serpenti: figure seduttive ma anche ambigue, che alludono chiaramente all’idea dell’agente immobiliare e alle dinamiche del mercato. È interessante perché, guardandole da vicino, si scoprono dettagli molto specifici: una riporta una sequenza di portoni, l’altra la mappa di Milano. Quindi esiste sempre un doppio livello di lettura: una percezione immediata e una più lenta, fatta di dettagli, riferimenti e rimandi”.

In qualche modo questa mostra sembra dialogare anche con la Triennale stessa e con la sua storia del design domestico.

“Sì, mi interessava molto che si attivasse un dialogo implicito con gli altri ambienti dell’istituzione. Penso, ad esempio, a Casa Lana di Ettore Sottsass: uno spazio domestico estremamente funzionale, rigoroso, definito. Qui invece accade il contrario. La domesticità si fa mobile, instabile, quasi impalpabile. È una casa che non si lascia mai fissare definitivamente e forse proprio per questo racconta qualcosa di molto profondo del nostro presente”.

Poster for 'No Curves' solo show with a Mona Lisa portrait wearing neon yellow virtual-reality style goggles, set in a vivid geometric collage; includes dates and venue details (free admission).
CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Paola Martino
Paola Martino
Giornalista, appassionata di lingua araba e di arte, vive a Milano. Per focusmediterranee.com e il giornale off scrive per la sezione Culture, soffermandosi su artisti, mostre, eventi e progetti culturali che non hanno confini. Per lei, infatti, la cultura è un mezzo per migliorare il dialogo e la conoscenza reciproca, anche tra le due sponde: Sud Europa e Nord Africa. Si è diplomata in lingua e cultura araba all’Ismeo di Milano e ha lavorato come giornalista radiofonica e per diverse testate.

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