Nel titolo “Libertà e Disciplina: un dialogo necessario” di un progetto espositivo comprensivo di due mostre ambiziose di durata annuale e diffuse tra Umbria e Lazio di W. Alexander Kossuth e Alessandro Kokocinski, a cura di Matteo Pacini, c’è la chiave di lettura di una visione condivisa sulla possibilità di confronto intorno alla complessità della bellezza, in un mondo sempre più violento attraversato da guerre, catastrofi ambientali e genocidi. E in questa babele di segni nel proliferare di ‘duchampanismi’ vuoti a perdre, il corpo nella pittura e scultura si fa teatro di nuove configurazioni plastiche, in cui il corpo, il nudo ci interroga sulle ragioni e sull’urgenza del suo farsi visibile, di tornare alla tèchne, al saper fare arte e mestiere come attitudine dello spirito oltre alle mode e al mercato dell’arte.

Le due mostre sono il risultato di una sinergia culturale tra i Comuni di Città della Pieve e Tuscania, fortemente volute da Giovanna Velluti Kokocinski e Giuliana Alzati Kossuth, le solidali compagne e ‘vestali’ dei due artisti diversissimi in tutto, comunque uniti dalla fedeltà alla loro libertà espressiva, poetiche e ferrea disciplina di dedizione al lavoro, che hanno inscenato visioni e obiettivi di un progetto espositivo che non ha precedenti. Procediamo con ordine, a Città della Pieve, nello Spazio Kossuth, incanta la mostra onirica “Kokocinski e l’anima del burattino” che raccoglie un mirato corpus di opere di Alessandro Kokocinski (nato a Porto Recanati il 1947 da padre polacco e madre russa e morto nel 2017), un viaggiatore indomito tra Cile, Europa, Asia, Russia e l’Oriente, capace di intrecciare pittura e scultura in un amplesso metaforico intorno al segno, gesto, materia e memoria. Stiamo parlando dei suoi indimenticabili quadri-scultura, realizzati in resina e tecnica mista; materiali che plasmano figure fragili, corpi sospesi in una dimensione teatrale di immediata fascinazione. Le sue tragiche e sublimi marionette sono ispirate a Petruska, l’iconico burattino degli skomorochi (artisti girovaghi, attori, musici, acrobati e ballerini della Russia medioevale) emergono drammaticamente da fondi vibranti, come se corrosi dal tempo e da cromie terrose, segni e abrasioni della superficie, che seppure incatenate a fili incarnano lo spirito di libertà interiore. Come commenta Pacini: “È nella disciplina che si genera la possibilità di esprimere verità autentica”.

Gli acrobati, clown, giullari che abitano lo Spazio Kossuth sono bilico tra slancio e caduta, quasi angeli liminali, presi in un vortice tra l’apparire e svanire nel tempo, che trasformano il rischio in un linguaggio poetico e la disciplina nella consapevolezza della loro libertà espressiva. Parallelamente, nello studio Kokocinski a Tuscania, ipnotizza la mostra “Kossuth e il monito di Salomè”, dove lo spettatore si trova ammantato in una esperienza immersiva di Wolfang Alexander Kossuth, pittore, scultore, violinista e direttore d’orchestra (nato in Germania a Pfronten, nel 1947 e scomparso nel 2009), dedicata alla seducente e perturbante Salomè. La mostra di forte tensione teatrale “libera” nello spazio corpi sensuali ma eterei evocanti le Metamorfosi di Ovidio in chiave contemporanea, che sembrano scolpiti nel ritmo di sonorità ancestrali, sculture colte mentre si avvinghiano intorno al loro movimento tra mito, cosmo e natura in un equilibrio instabile, sospeso tra grazia e violenza; e qui tutto è estasi e pathos. Per l’artista Salomè rappresenta il desiderio che si svincola di ogni disciplina morale e dal rispetto per la sacralità dell’altro, e travolta dalla sua danza.

Così eternamente, la sua divina creatura seppure tecnicamente perfetta, è consapevole di essere strumento di morte oltre l’etica per il piacere estetico tra tensioni e torsioni plastiche. Kossuth prima di dedicarsi totalmente all’arte negli anni Ottanta, e in particolare alla scultura studiata all’Accademia di Brera, è stato direttore d’orchestra del Teatro alla Scala di Milano fino al 1975, dunque sapeva bene come e perché la disciplina è l’ordinatore del mondo, fedele com’era all’idea di un approccio al fare arte che può liberare movimenti, tra la tensione di immobilizzare l’istante e la ricerca di perfezione formale tutto si crea e nulla resta come prima. E proprio in questo sforzo titanico tra l’essere e il nulla prendono forma le sue sculture, corpi candidi e puri ma perturbanti, evocanti le sculture di Antonio Canova, rielaborando in chiave moderna la scultura di matrice classica, e nello studio di Kokociski, tutto è estasi, armonia e inafferrabile bellezza drammatica e contemporanea. L’ex musicista ha sostituito le note con la luce e lo spartito con la geometria compositiva entro la quale spiccano, come ballerine danzanti oltre i limiti del tempo le sue diafane figure simbolo di libertà assoluta.

Oltre alla disciplina, alla libertà espressiva e alla totale dedizione all’arte che li tiene uniti, i due maestri trovano nella figura sospesa il pathos di mettere in forma identità erranti indefinibili, resilienti al caos che ci avvolge e soffoca l’immaginazione grazie a una indiscutibile maestria tecnica sul piano pittorico e scultoreo. Idealmente loro si incontrano nella danza sensuale di corpi avvinghiati tra vita e morte, che si librano in torsioni e in slanci immobilizzati, un volo straniante verso l’infinito, in cui metaforicamente Salomé e Petruska sembrano ammantate dalla luce in un circo o palcoscenico immaginario, dove la divina proporzione del corpo è performante, incluso lo studio degli artisti, in cui non per magia bensì ponderata disciplina prendono forma le loro creature dionisiache e apollinee che incarnano il sogno della redenzione. Il progetto espositivo dimostra come due importanti artisti di fama internazionale, grazie alle loro opere magistralmente esposte in luoghi diversi ma corrispondenti, riescono seppure scomparsi a confrontarsi, a specchiarsi l’uno nella poetica dell’altro, ciascuno rimanendo fedele alla propria tecnica. E in questa giocosa disciplina e capacità espressiva volta all’armonia, il dialogo e la relazione sulla disciplina tra i due artisti ci appaiono nuove visioni di figure dal rigore plastico indiscutibile, come strumento di speranza, armonia e volontà in atto di tornare a immaginare bellezza in un mondo dispotico, violento, distruttivo, mettendo in discussione il limite tra catastrofe e costruzione , dove si cela un nuovo pensiero dell’umanità ancora tutto da immaginare.


